Senzatomica: la forza del cambiamento parte dalle nuove generazioni

In questa settimana cade l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki, le due città giapponesi che vennero colpite con una bomba atomica il 6 e il 9 agosto del 1945. Un orrore che deve restare un monito per l’intera umanità. Per tenere sempre alta l’attenzione sull’importanza di liberare il mondo dalle armi nucleari, pubblichiamo un’intervista a Marta Modena e a Alessja Trama rispettivamente direttrice esecutiva e Coordinatrice delle Relazione Esterne del progetto Senzatomica della campagna Senzatomica, un progetto della Fondazione Be The Hope sostenuto con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Come nasce Senzatomica e quali sono i principali obiettivi e le azioni previste dal progetto?

Senzatomica nasce da un sogno condiviso: quello di un mondo libero dalle armi nucleari. È un progetto della Fondazione Be The Hope, sostenuto dall’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Una campagna che parte dall’educazione alla pace e al disarmo, nata nel 2011 dalla volontà dei giovani di impegnarsi per il disarmo nucleare e generare consapevolezza sulla minaccia delle armi nucleari. Un sogno che parte dai giovani, perché è proprio nelle nuove generazioni che risiede la forza del cambiamento. Il pensiero alla base della campagna è quello di Josei Toda, educatore, uomo di pace e secondo presidente della Soka Gakkai. Nel 1957, in un Giappone devastato dalla Seconda guerra mondiale, di fronte alla corsa allo sviluppo di armi nucleari sempre più potenti, Toda in una storica dichiarazione affermò a gran voce che le armi nucleari sono un male assoluto, non giustificabile in nessuna maniera o ragione.
Il suo credo era quello di combattere contro il vero “nemico”: non le armi nucleari in quanto tali, né gli Stati che le possiedono o le costruiscono, bensì il modo di pensare che ne giustifica l’esistenza, la prontezza ad annientare gli altri quando vengono percepiti come minaccia o impedimento alla realizzazione dei propri scopi.
Riconoscere questa dinamica è il primo passo per costruire relazioni pacifiche e riscoprire la dignità di ogni essere vivente. Se io non guardo più l’altro come un nemico in sé ma riconosco che posso cambiare la logica e quindi che posso agire in modo diverso per trasformare la sfiducia che si annida nel mio cuore allora sì che posso credere che un cambiamento sia possibile. Che eliminare le armi nucleari è possibile.

La nostra campagna si fonda sull’educazione alla pace e al disarmo, attraverso percorsi di formazione, informazione e sensibilizzazione che puntano a un vero e proprio empowerment delle persone. Vogliamo costruire una società in cui al centro ci sia la sicurezza umana, intesa come il benessere e la felicità di ogni individuo. Solo così possiamo promuovere una cultura di pace autentica e una coesistenza creativa, libera dalla minaccia delle armi nucleari.
Il progetto si compone di diverse attività: la mostra itinerante “Trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalle armi nucleari”, il Senzatomica Revolution Talks evento di sensibilizzazione rivolto ai giovani, i corsi di formazione insegnanti sull’educazione alla pace e al disarmo che vengono organizzati in diverse regioni italiane, lo sviluppo di materiali e laboratori didattici che portiamo nelle scuole, la partecipazione attiva in rappresentanza delle società civile a Conferenze all’interno delle Nazioni Unite e molte altre.
Senzatomica è un movimento di persone comuni che scelgono di credere nel cambiamento. Che scelgono di agire, di educare e di costruire un mondo libero dalle armi nucleari. Insieme, possiamo trasformare la paura in speranza. Insieme, possiamo rendere possibile l’impossibile.
In questi ultimi due anni, grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo lanciato la nuova versione della mostra rinnovata sia nei contenuti che nella sua veste. Questi fondi ci permettono di allestire la mostra itinerante in diverse città italiane, offrendo l’ingresso gratuito a migliaia di visitatori, soprattutto alle giovani generazioni. Inoltre, ci consentono di organizzare il Senzatomica Revolution Talks, i corsi di formazione per insegnanti e di sviluppare nuovi materiali didattici e informativi, diffondendo i principi dell’educazione alla pace e al disarmo in modo capillare e incisivo.
Ma non solo: grazie al supporto dell’8×1000, abbiamo potuto collaborare con istituzioni e partner internazionali, partecipando come società civile alle conferenze sul disarmo organizzate dalle Nazioni Unite. Questo ha rafforzato l’impatto della campagna, portando il nostro messaggio anche a livello globale.

Qual è l’impatto della mostra sui visitatori e come si inserisce nel percorso educativo e di sensibilizzazione che proponete?

La mostra ha già girato più di 80 città italiane; visitata da oltre 460.000 persone – di cui più del 40% studenti e studentesse delle scuole elementari, medie e superiori.
È uno strumento di educazione al disarmo nucleare e alla pace che mira a generare empowerment e senso di responsabilità nei visitatori che hanno la possibilità di diventare attivi sostenitori e protagonisti della Campagna stessa.
All’interno del percorso della mostra, le persone approfondiscono la propria conoscenza legata al concetto di sicurezza umana, il cui elemento centrale è la tutela della vita e della dignità delle persone.
Come si evince dal messaggio della campagna, Senzatomica propone la trasformazione dello spirito umano come punto di partenza per costruire un mondo libero da armi nucleari. Perché questo approccio personale è così importante e in che modo contribuisce concretamente all’obiettivo del disarmo nucleare?

La sfida che si è sempre posta Senzatomica è quella di creare un ponte tra i problemi globali attuali e la nostra vita quotidiana. Come posso sentire un tema così grande collegato alla mia vita di tutti giorni e come posso fare la differenza?

