Un percorso di accoglienza costruito grazie alla solidarietà

Grazie al contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, l’ARCI Nazionale, attraverso il progetto “Circoli rifugio – Più corridoi per la libertà” organizza dei canali di ingresso sicuri e legali per rifugiati in fuga dalla Libia e dall’Afghanistan, garantendo loro protezione e accoglienza in Italia.
Tra luglio e novembre 2022 sono stati realizzati tre corridoi umanitari e sono state messe in salvo 500 persone, 113 in quota Arci. La rete dei circoli rifugio ha attivato percorsi di accoglienza, seguendo le persone nella procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e nelle scelte relative al percorso di inclusione.
Il progetto è rivolto a persone particolarmente vulnerabili: donne sole e con famiglia, attiviste/militanti/difensori dei diritti umani, persone che si riconoscono nella comunità LGBTQ+, giornaliste/i e le loro famiglie.
In occasione dell’arrivo di 97 persone dalla Libia all’aeroporto di Fiumicino, il 5 marzo, abbiamo intervistato Valentina Itri, dell’Ufficio Immigrazione, Asilo e Lotta al Razzismo di ARCI nazionale.

Cosa sono e come funzionano i corridoi umanitari?

I corridoi umanitari sono un canale d’ingresso sicuro e legale per tutte le persone che cercano di raggiungere l’Europa. L’Italia nel 2015 è stato il primo Paese dell’Unione europea a sperimentarli.
Grazie al protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, è stato possibile individuare una serie di persone particolarmente vulnerabili da far arrivare in Italia attraverso un volo di linea.
Il punto di debolezza dei corridoi umanitari è che si parla di numeri irrisori.
Il protocollo attuale, che ci permette di implementare un corridoio dalla Libia, prevede l’arrivo di 1500 persone in due anni. Se pensiamo che solo nel 2023 hanno perso la vita in mare più di 2000 persone si parla ancora di numeri molto piccoli.
Ciononostante per noi è un motivo di orgoglio poter salvare delle vite umane evitando che delle persone intraprendano un viaggio mettendo a rischio la loro vita.

Cosa succederà ai beneficiari una volta che arrivano in Italia?

ARCI ha messo in campo la rete dei Circoli rifugio che attuano il modello di accoglienza diffusa.
I Circoli mettono a disposizione degli appartamenti dove i beneficiari e le beneficiarie saranno supportati da un’equipe dedicata e professionale.
Una volta giunte a Roma, le persone verranno accompagnate dai singoli operatori nei luoghi di destinazione. Le città che hanno dato la disponibilità sono: Roma, Avellino, Crema, Bologna, Pistoia, Chieti e Viterbo.
Come previsto dal protocollo esse trascorreranno almeno sei mesi presso le nostre strutture. Durante questo periodo saranno supportati nella procedura della protezione internazionale ed eventualmente, alla segnalazione per un inserimento nel sistema pubblico di accoglienza il SAI.

Qual è l’obiettivo del progetto “Più corridoi per la libertà”?

Grazie al progetto “Più corridoi per la libertà” sostenuto con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, possiamo dimostrare che c’è un modo per arrivare in Italia e in Europa sicuro e legale.
Il progetto vuole essere una buona pratica che sia replicabile in tutta Europa, poiché ha origine da un regolamento europeo del 2009. Il regolamento prevede che i Paesi dell’area Schengen possano rilasciare dei visti umanitari. L’Italia lo ha fatto, la Francia lo ha replicato e adesso lo sta replicando anche il Belgio. Per noi è importante dimostrare che si può fare.
Un altro punto di forza del progetto è che coinvolge la cittadinanza, la nostra base associativa.
La gente comune vede con i propri occhi e partecipa con la propria solidarietà alla costruzione di un percorso di accoglienza e di inclusione di queste persone che oggi arrivano in Italia.


 

Comunicato stampa — Corridoi umanitari dalla Libia, arrivate 97 persone

ROMA, 05 MARZO 2024 – Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento.

Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento. Tra di loro persone particolarmente fragili dal punto di vista sanitario provenienti dai diversi paesi: Eritrea, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Palestina e Siria. 

Il loro arrivo in Italia è reso possibile dal protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, che permetterà a 1500 rifugiati e persone, che necessitano di protezione internazionale, di essere evacuati dalla Libia all’Italia nell’arco di tre anni.

La rete Arci ha risposto con grande solidarietà, attivando i Circoli Rifugio e dedicando parte della sua quota di accoglienza a persone lgbtqi+. I comitati di Crema, Bologna, Chieti, Pistoia, Roma, Viterbo e Avellino attiveranno 13 appartamenti per 50 persone per questo primo volo

Particolarmente importante il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che, con i fondi dell’8×1000, sostiene la rete dei Circoli Rifugio Arci, e di Medici Senza Frontiere che ha permesso di individuare un gruppo di persone presenti in Libia con particolari vulnerabilità sanitarie, che verranno seguite in Italia dalle loro equipe mediche. 

