Il sorriso delle donne è la nostra vittoria

Abbiamo intervistato Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, nell’ambito del progetto REAMA a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza e dei loro figli. Finanziato per il secondo anno con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto prosegue le attività dello sportello antiviolenza e delle case rifugio.

La prima domanda che sorge spontanea è questa: perché un uomo crea una fondazione come Pangea, a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza? Come si colloca questa scelta nella sua esperienza personale?

Avevo una carriera di odontotecnico ben avviata e remunerativa ma alcune strade mi hanno portato a un’attività come volontario con Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani in zone di guerra.
A seguito di una missione in Romania per supportare i bambini è divenuto chiaro per me che aiutare una donna è la strada migliore per aiutare tanti bambini e non solo, tutta la società. Infatti se una donna prende consapevolezza di sé e ha gli strumenti per riuscire a dar seguito al suo futuro e ai suoi sogni, ne moltiplica i benefici a vantaggio della famiglia.
Nel caso della Romania, grazie agli aiuti forniti alle mamme che prima erano costrette a rubare per vivere, i bambini sono tornati a scuola e non hanno più avuto bisogno di raccattare l’immondizia perché avevano il supporto della madre. Ricordo una donna che aveva delle galline ma non riusciva a vendere le uova a causa dell’aumento della concorrenza. L’abbiamo sostenuta proponendole un’attività di preparazione di dolci e pane… e così abbiamo iniziato a fare interventi di microcredito. Da lì siamo arrivati a 65.000 prestiti…
Perché Pangea ha un presidente maschio? Non saprò mai come le donne vivono la loro quotidianità nell’affrontare l’uscita di casa, un percorso lavorativo o di studi.
Non saprò mai cosa significa avere lo sguardo addosso che ti giudica, che critica, che ti insinua, che ti vuole, ma poiché ne sono consapevole, non posso restare fuori da queste cose. Devo fare in modo che non accada più, perché è una violazione dei diritti umani. Banalmente non è giusto e quindi posso e devo fare la mia parte.

Con la pandemia sono aumentati i casi di violenza di genere? Com’è cambiata la situazione negli ultimi due anni?

Attualmente il dato costante è altissimo ma sommerso. Se non avessimo detto che la violenza domestica era aumentata del 75% durante la pandemia, non si sarebbe saputo che c’era un’emergenza. Le donne erano come in prigione, non potevano allontanarsi fisicamente dal carnefice, né scappare o chiedere aiuto a un centro antiviolenza. È stato veramente orribile anche per i bambini che erano lì e assistevano alla violenza sulla madre mentre veniva picchiata, stuprata o uccisa. Era un allarme rosso che andava segnalato per affrontarlo con decisione e velocità.
Durante la pandemia la Fondazione Pangea ha attivato la modalità di approccio via WhatsApp, che le donne tendenzialmente prediligono poiché c’è un grande imbarazzo a mostrarsi e a parlare direttamente con un’operatrice. La violenza subita ti fa sentire sporca, sbagliata, malata, tanto che la tendenza è cercare subito uno psicologo… perché sei tu che devi curarti, devi guarire… “E poi a quel poverino di mio marito che cosa gli fanno, lo mandano in prigione?”, “Che cosa diranno imiei vicini di casa? Che cosa diranno a scuola i miei figli?”, “Ho sbagliato io, che cosa ho fatto? Quel che è successo è colpa mia”… È molto difficile decidere di denunciare.

Con i fondi 8×1000 l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha finanziato per la seconda volta il progetto REAMA che sviluppa interventi di protezione a 360 gradi sulle donne vittime di violenza e i loro figli. Qual è l’obiettivo del progetto?