Nella società di oggi in cui regna la rassegnazione e il senso di impotenza nel cuore delle persone il nostro obiettivo è trasmettere prima di tutto speranza, partendo da una visione del mondo diversa da quella a cui siamo abituati. Senzatomica infatti parte dal presupposto che le armi nucleari, i più distruttivi strumenti di guerra, sono al vertice di una piramide di violenza che regna nella nostra società – alla cui base di questa piramide si trovano i conflitti della nostra vita quotidiana. La nostra sfida è elevarci sopra la violenza e l’indifferenza per fermare la corsa agli armamenti ed eliminare queste armi, le più temibili che esistano.
Portiamo avanti questa campagna affinché ognuno/a possa favorire la crescita e lo sviluppo di individui capaci di riconoscere nel cuore/mente degli esseri umani le cause alla base delle guerre e trasformarle.
Proprio come afferma il preambolo della Costituzione dell’UNESCO:
«Poiché le guerre hanno origine nello spirito degli uomini è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace».
E quindi l’interrogativo che ci poniamo sull’effettiva possibilità di trasformare la cultura della violenza in una cultura di pace trova una risposta tangibile e concreta: è la trasformazione dello spirito umano, trasformare i principi su cui si basa il nostro cuore, quell’istinto a voler distruggere gli altri quando li percepisco come ostacolo a ciò che vogliamo ottenere.
Vogliamo invertire la tendenza a sentirsi impotenti di fronte al destino dell’umanità, per questo il cuore della campagna è “trasformare lo spirito umano per un mondo libero da armi nucleari”. Il nostro messaggio è che non si devono avere qualità speciali per cambiare il mondo, ogni persona possiede un potenziale illimitato che può manifestare.
Siamo convinti che ogni persona può decidere di informarsi e conoscere la paradossale deterrenza nucleare; può decidere di ispirarci dalla grande forza e determinazione degli hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki e ai più dei 2.000 test nucleari effettuati nel mondo da parte degli Stati con armi nucleari, che hanno trasformato la loro disperazione in senso di missione; sapere dell’esistenza del TPNW, la norma internazionale che rende illegali tali armi e che indica concretamente come eliminarle dalla faccia della Terra.

Uno degli obiettivi centrali è sensibilizzare la società civile e le istituzioni affinché l’Italia ratifichi il Trattato sulla roibizione delle armi nucleari (TPNW).
Quali sono le principali azioni intraprese per raggiungere questo traguardo?

In quanto organizzazione della società civile che lavora in ambito nazionale e internazionale, abbiamo partecipato a importanti negoziati delle Nazioni Unite per l’adozione di un Trattato internazionale che potesse finalmente vincolare le armi nucleari come armi illegali, il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.
Oltre alla mostra Senzatomica che opera una riflessione ampia per tutta la cittadinanza, portiamo avanti azioni di advocacy con l’obiettivo di coinvolgere sempre più cittadini e istituzioni per stimolare un movimento di opinione pubblica, dialogando con sindaci e parlamentari affinché manifestino il loro sostegno per la ratifica del Trattato da parte dell’Italia, attraverso la sottoscrizione dell’Appello delle città di ICAN per quanto riguarda i comuni italiani, perché le armi nucleari sono progettate per annientare in un’istante le città e sono proprio le città che si fanno promotrici della pace, del dialogo e del rispetto della vita di ogni persona. Affinché ognuna e ognuno possano prendere decisioni informate offriamo laboratori di educazione alla pace per studentesse, studenti, docenti che possono essere attuati in tantissimi altri ambiti in cui è coinvolta la cittadinanza

C’è un episodio particolarmente significativo, vissuto nel contesto del progetto, che vorresti condividere?

Di episodi ce ne sarebbero tantissimi… intanto è veramente significativo essere testimoni delle determinazioni che ogni persona tira fuori all’uscita della mostra e quanto sia di impatto leggere la commozione che hanno provato e il desiderio di fare la pace. Un momento bellissimo è anche quando in occasione del corso di formazione docenti organizziamo una conferenza con le persone sopravvissute a Hiroshima e Nagasaki e gli studenti delle scuole elementari medie e superiori e sentire tutta l’energia e l’ispirazione che gli hibakusha trasmettono e quanto le studentesse e gli studenti si sentano incoraggiati a costruire del bello nella propria vita è bellissimo, specialmente vedere e sentire quanto gli stessi hibakusha siano felici di dedicarsi alle generazioni più giovani affinché nessuno debba vivere mai più ciò che hanno sperimentato loro sulla propria pelle da bambini.
Altri momenti significativi sono vedere le persone, i cittadini che dopo la mostra cominciano a dialogare con il proprio comune per poterlo sensibilizzare sul tema e da questi dialoghi nascono bellissime occasioni in cui portare avanti tante iniziative e far sì che quella città sia promotrice in prima linea del disarmo nucleare – adesso siamo a più di 110 Comuni italiani che sostengono la nostra campagna e si sta creando un’ondata di cambiamento sempre più grande.