Oggi pomeriggio, a Fiumicino, si è svolta una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Chiara Cardoletti, Rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino dell’UNHCR; Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci; Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio; Laura Lega, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno; Valentina Serra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

“La Libia non è un porto sicuro. Dal 2017 al 2023 l’UE ha speso 71 milioni di euro di finanziamento per equipaggiare la cosiddetta Guardia costiera libica, anche tramite il supporto italiano. Dal 2017 ad oggi sono state riportate in Libia circa 130 mila persone, solo nel 2023 sono state intercettate oltre 17mila persone.”, ha dichiarato Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci“Con i corridoi umanitari mettiamo in salvo poche centinaia di persone, tante e tanti altri perdono la vita in mare (solo nel 2023 sono state accertate 2250 morti nel Mediterraneo) o restano in quell’inferno e non hanno la possibilità di arrivare in Europa attraverso canali legali e sicuri come quelli messi in campo oggi”. 

Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dichiara: “La Soka Gakkai si è sempre battuta per giungere ad un patto globale sulle migrazioni e sui rifugiati. I corridoi umanitari rappresentano uno strumento importante di raccordo tra diritto alla migrazione ed accoglienza che garantisce la tutela dei diritti umani a chi è costretto a lasciare la propria terra. La nostra organizzazione continuerà a sostenere ogni attività di questo tipo. Promuovendo l’insegnamento buddista del rispetto della dignità della vita, continueremo a rivolgere la nostra attenzione alle minacce che le questioni globali rappresentano, ponendo il benessere del pianeta e di ogni essere vivente come punto di partenza e fine ultimo di ogni sforzo umano”.

“Tra le persone arrivate oggi ci sono anche pazienti vulnerabili assistiti dai nostri team in Libia. Grazie alla collaborazione con Arci, continueremo a seguirli anche in Italia, dove sono finalmente al sicuro dopo mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, in spazi ridotti, tra abusi e violenze senza fine. È una goccia nell’oceano, ma che farà la differenza nella vita di queste persone che oggi possono immaginare un nuovo futuro e ricevere tutte le cure di cui hanno bisogno”,
 dichiara la dr.ssa Lucia Borruso, responsabile del Progetto Corridoi Umanitari di Medici Senza Frontiere in Italia.

La pioggia è la causa dell’arcobaleno

Abbiamo intervistato Alessandra Rossi, coordinatrice Gay Help Line 800713713 e Marina Marini Coordinatrice di Refuge LGBT e Refuge T*, in merito al progetto “Accoglienza per LGBT+ vittime di violenza” realizzato grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che sostiene giovani di età compresa fra 16 e 26 anni vittime di violenza familiare in quanto LGBT+

 

Risponde Alessandra Rossi (Coordinatrice GAY HELP LINE)

Gay Help Line è il contact center nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center. Che tipo di attività svolgete?

Il nostro servizio offre supporto e uno spazio di ascolto tramite il numero verde 800713713 e la chat anonima Speakly.org alle persone che appartengono alla comunità LGBT+ e che hanno bisogno di un canale per poter raccontare tutto ciò che non avrebbero la possibilità di condividere all’interno dei propri spazi di socializzazione.
Il servizio garantisce un ascolto non giudicante, che va oltre pregiudizi e stereotipi, necessario per rafforzare un’identità positiva di sé, senza vivere quella stigmatizzazione e quei processi di esclusione che purtroppo ancora sono una realtà all’interno del nostro Paese.
Offriamo servizi di consulenza per persone che subiscono discriminazione, violenza, odio per orientamento sessuale o identità di genere all’interno di contesti familiari, sul posto di lavoro oppure da persone sconosciute. L’omotransfobia agisce come fattore di pregiudizio e quindi tralascia la conoscenza della persona, può colpire chiunque con conseguenze negative su tutta la comunità.
La nostra presa in carico prevede uno spazio di ascolto con operatrici e operatori che hanno competenze professionali differenti di tipo legale. Oltre a questo forniamo servizi di supporto psicologico e di mediazione in ambito familiare, proprio perché il coming out spesso può costituire una frattura tra sé e le persone importanti all’interno della propria vita.
La mediazione di tipo sociale che effettuiamo, inoltre, supporta il completamento del loro percorso di formazione ed evita loro le forme di esclusione dal mondo del lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che frenano le persone nel contattarvi?

Possono essere differenti in base all’età. I ragazzi e le ragazze più giovani, minorenni o appena maggiorenni, possono aver paura di incontrare una vittimizzazione ulteriore o di non essere capiti. Spesso sono abituati a vivere una condizione di isolamento e non immaginano che dall’altra parte della cornetta o dello schermo, nel caso in cui si utilizzi la chat per contattarci, possa esserci una comunità che parla di loro e che è pronta ad accoglierli e a restituirgli quello spazio di visibilità. Proprio perché quello che hanno sperimentato è in qualche modo una stigmatizzazione di sé, molto spesso è la paura che blocca. 
Per quanto riguarda le persone più adulte può esserci una diffidenza dal percorrere il sistema delle tutele legali. 