Pangea vuole disinnescare le dinamiche che causano la violenza. La Soka Gakkai è portatrice di pace e insieme a voi abbiamo una volontà comune che non è solo il contrasto alla violenza contro le donne, ma è costruire un mondo di pace partendo da tematiche pregnanti della nostra società. La volontà, l’obiettivo è risolvere la violenza, non solo affrontarla.
La violenza è un fattore culturale ma la società lo relega alla vita di coppia, alla famiglia. Infatti viene chiamata “violenza domestica”. Questa violazione dei diritti umani colpisce un’intera parte del genere umano che viene perseguitata, picchiata, uccisa o discriminata solo perché facente parte di quel genere. È terribile! Accade in tutti i Paesi del mondo, compresa l’Italia, in maniera più o meno sottile, strutturata o sistematica, e in alcune parti del mondo è addirittura legalizzata. Quando le donne arrivano nei nostri centri vogliono proteggere i loro figli dicendo che li amano ma non sanno come si fa ad amare, perché l’amore dal quale sono passate non era amore, era segregazione e umiliazione.
Le ascoltiamo e cerchiamo il modo per aiutarle ad uscire da quella repressione e a ritrovare la loro forza. Riusciamo a fornire i migliori avvocati e le migliori assistenti sociali, anche perché i loro mariti si appoggiano agli avvocati migliori. Quindi c’è l’assistenza legale, l’accompagnamento alla vita, il reinserimento lavorativo e abitativo… 
Un altro aspetto è l’inclusione all’amore per i bambini che hanno assistito alla violenza. Facciamo in modo che ritrovino la vicinanza con la mamma. Spesso la madre dice: “Non me ne vado di casa perché è meglio un padre così, che non averlo”. Che equivoco spaventoso! L’indicatore di successo è sapere che quei ragazzini non replicheranno a loro volta la violenza a cui hanno assistito, e allora avremo meno violenza.

Cosa consiglierebbe a una donna che sta subendo violenza, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? E come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza?

Il mio consiglio a una donna che subisce violenza è di non rivolgersi unicamente a persone vicine come l’amica che ti dà un consiglio o alla vicina di casa che si improvvisa psicologa… È importante rivolgersi subito a un buon centro antiviolenza.
Nel sito del progetto Reama c’è il numero di telefono dello Sportello antiviolenza a cui le donne possono rivolgersi.
La violenza di genere non è un “problema domestico” che non ci riguarda, è un problema relativo a un sistema culturale che in qualche modo incolpa le donne del male che subiscono.
La vittima deve chiamare le forze dell’ordine? Assolutamente sì. Se non se la sente, chiama un centro REAMA e saremo noi a chiamarle. Lo stesso vale per una persona che è testimone di questi atti, deve chiamare il 113 perché, ripeto: non è un problema domestico.
Nella Convenzione di Istanbul sono citati anche gli uomini maltrattanti. Come scelta professionale noi non lavoriamo con loro. Il mio consiglio a una persona che sta compiendo atti di violenza di genere è che si rivolga al più presto a un centro, in Italia ne stanno nascendo tanti dedicati ai maltrattanti.

C’è una testimonianza significativa che vuole condividere nell’ambito del progetto REAMA?

Vorrei condividere la storia di Sabrina, arrivata a Pangea in una condizione disperata, con un altissimo rischio di essere uccisa e con tre bambini piccoli a carico.
Le donne quando arrivano non hanno neanche la biancheria intima, perché quando decidono di scappare lo fanno senza portar via nulla. Grazie al progetto REAMA finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai, possiamo comprare tutto ciò che serve. La gente ci chiede di poter donare delle cose ma per noi è importante non togliere loro la dignità di mettersi una maglietta nuova.
La persona che fugge deve ritrovare la sua dignità. Sabrina l’ha fatto con noi, siamo andati subito insieme a fare denuncia. Ha avuto due avvocate bravissime con cui ha affrontato un processo alla grande. Quell’uomo è stato incarcerato, e lei ha avuto l’affidamento esclusivo dei figli. L’accompagnamento è stato graduale, è rimasta da noi quasi un anno, e quando si è sentita pronta si è emancipata. Adesso Sabrina ha la sua casa e anche il fatto di restituire i soldi prestati inizialmente per l’affitto, è un atto che le restituisce dignità.
Con il progetto REAMA quest’anno abbiamo l’obiettivo di aumentare i centri antiviolenza nella rete nazionale (attualmente sono quaranta circa) . Noi viviamo di raccolta fondi e se quest’anno non avessimo avuto i finanziamenti della Soka Gakkai forse avremmo chiuso il progetto… qualcosa ci sta dicendo che un mondo di pace si può costruire. Il sorriso delle donne è la nostra vittoria!