Come è articolata la mostra:

Il cuore pulsante della mostra è il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), che rappresenta il filo conduttore dell’intero percorso espositivo. La mostra è suddivisa in cinque aree tematiche.
Si parte dall’atrio, dove i visitatori vengono accolti dalle testimonianze dei sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, i veri esperti delle conseguenze delle armi nucleari, che hanno vissuto in prima persona terribili sofferenze.
Subito dopo, si entra nell’atmosfera della memoria, un viaggio nel tempo che ripercorre le tappe storiche prima e dopo lo scoppio delle bombe atomiche sulle due città giapponesi. In questa sezione, grazie alla realtà virtuale, i visitatori possono rivivere in prima persona l’orrore di quei bombardamenti e comprendere l’impatto devastante delle armi nucleari sul genere umano e sul pianeta. La narrazione è accompagnata dalla voce intensa di Carmen Consoli.
Il percorso prosegue nella Libreria delle Voci, dove si affrontano temi cruciali come la follia della deterrenza nucleare, il concetto di sicurezza, l’enorme quantità di risorse economiche destinate agli armamenti e il legame tra disarmo e Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
Arrivando al Tavolo delle Genti, l’attenzione si sposta sulla responsabilità di ciascuno di noi nel costruire un mondo libero da armi nucleari. Questo spazio interattivo permette sia agli studenti sia ai visitatori di approfondire i temi trattati attraverso un confronto diretto e dei laboratori.
Infine, il percorso si conclude con il Tunnel dell’Intenzione, un passaggio simbolico in cui ogni visitatore può lasciare un messaggio, un impegno o una promessa verso un futuro senza armi nucleari.

Conservare la memoria per trasformare la realtà

Abbiamo intervistato Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale Arci che ci ha parlato del portale “Pace in movimento. Storia del pacifismo italiano”, un progetto finanziato dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, volto alla divulgazione della storia del movimento pacifista italiano; perché se è tanto importante conoscere gli errori della storia, è bene conoscere anche quali sono le storie positive del nostro paese, quelle che ci danno il coraggio di continuare a impegnarci nella realizzazione della pace.

Come è nata l’idea di realizzare questo “Portale del pacifismo italiano” e perché avete ritenuto fosse importante?

Il progetto del Portale è un’impresa collettiva che coinvolge tre organizzazioni: ARCI, “Un ponte per” e “Sbilanciamoci”. L’idea è nata per la congiunzione tra due storie. Quella di Tom Benetollo, presidente indimenticato dell’ARCI e quella del pacifismo italiano. Mentre pensavamo a cosa fare per ricordare Tom, visto che quest’anno cade il ventesimo anniversario della sua morte, abbiamo riflettuto su ciò che sta avvenendo ora in Ucraina e a Gaza. Queste guerre ci danno l’idea che tutti i limiti, in termini di orrore, sono stati superati.
Crediamo fortemente che la memoria di ciò che è stato, sia qualcosa che abbiamo il dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi. Gli alberi senza le radici non crescono e siccome la storia dei movimenti sociali e soprattutto del pacifismo non è molto conosciuta, vogliamo raccontarla in modo corretto.
Faccio parte della generazione pacifista che ha mosso i primi passi negli anni ’80 e, seppur continuiamo ad essere attivi, questo è il tempo di una generazione nuova che si affaccia all’attivismo sociale ma che sta affrontando anche delle sfide incredibili.
Quando abbiamo iniziato, si aveva la percezione di poter aspettare affinché gli effetti del movimento pacifista potessero concretizzarsi. Abbiamo visto gli effetti di quelle battaglie per la pace: la nostra generazione ha lottato per l’abbattimento del muro di Berlino ed è caduto, abbiamo combattuto per la liberazione di Nelson Mandela e assistito alla sua scarcerazione. Ora invece le nuove generazioni devono combattere con il fattore “tempo” perché quello che accade sta mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa dell’umanità.
La mia generazione non deve dare lezioni ai più giovani, che hanno sfide molto grandi di fronte a sé, poiché ogni generazione costruisce la propria cultura anche rompendo con le generazioni passate. Tuttavia, conoscere la storia permette di avere delle solide basi su cui poter progettare il futuro.

Come è strutturato il portale e chi può averne accesso?

Il portale è ad accesso libero, tutti possono fruirne. Al suo interno è strutturato con diverse sezioni.
Una di queste sezioni racconta le radici del pacifismo prima degli anni ’80, includendo anche il pacifismo precedente alla Prima Guerra mondiale. Un’altra sezione è incentrata sugli anni ’80, sulla lotta al disarmo nucleare e l’abbattimento del muro di Berlino. Poi si raccontano gli anni ’90, in cui il pacifismo si è effettivamente diffuso nel mondo, il decennio delle guerre balcaniche e dell’impegno per la pace in Medio-Oriente.
Si passa poi alla sezione dedicata agli anni 2000, il decennio in cui il movimento pacifista si intreccia con il movimento per la giustizia globale, sociale e climatica. In quel periodo il pacifismo non è più un movimento a parte, ma incorpora tante istanze e l’esistenza di una rete globale che sfocia nella protesta contro la guerra in Iraq che fa dire al New York Times che quel movimento è la seconda super potenza mondiale. Gli anni successivi sono quelli del rafforzamento dell’estrema destra che inizia a prendere piede ovunque, come risposta reazionaria alle paure delle persone di fronte alla crisi globale. Infine, l’ultimo decennio, quello contemporaneo, che ha di fronte a sé una guerra mondiale “a pezzetti”, che rischia di diventare totale.

Nel 2018 il premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel e il presidente Daisaku Ikeda hanno lanciato un appello ai giovani del mondo in cui scrivono: «In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”». Qual è il ruolo della memoria nella costruzione di “un altro mondo possibile”?