Marina Marini (Coordinatrice di REFUGE LGBT e REFUGE T*)

Refuge LGBT+ offre un servizio di prima ospitalità per le giovani vittime di omotransfobia e per persone trans dai 16 ai 25 anni vittime di discriminazione. Come si accede al servizio e quali sono i servizi offerti alle persone ospiti della casa rifugio?

A Refuge LGBT+, come a tutti i nostri servizi, si accede chiamando il numero verde 800713713 o tramite una chat dedicata che non lascia traccia, molto utilizzata dalle fasce più giovani Speakly.org. Si ascolta la storia della persona e poi vengono fatte una serie di valutazioni sui possibili servizi erogati.
Il servizio della casa rifugio non si limita all’accoglienza della persona, ma l’associazione offre supporto legale, psicologico e di counseling, ci occupiamo anche di persone migranti che in qualche modo devono anche regolarizzare la loro posizione sul territorio e a volte anche di nuclei familiari che possono aver bisogno. Aggiungiamo anche una serie di attività di formazione e di accompagnamento al lavoro.
Forniamo inoltre un servizio di tutoraggio per chi sta frequentando la scuola, che è fondamentale per avere un confronto costante con professori e dirigenti. 

Lavorate a stretto contatto con tante persone giovani che arrivano da voi con esperienze molto difficili e che grazie al progetto ritrovano nuove speranze per il loro futuro. Come riuscite a incoraggiarle quando non hanno più prospettive?

Noi accogliamo ragazzi e ragazze dai 16 ai 25 anni che nel momento in cui hanno fatto coming out hanno subìto una violenza in famiglia, non solo fisica ma anche psicologica. 
Le persone che arrivano qui ovviamente hanno delle fragilità e innanzitutto cerchiamo di ricostruire per loro una base sicura.
Hanno storie, vissuti e contesti diversi, più la fragilità è ampia e complessa e più il nostro lavoro si deve intensificare. 
Per noi non è soltanto un lavoro, è una missione che si traduce in un impegno quotidiano che portiamo avanti con tutte le nostre forze per aiutare queste persone ad avere una loro autonomia e una loro vita.

Abbiamo chiesto a Ray, una beneficiaria, di condividere la sua esperienza

Come sei entrata in contatto con il progetto? 

Sono entrata in contatto con il progetto dopo che si è presentata un’ennesima situazione sgradevole in casa e le dinamiche di violenza sono aumentate. Chiesi consiglio a un amico che mi disse di chiamare Gay help line, e io lo feci. All’inizio quelle “chiacchiere” mi davano consolazione poi mi dissero che mi avrebbero messo in contatto con un’educatrice. Non mi aspettavo tanta serietà, sinceramente.
Qualche ora dopo mi contattò un’altra persona che mi chiese di nuovo di raccontare la mia storia.
Da lì a qualche giorno, tra una conversazione e l’altra, si suppose che avessi tutto in regola per entrare all’interno della casa rifugio. Non mi aspettavo di essere idonea, in realtà stavo vivendo una situazione di violenza più grande di quanto volessi vedere.

Com’è stato per te arrivare in casa rifugio e che tipo di percorso hai avviato grazie al progetto?

Per me arrivare in casa rifugio è stato importante ed ha significato entrare nel dialogo; come prima cosa ho adottato un altro nome in quanto persona non binaria.
Una delle richieste che mi fecero era se volevo o meno un percorso psicologico. Io lo speravo da anni e risposi subito di sì. Questo percorso si è rivelato importantissimo e tutt’ora lo sto continuando, nonostante sia già fuori dalla casa rifugio. 
All’inizio ho avuto qualche difficoltà a farmi andare bene le regole della casa, mi sembravano troppo severe, ma si sono poi rivelate utili.  Avevo molte difficoltà a interagire con le persone, ma grazie al percorso svolto nella casa mi sento più a mio agio nel contesto sociale in cui mi trovo e nell’interazione con gli altri. 

Dove ti immagini tra qualche anno? 

Tra qualche anno spero di aver fatto dei bei passi avanti nella relazione attuale con la mia ragazza, con cui si sta creando un bel legame basato su un’educazione affettiva e su un’ottima comunicazione. 
Sto creando anche molte relazioni di amicizia e da qui a cinque anni mi vedo “accasata”, non so se con dei figli. 
Rispetto alla carriera, io nasco come cantante e mi piacerebbe aver già realizzato qualcosa di importante in questo aspetto della mia vita, in Italia o all’estero…

Se dovessi lanciare un messaggio ai tuoi coetanei, quale potrebbe essere?

Essendo un periodo un po’ complesso, pieno di tante brutte notizie, io direi di non scoraggiarsi, anche se sembra assurdo dire una cosa del genere, ma io dico che è l’unica cosa effettivamente che si può fare. 
Mettere da parte il dolore per riuscire ad approfittare della situazione che viviamo a livello sociale, per portare un messaggio forte. Anche nella paura, dobbiamo trovare degli spazi per dire quello che va detto. 
La pioggia è la causa dell’arcobaleno e anche nelle giornate piovose c’è comunque il sole dietro le nuvole. È importante trovare il bello nel brutto per uscire dalle situazioni e non fermarsi. 

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