Community Matching: i legami sono ponti per la pace

Abbiamo intervistato Chiara Cardoletti – rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino di UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati) – riguardo al progetto “Spazi Comuni” — Community Matching finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 

Nelle annuali Proposte di Pace che il presidente Ikeda invia all’ONU dal 1983, viene sempre evidenziato il ruolo strategico delle Nazioni Unite. Esse, secondo Ikeda, devono essere rafforzate e diventare un vero “Parlamento dell’umanità”, dando voce alla società civile formata da persone comuni. Qual è il ruolo di UNHCR nel contesto delle Nazioni Unite?

Come agenzia delle Nazioni Unite l’UNHCR è un po’ particolare, in quanto è un’organizzazione radicata nel territorio, guidata dall’Assemblea Generale dell’ONU per coordinare e dare risposta ai bisogni di protezione dei rifugiati nel mondo, e anche delle persone apolidi e degli sfollati. Si pone l’obiettivo di stare vicino alle persone che hanno perso la protezione del proprio paese. Si tratta quindi di un’organizzazione umanitaria che cerca di dare risposte concrete.

A livello sociale, politico ed economico stiamo vivendo un periodo estremamente complesso: come descriverebbe la percezione che c’è in Italia rispetto ai rifugiati e alla loro situazione?

C’è la realtà, e poi c’è la percezione che si ha di essa. Ci sono più di 100 milioni di persone sfollate nel mondo, un numero enorme, in un periodo storico molto difficile dove vediamo nascere continuamente guerre e conflitti. Come conseguenza, sempre più persone sono costrette a lasciare il proprio Paese, o a lasciare le proprie terre e abitazioni.
Da sempre l’Italia è un paese dove le persone arrivano cercando protezione e una vita migliore. È un Paese accogliente e ultimamente ha mostrato una capacità di unirsi intorno ai rifugiati ucraini mai vista prima, non solo da parte delle famiglie che hanno aperto la propria casa e offerto il loro aiuto, ma da parte di tutta la società, anche del settore privato che si è fatto avanti per poter dare aiuti concreti, alimentari o anche finanziari, ecc.
Questa predisposizione ad aiutare l’altro è una risorsa che dobbiamo continuare a coltivare, senza permettere che questi “obiettivi fragili” vengano strumentalizzati a livello politico per raccogliere voti.

Quello dell’integrazione è un obiettivo fondamentale nel nuovo percorso di vita dei rifugiati, eppure tuttora difficilissimo da raggiungere. In questo contesto si inserisce il progetto di Community Matching. Qual è l’idea alla base di questo progetto e quali gli obiettivi?

C’è una percezione diffusa di un numero enorme di persone che arrivano cercando una vita migliore e che, in un certo senso, può sembrare pesino sulla nostra società, ma la realtà è completamente diversa: molti di loro arrivano con una grande voglia di fare, con una resilienza fortissima, e sicuramente con il desiderio di ricostruire la propria vita. Quando arrivano in Italia, però, il processo di integrazione non è sempre facile perché per realizzarsi richiede la creazione di connessioni sociali inclusive. L’integrazione è un processo complesso in ogni parte del mondo, ma nel nostro Paese in modo particolare poiché è burocraticamente complicato.
Per questo abbiamo sviluppato un progetto insieme a vari partner, tra cui la Soka Gakkai, per facilitare l’inclusione dei rifugiati nella nostra società.
Abbiamo ritenuto importante lavorare non solo sulle questioni pratiche, come l’accesso ai documenti e al mondo del lavoro, ma anche sulla comprensione reciproca, sia da parte dello straniero che arriva in Italia, sia da parte di chi li accoglie.
Abbiamo quindi pensato di mettere a disposizione dei rifugiati dei volontari per aiutarli a capire il nostro Paese, come porsi in certe situazioni, come fare amicizia, trovare lavoro, ecc. A questo processo corrisponde ed è altrettanto importante, quello del volontario italiano che comprende meglio cosa significa arrivare in un Paese per ricominciare tutto da capo, qual è il percorso di un rifugiato e le sofferenze che lo accompagnano: un bagaglio di memorie dolorose, ma anche una propria cultura da trasmettere e tante storie da raccontare.
Alla base del progetto c’è l’idea di combattere la paura dell’altro dando vita a un percorso che arricchisce entrambi, e il legame che si crea è un antidoto al razzismo e alla xenofobia.
Ci sono tanti volontari che si sono fatti avanti e siamo molto felici di constatare i risultati concreti del progetto che, attraverso la creazione di questi legami, sta favorendo un processo di integrazione molto più veloce ed efficace. Sicuramente è una strada che porterà il nostro Paese a essere più accogliente e inclusivo.
Un punto di forza del progetto è quello di porre rifugiato e volontario completamente alla pari all’interno della relazione, tanto da essere definiti entrambi con lo stesso termine inglese (buddy).
Ciò è perfettamente in linea con la visione buddista della vita basata sull’interconnessione e sulla consapevolezza del valore e delle risorse insite in ogni individuo.