Le persone tendono a connettere la memoria con le tragedie passate e non alla storia che trasforma il mondo, agli eventi positivi, alla lotta, all’entusiasmo, alla determinazione e alla pazienza che hanno pian piano cambiato le cose.
Tendiamo a non soffermarci sulla storia positiva che ha contribuito al cambiamento ma raccontiamo molto di più le storie tragiche.
È importante secondo me trasmettere alle nuove generazioni che la “strada” su cui camminano è una storia colma di energia positiva e di persone che hanno lottato prima di loro. Il filo rosso che lega la lotta per l’emancipazione e la liberazione degli esseri umani arriva da lontanissimo, ed è un filo che interseca tantissime culture, ideologie, esperienze diverse. La storia pacifista è un filo che corre lungo tutta la storia dell’umanità, comprende le rivolte dei contadini nel ‘500, delle persone bruciate sui roghi, le tante storie di ribellione contro l’ingiustizia. Dovremmo sentirle tutte come storie nostre. Siamo figli di un’immensa narrazione che è riuscita a combattere contro poteri giganteschi orientati verso il dominio.
La memoria significa essere consapevoli che veniamo da un percorso lunghissimo che è passato anche attraverso grandi sconfitte. Un esempio è la storia del movimento di liberazione in Italia dal nazifascismo. Noi celebriamo la sua vittoria, la parte relativa alla liberazione, ma non sappiamo molto della storia precedente, quella che riguarda tutti i partigiani che hanno lottato e perso la vita in un momento in cui il fascismo sembrava essere infallibile. Ma senza di loro, il 25 aprile non ci sarebbe stato. Dobbiamo riappropriarci di tutta la storia di coloro che hanno lottato per liberarci dalla sopraffazione e dal dominio che l’essere umano tenta di manifestare nel controllare l’altro e la natura. In questo modo possiamo pensare che “un altro modo sia possibile”.

Come saranno organizzati gli incontri di sensibilizzazione e quali risultati vi aspettate?

L’idea è di organizzare delle iniziative che coinvolgano attivamente le persone, che siano aderenti ai bisogni di chi ce le chiederà. Per esempio, unire la presentazione del Portale a una discussione su come essere migliori pacifisti oggi, con il coinvolgimento dei giovani e degli studenti.
Vorremmo usare il Portale per darci la forza di discutere su come fare ora per essere pacifisti attivi. In una recente iniziativa che abbiamo organizzato a Piacenza, c’erano molti attivisti, una ragazza ha affermato che seppur lei credeva nella nonviolenza, nel mondo contemporaneo ha iniziato a pensare che forse la violenza sia l’unica opzione possibile. Allora, le ho raccontato di quando ero un’attivista giovane negli anni ’70, un movimento che poi degenerò in violenti scontri di piazza. Questo mi portò ad allontanarmi dalla politica in quel periodo, per paura.
Negli anni ’80 ricominciai a seguito di una manifestazione per la pace in cui vidi la partecipazione di tante persone nonviolente. Lì compresi che la forza della non violenza è il mezzo per esprimere il massimo livello di partecipazione. Infatti, grazie alla non violenza tutti esprimono il dissenso senza bisogno di delegare nessuno per la paura di essere coinvolti in un conflitto violento.
La nonviolenza è l’esperienza massima di manifestazione del conflitto – un elemento sempre presente nella storia dell’essere umano – che ha la forza di potersi esprimere pacificamente da parte di tutte e tutti, anche dalle persone più vulnerabili.

Proteggiamo le persone, non i confini

Abbiamo intervistato Barbara Galmuzzi dell’Associazione Comitato 3 ottobre, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “Protect people, not borders”, che ha come obiettivo quello di coinvolgere la comunità scolastica e le istituzioni europee per offrire opportunità di riflessione e approfondimento su temi quali l’accoglienza, la memoria, le migrazioni e l’integrazione culturale.

Come nasce la vostra organizzazione? Potete condividere alcuni passaggi salienti della sua costituzione e della sua missione?

Il 3 ottobre 2013, in un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, hanno perso la vita 368 migranti. 
Il nostro attuale presidente Tareke Brhane, ormai cittadino italiano ma nato in Eritrea, si trovava proprio a Lampedusa come mediatore culturale. Lui il viaggio tra la Libia e Lampedusa l’aveva fatto per ben due volte.
Tareke vide morire 368 persone di nazionalità eritrea, accolse sia i sopravvissuti, sia i familiari che nei giorni successivi arrivarono a Lampedusa.
Fu una delle più grandi tragedie del Mediterraneo, l’isola si popolò di giornalisti che si chiesero il perché continuavano ad accadere questi naufragi, spesso nel silenzio più totale delle istituzioni e della stampa.
Una sera, proprio a Lampedusa, è nata l’Associazione Comitato 3 ottobre costituito da una parte più sociale fatta da mediatori culturali e linguistici e un’altra parte di giornalisti.
Nasce con l’obiettivo di approfondire un dialogo con le istituzioni e con i giornalisti stessi, e di coltivare la memoria di ciò che accade nel Mediterraneo raccontandola soprattutto alle nuove generazioni nelle scuole. Solo attraverso la conoscenza, la coltivazione della memoria e il dialogo si può migliorare la situazione del fenomeno migratorio.

In commemorazione del decimo anniversario del 3 ottobre 2013, siete stati invitati, a marzo 2023, presso il Parlamento europeo a parlare dei diritti dei migranti, delle migliaia di vittime ancora non identificate che hanno perso la vita nel Mediterraneo.

Il successo di quell’evento è stato riuscire a portare 350 studenti e studentesse dall’Italia e da altri paesi europei all’interno del Parlamento.
Tanti studenti visitano il parlamento ma è stata la prima volta che la sala principale ha visto la presenza di così tanti di loro (si entra solo se si è accreditati). Alcuni studenti hanno anche gestito una tavola rotonda. Dal punto di vista formativo, è stato importante trasmettergli che in quel luogo si prendono delle decisioni che ricadono sulla vita delle persone che migrano. Non si tratta di convincere nessuno della necessità di diventare attivisti del Comitato 3 ottobre ma dell’importanza di attivarsi nella propria vita in prima persona, perché anche se hai 16 anni sei un cittadino italiano ed europeo che porta sulle spalle una grande responsabilità.
Nel questionario che abbiamo somministrato a Bruxelles, l’80% dei ragazzi ha risposto che, al netto delle conoscenze acquisite, era stato importante aver capito la necessità di poter fare qualcosa. Avranno tempo di imparare cos’è il diritto internazionale umanitario dal punto di vista tecnico, per noi è importante far arrivare loro il messaggio che la morte di 30.000 persone nel Mediterraneo, è la morte di 30.000 persone che avevano una storia, un’identità. Loro ascoltando i testimoni possono identificare un essere umano con un nome, un cognome, una storia per superare la “spersonalizzazione” dei grandi numeri che spesso porta all’indifferenza.

In cosa consiste il progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e quali sono i risultati che siete riusciti a realizzare? In che modo sono coinvolti studenti e studentesse?

Gli studenti e le studentesse sono coinvolti durante la Giornata della memoria e dell’accoglienza a Lampedusa.
Per loro è un momento immersivo in cui la mattina partecipano a laboratori formativi. A questa edizione ci saranno 28 laboratori, ad esempio uno con Emergency per ascoltare la testimonianza di come avviene un salvataggio in mare, uno con Medici Senza Frontiere per approfondire cosa comporta fare un viaggio oltre i confini, con la Croce Rossa per far vivere l’esperienza della perdita del contatto con i componenti del proprio nucleo durante la migrazione, e tanti altri.
Il pomeriggio vengono organizzate delle tavole rotonde. E la sera ci sono attività ricreative dove hanno l’occasione di conoscersi e condividere storie. È bellissimo vedere come ragazzi provenienti da scuole diverse da tutta Europa fanno amicizia tra di loro.
Ma non è finita qui, perché dopo questo evento inizia quello che noi chiamiamo “I semi di Lampedusa” perché metaforicamente a Lampedusa gettiamo un seme di cui poi ci prendiamo cura tutto l’anno.
Come lo facciamo? Tramite i nostri formatori organizzando dei laboratori didattici e l’attività peer to peer (tra pari), oppure portandoli in momenti formativi in Europa, a Rotterdam, Parigi, Bruxelles, Colonia, Francoforte, ecc.
Con i laboratori formativi siamo arrivati a coinvolgere oltre 7000 studenti e 280 insegnanti.
Senza i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai non avremmo realizzato praticamente nulla perché siamo una piccola realtà.
Se siamo riusciti l’anno scorso a organizzare Lampedusa e “I semi di Lampedusa” è stato grazie alla Soka Gakkai, ma non si tratta soltanto di una questione economica ma valoriale e di collaborazione.

Il vostro lavoro vi fa essere costantemente in contatto con la società, qual è la vostra percezione della società italiana rispetto al tema immigrazione e quali sono gli aspetti che vorreste vedere cambiati in questo senso?

Vorrei che cambiasse la narrazione che viene fatta del fenomeno migratorio.
Ad oggi, le narrazioni di chi muore nel Mediterraneo sembrano tutte uguali, praticamente sono incomprensibili.
Nessuno, ahimè, si prende più la briga di spiegare perché queste persone partono, da dove vengono. La disumanizzazione che viene fatta nei social, le semplificazioni…
A noi come Comitato piacerebbe dar voce a queste persone e smettere di usare la parola “migrante” come una grande categoria, rigida. Cambiare il lessico e le parole che usiamo sull’immigrazione, che trasmettono l’idea che ci siano esseri umani di serie B.
Se vogliamo creare un cambiamento nella società in questo senso, noi siamo convinti che sia necessario farlo partendo dai giovani.
A noi piacerebbe, e in parte lo facciamo, fare entrare nelle scuole i testimoni di questi viaggi, perché è importante ascoltare dalla voce di chi ha oltrepassato i confini, che può raccontare come questi confini sono fatti, le città che hanno visto, i fiumi, le muraglie, come sono fatti i guardiani, le carceri, i custodi, gli angeli che li hanno salvati, chi li ha accolti, i predoni che hanno rubato loro tutto, i covi in cui venivano tenuti e come sono fatti soprattutto i compagni di viaggio, quelli che a un certo punto tu chiami “compagno”.
Perché anche se ha attraversato l’inferno con te è quello che ti ha dato la possibilità di andare avanti. Ecco, a noi piacerebbe che nella scuola, oltre spiegare che cos’è la Convenzione di Ginevra, venisse data la voce a chi il viaggio l’ha fatto.

Quali altre azioni possiamo compiere per diffondere una visione della vita più rispettosa e accogliente?

Credo che sia necessario informarsi e una volta che si conosce, si può diventare una sorta di diffusore di motivazione.
Ci sono quelli che fanno gesti eroici, c’è chi salva vite in mare per cui ci vogliono determinate competenze. Ma c’è anche la possibilità che da cittadini comuni si possa fare la differenza usando la nostra voce e il nostro talento per promuovere la consapevolezza.
Posso andare a fare volontariato, posso venire a Lampedusa.
Io credo che si debba partire sempre da piccole azioni ma spesso sono quelle che fanno la differenza.
Certo, ci sarebbe da cambiare la politica securitaria sul fenomeno migratorio, la narrazione dei media, ma noi siamo convinti che lo si faccia partendo dal basso attraverso il passaparola, la conoscenza e il dar voce… in qualche modo dall’attivarsi per creare un mondo più accogliente e solidale.

Insegnare Educazione alla cittadinanza globale

Abbiamo intervistato Massimiliano Tarozzi (cattedra UNESCO all’Università di Bologna), Margherita Romanelli (We World) e Vera Malavolti (studentessa), alcuni dei protagonisti del progetto “Insegnare Educazione alla cittadinanza globale all’università”.