Può approfondire questo aspetto?

In tanti Paesi del mondo e non solamente in Italia, ho visto dei percorsi in cui la condivisione delle difficoltà, la condivisione di un percorso di crescita da parte di due famiglie o persone, diventava una forza per tutte e due: sia del rifugiato, sia di chi accoglie.
Il Community Matching è uno strumento molto importante. Non si tratta solo di aiutare, di accogliere ma di comprendere profondamente l’altro. Infatti se non si capisce la persona che si ha davanti è molto difficile provare empatia, e senza conoscere la sua situazione è facile arrivare a conclusioni affrettate.
Vorrei ringraziare la Soka Gakkai per tutto il supporto che sta dando a UNHCR e alle organizzazioni con cui lavoriamo nel portare avanti questo progetto, che spero possa essere ampliato sempre di più, per promuovere un concetto di accoglienza diverso dal semplice aiuto materiale che possiamo dare ai rifugiati quando arrivano nel nostro paese.

I giovani di oggi da una parte sono molto sensibili a questi temi, dall’altra non sentono di poter davvero influenzare il cambiamento che vorrebbero. C’è qualcosa che vorrebbe trasmettere loro per incoraggiarli a vincere l’inerzia, a non perdere la speranza rispetto al cambiamento che ognuno di loro può apportare nel mondo?

L’inerzia non è una cosa che possiamo permetterci in un mondo così complesso in cui così tanti giovani, oggi, cercano di fuggire da guerre, violenze e persecuzioni.
I giovani in Italia, in Europa, nei paesi dove c’è un minimo di stabilità e un minimo di pace hanno anche la responsabilità di condividere il loro percorso, e progetti come Community Matching sicuramente sono un modo concreto di poter essere parti integranti di una soluzione che non può semplicemente essere messa in mano ai governi, agli Stati, alle Nazioni Unite.
Ognuno di noi può fare qualcosa per facilitare l’inclusione dei rifugiati.
Bisogna cercare di capire come rispondere alle necessità di coloro che oggi hanno bisogno di essere aiutati e supportati, di avere qualcuno che li faccia sentire meno soli.

Lei lavora da tanti anni in prima linea nella protezione delle persone. Cosa significa per lei fare questo lavoro?

Questo non è un lavoro, è una missione, in quanto richiede moltissimi sacrifici ed espone a una realtà molto complessa da gestire.
Se lo fai è perché hai deciso di voler dare un piccolo contributo a questo mondo in cui, oggi più di ieri, ci sono tante, troppe persone che stanno soffrendo.
Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare a UNHCR in un momento storico in cui i conflitti si risolvevano e le persone tornavano a casa, e il mio ruolo era proprio quello di aiutarli a tornare a casa. Non c’è niente di più bello che vedere bambini e donne che ritornano nei loro villaggi dove ricominciano la loro vita.
Oggi purtroppo la possibilità di riportare la gente a casa non c’è più. Abbiamo sempre più emergenze, situazioni estremamente cruente da gestire e governi sempre più difficili con cui interloquire.
È un lavoro complesso ma profondamente gratificante quando ti rendi conto che puoi mettere a disposizione le tue competenze per contribuire in modo concreto a migliorare la vita delle persone. È un lavoro quasi impossibile da sostenere se manca questa passione, questa consapevolezza della propria missione.

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