Il progetto, sostenuto con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e promosso da We World onlus in collaborazione con UNESCO Chair in Global Citizenship Education in Higher Education dell’Università di Bologna, mira a generare un senso di appartenenza a una comunità più ampia e a un’umanità comune, in un’ottica di interdipendenza politica, economica, sociale e culturale e di interconnessione tra il locale, il nazionale e il globale

Cosa significa essere un cittadino globale in questo momento storico e quanto è importante che i giovani si appassionino sempre di più a questa tematica?

Tarozzi: L’educazione alla cittadinanza globale è un approccio all’educazione che negli ultimi due decenni l’Agenzia delle Nazioni Unite, in particolare l’UNESCO che si occupa di educazione, cultura e scienza, ha fortemente promosso.
È un’idea di educazione civica globale, per formare le nuove generazioni, che dura e si sviluppa lungo tutto l’arco della vita. Abbraccia l’educazione alla pace, interculturale, ai diritti umani, di genere, ma anche l’educazione allo sviluppo sostenibile, ambientale ed ecologico. Educare alla cittadinanza globale significa usare un approccio trasformativo che non si limita a trasmettere conoscenze e competenze, che sono certamente utili, ma non sono sufficienti per mettere in grado le persone di adottare dei comportamenti diversi, più responsabili; tale approccio permette di adottare uno sguardo diverso, che sia onnicomprensivo, integrato, olistico e abiliti le persone ad agire con più responsabilità e più impegno sociale. Come professore universitario sono responsabile del corso di Competenze alla cittadinanza globale, un corso trasversale che non riguarda solo scienze dell’educazione, sociologia o scienze politiche ma che è accessibile a studenti di tutti gli indirizzi.

Come è nato il progetto sostenuto dai fondi 8×1000 della Soka Gakkai?

Tarozzi: Insegnare le competenze di cittadinanza globale non è solo tenere lezioni in aula, far prendere appunti, assegnare delle letture e poi verificare l’apprendimento di quelle letture. Certo, le letture sono fondamentali… Conoscere i problemi e le sfide che sono in corso nel mondo e gli orientamenti teorici che cercano di affrontare queste sfide, ma innescare questo processo trasformativo, questo è l’obiettivo principale.
Da qui è nata l’idea di combinare le lezioni in aula – ospitando docenti di diverse discipline – insieme a un viaggio esperienziale, lavorando con l’organizzazione We World che è già attiva sul campo con progetti legati alla cittadinanza globale. Questa esperienza consente allo studente di mettere in discussione le proprie convinzioni e i valori già consolidati, i pregiudizi che ha sviluppato – soprattutto noi europei nei confronti dell’Africa. Aprire il proprio orizzonte e una visione del mondo facendo un viaggio di studio in un paese che vive una condizione totalmente diversa dalla nostra.
L’anno scorso eravamo in Libano, a Beirut, quest’anno in Tunisia.
Un enorme ringraziamento va all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ha colto immediatamente il senso e lo spirito di questa iniziativa. Senza questo sostegno non sarebbe stato possibile portare gli studenti in Tunisia, se non chiedendo agli studenti di pagare di tasca loro, e quindi penalizzando coloro che non hanno la disponibilità economica.
Infine, un altro ringraziamento va alla dott.ssa Annalisa Quinto (Unibo) e al dott. Gian Marco Alonzi (WeWorld) per il prezioso lavoro di supporto organizzativo, senza il quale questo progetto non ci sarebbe stato.

Come è strutturato il progetto Insegnare Educazione alla cittadinanza globale nell’università?

Romanelli: Le attività principali sono due: un viaggio di studio in Tunisia in collaborazione con UNESCO Maghreb e Università di Cartagine per approfondire i temi legati alla migrazione e alla sostenibilità globali e un tirocinio breve presso WeWorld, ONG impegnata in progetti di Educazione alla cittadinanza globale sui temi della parità di genere, della giustizia climatica, di modelli di consumo e sviluppo sostenibili in particolare in agricoltura.
We World svolge attività di educazione alla cittadinanza globale sul territorio italiano in collegamento con programmi europei ed internazionali. Uno dei nostri obiettivi come organizzazione è di influenzare i policy maker perché ci sia una sempre maggiore integrazione dell’approccio dell’educazione alla cittadinanza globale all’interno delle politiche locali, nazionali e internazionali.
Grazie ai fondi 8×1000 della Soka Gakkai abbiamo strutturato il progetto integrando due componenti, il lavoro in Italia e il viaggio all’estero per far toccare con mano agli studenti la dimensione globale. Lo scopo del progetto è acquisire le competenze su come agire sui nostri territori mantenendo però una visione consapevole e globale. Avere una prospettiva che crei ponti e relazioni. Da diversi anni abbiamo una nostra sede in Tunisia, dove ci occupiamo di sviluppo locale, questo ci ha consentito di attivare i tirocini per gli studenti cui abbiamo abbinato una dimensione più teorica in ambito accademico e una più operativa in cui si ravvisa la difficoltà di lavorare in certi contesti.

Perché ti sei interessata al progetto?

Malavolti: Ho una formazione antropologica e questo percorso rappresentava un’intersezione tra tutto quello che avevo studiato fino a quel momento.
A livello accademico non è facile trovare dei corsi che affrontino temi così attuali come la migrazione, la globalizzazione, la sostenibilità, ma anche semplicemente il pluralismo socioculturale.
Inoltre, la dimensione dell’esperienza che abbiamo fatto in Tunisia è stata fondamentale per consolidare le conoscenze teoriche che avevo appreso nel corso di studi e per poter vedere concretamente come si realizzano.

Cosa hai imparato nel viaggio?

Malavolti: Nel viaggio abbiamo approfondito le dinamiche che influenzano le nostre vite in quanto cittadini italiani, ma anche come cittadini europei. Affrontata la dimensione storico culturale, per esempio, siamo andati a visitare musei relativi alla Tunisia, siti storici. Ma abbiamo approfondito anche la dimensione dell’istruzione attraverso l’UNESCO Maghreb e l’Università di Cartagine. È stato interessante rapportarci con altri studenti.
Alla fine di ogni giornata facevamo un briefing insieme in cui discutevamo di ciò che avevamo visto e sentito.
In questo clima politico e in questo momento storico non molti cittadini europei hanno questa possibilità. Questo tipo di lavoro su di sé è, come si dice in antropologia, un po’ uno shock, ma è scontrandoti con l’altro che puoi vedere chi sei veramente.

Come è stato incontrare studenti di un altro paese?

Malavolti: È stato molto ambivalente, in realtà è stato il tema più divisivo perché ci siamo trovati noi cittadini europei in viaggio studio con l’entusiasmo e la libertà di poter avere uno scambio. Sapevamo cosa ci saremmo trovati davanti, ma quando sei lì è tutto diverso. Confrontarsi con le limitazioni che ha uno studente dell’Università di Cartagine, cioè l’impossibilità di muoversi altrettanto liberamente, è stata una cosa molto scioccante ed emotivamente molto intensa.

Vorresti lanciare un messaggio di speranza agli altri giovani?

Malavolti: Per crescere come individui è fondamentale tenere a mente la trasversalità nella nostra vita, orientarci alla ricerca del “dettaglio fuori posto” come se avessimo una lente di ingrandimento che ci fa vedere le cose e ci fa capire dove sta la verità. Scavare nella realtà con spirito critico. Io penso che questa cosa ci permetta di costruire una società più giusta.

Rispondere a un forte bisogno del territorio

Intervista a Silvia Ciacci, responsabile del progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione – Fase 2”, finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e promosso dall’Associazione la Rotonda. Il progetto viene attuato in Lombardia, a Baranzate (Città Metropolitana di Milano) e in altri comuni della fascia settentrionale del Milanese, in contesti caratterizzati da vulnerabilità socioeconomica.

 

Può raccontarci gli obiettivi principali della seconda fase del progetto?

I beneficiari del progetto sono giovani NEET (non studiano, non lavorano e non ricevono una formazione) o che rischiano di divenire tali, nella fascia d’età 15-29 anni. Il primo obiettivo è di supportarli nello sviluppo di competenze soft: stima, sicurezza, riqualificazione professionale e accompagnamento psico-emotivo soprattutto nel caso in cui il giovane presenti delle disabilità fisiche e/o psichiche, sia di natura permanente che temporanea.
Il secondo obiettivo è di sostenerli nella ricerca attiva del lavoro, non solo con la stesura del CV e del bilancio delle competenze ma anche nella preparazione e l’accompagnamento all’ingresso consapevole al mondo del lavoro. Quindi preparare il colloquio, trovare il lavoro per loro più adatto, accompagnarli in azienda, seguire il tirocinio e trovare le opportunità formative più adatte.
Li aiutiamo a entrare nel mondo del lavoro con un primo tirocinio extracurricolare e borse di lavoro.
Tra le varie formazioni che offriamo è molto importante quella sui diritti e i doveri dei lavoratori con la banale lettura della busta paga o delle tutele contrattuali che spesso sono poco conosciute.
L’ultimo obiettivo riguarda il coinvolgimento delle aziende sensibili a tematiche di diversity inclusion.

Ci sono approcci particolari o innovativi che vengono utilizzati con i beneficiari?

Come Associazione La Rotonda abbiamo un’ottima capacità capillare di intercettare il disagio, essendo molto calati in una realtà territoriale che presenta delle condizioni di fragilità. Il fatto di avere molteplici servizi ha facilitato il lavoro di intercettazione ed emersione del bisogno lavorativo.
La forte connessione tra i servizi fa sì che il beneficiario venga preso in carico a 360 gradi.
Questo aspetto si unisce al percorso altamente individualizzato che portiamo avanti con i beneficiari, i miei colleghi fanno un grandissimo lavoro di ascolto, dedicando tante ore di colloquio, con l’obiettivo di far emergere chiaramente il bisogno che altrimenti resterebbe nascosto.

Il progetto ha già ottenuto molti risultati, può condividerne alcuni? Quali sono i principali risultati che vi aspettate per questa seconda fase?

Nella prima fase del progetto siamo riusciti a supportare 160 beneficiari nella fascia d’età 15-29 anni e abbiamo coinvolto circa 80 risorse umane delle aziende esterne.
La seconda edizione del Festival In & Aut che si è tenuto a maggio è stato un grosso risultato in termini di rete, di collegamenti con aziende e con chi si occupa da più tempo di persone con neuro divergenze.
L’altro risultato importante è stato lavorare in modo più strutturato con le fragilità estreme, ovvero non solo quella socioeconomica ma con ragazzi con disabilità che non sono certificate.
Sono disabilità a tutti gli effetti perché li rendono meno abili a lavoro, meno performanti o capaci di entrare nel mondo del lavoro, si tratta di una “fascia grigia” ma molto consistente di giovani che non riescono a sostenere un colloquio di lavoro emotivamente o ad essere puntuali… magari fanno tirocini ripetuti all’infinito. Stiamo continuando a migliorare questo aspetto anche grazie all’inserimento nel nostro organico della figura dell’operatore diversity inclusion.

Quali sono state le principali sfide incontrate finora nella realizzazione del progetto?

Molte aziende oggi sono interessate al tema della diversity inclusion, ci sono anche molti sgravi per loro, ma abbiamo l’impressione che siano più interessate sulla carta che nella realtà dei fatti. Quindi la prima sfida è la sensibilizzazione e l’ampliamento della nostra rete con le aziende.
L’altro aspetto riguarda invece il coinvolgimento del beneficiario, infatti può capitare che a prescindere da tutto il lavoro che si fa con loro, alcuni a un certo punto non si presentano più, non rispondono più, e non necessariamente sono quelli con maggiori disabilità o problematiche di tipo psichiatrico.
Dopo la pandemia abbiamo riscontrato un peggioramento nei giovanissimi della capacità di attenzione e di impegnarsi a partire dalla puntualità. La fase due del progetto spinge molto di più sull’orientamento scuola-lavoro. Lavoriamo trasversalmente tra servizi, ad esempio i ragazzi dal servizio doposcuola possono transitare direttamente a quello sull’orientamento al lavoro.

Ci sono altre organizzazioni o enti coinvolti nel progetto? Invece, in che modo la comunità locale è coinvolta?

Come Associazione La Rotonda noi lavoriamo tantissimo in rete, non possiamo avere tutte le competenze del mondo!
Collaboriamo con una fondazione che ha un grosso programma sui diritti e doveri dei lavoratori, che contribuiscono sia alla formazione dei beneficiari sia a quella del nostro personale.
Altre associazioni attivano a livello amministrativo i nostri tirocini, collaboriamo anche con altri enti formativi accreditati dalla Regione Lombardia. Abbiamo una serie di soggetti che fanno parte della nostra rete che sono focalizzati sul lavoro e ognuno contribuisce dandoci un supporto nella ricerca di opportunità lavorative o per l’attivazione di corsi di formazione.
In termini di coinvolgimento della comunità locale – come già detto – noi siamo molto presenti sul territorio, ad esempio il nostro centro si trova proprio in mezzo al quartiere e offre una scuola di italiano, incontri per gli anziani del quartiere, doposcuola per i bambini, lo sportello lavoro e lo sportello migrazioni. Il servizio è anche un modo per attivare la comunità; infatti, lo sportello aveva dei volontari che adesso sono transitati al Centro d’ascolto o su altri servizi.
Oppure dei ragazzi che frequentavano il dopo scuola adesso fanno volontariato per aiutare i bambini delle elementari. Noi siamo ben felici di accogliere volontari, questo aiuta i giovani nello sviluppo delle competenze soft.

Come vedete l’evoluzione del progetto nei prossimi anni?

Da una parte vogliamo consolidare ciò che sta funzionando ma dall’altra siamo sempre pronti a rivedere e rinnovare.
Pensando al futuro, penso sia importante potenziare la nostra offerta formativa. Attualmente abbiamo un corso di formazione di sartoria e un laboratorio di ciclo officina che interessa i giovani del doposcuola di 14-17 anni e vorremmo potenziarlo in un corso di formazione.
Le nostre offerte formative ci consentono di porre maggiore attenzione all’individualità, non solo alle competenze tecniche ma anche alla socializzazione. Per esempio, i beneficiari che lavorano insieme organizzano uscite e creano un ambiente molto accogliente. Potremmo così introdurre idee e uno stile più nostro, più personale.

C’è qualche aspetto in particolare che ritieni importante sottolineare riguardo alla tua esperienza all’interno del progetto “In & Aut”?

Se parlo in veste di progettista, è stata un’esperienza davvero positiva. Negli anni di esperienza ho visto tantissimi donatori, quello che ho sperimentato con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato avere un dialogo e un confronto costante, con un’ottica di lavoro di medio periodo. Questo è stato davvero rincuorante. Davanti alle difficoltà, grazie al confronto, si sente di poter affrontare e superare le varie cose che succedono. È stata un’esperienza estremamente positiva di scambio, condivisione e strutturazione di una metodologia di lavoro che sta diventando patrimonio comune della nostra associazione. Come dipendente dell’Associazione La Rotonda è stato molto bello e sfidante veder crescere un’area – come quella dedicata al lavoro – che rispondeva a un bisogno forte sul territorio e che ha preso in carico una fascia di giovani molto vulnerabili. Direi un successo su tutti i fronti!

Maschile Plurale

Il progetto “Contrastare la violenza di genere trasformando la cultura che la produce”, realizzato dall’associazione Maschile Plurale grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, svolge un’azione integrata sul piano della formazione, della comunicazione e della produzione di linee guida, al fine di promuovere la consapevolezza maschile sulle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza di genere.

 

Stefano Ciccone, Presidente dell’Associazione Maschile Plurale

È urgente la necessità di ripensare gli interventi di contrasto alla violenza di genere coinvolgendo un numero sempre maggiore di uomini nella promozione di nuove relazioni di genere. Lei è presidente dell’Associazione Maschile Plurale, qual è la vostra mission e a chi è indirizzata?

Maschile Plurale è nata da una presa di consapevolezza come uomini di quanto la violenza maschile contro le donne chiamasse in causa tutti noi, mettesse in discussione una cultura diffusa e condivisa, chiedesse di cambiare la nostra idea di amore, di famiglia, la nostra concezione della sessualità. Ridurre la violenza a questione di “cronaca nera” e invocare risposte repressive finisce per essere una fuga dalla propria responsabilità: deleghiamo alla giustizia la repressione senza scalfire la nostra “normalità”. Noi abbiamo iniziato, ormai molti anni fa, a prendere parola come uomini contro la violenza, ma anche a costruire spazi di confronto tra uomini per indagare i fili sotterranei che collegavano noi a quella violenza che sapevamo non essere né mera devianza o patologia né residuo del passato né riducibile a frutto di marginalità e degrado.
Questo confronto tra uomini non riguarda solo o tanto la violenza, ma prova a interrogare le nostre vite per produrre un cambiamento. Non si tratta solo di un impegno volontaristico, frutto di un’assunzione di responsabilità di fronte al dominio e alla violenza esercitati dagli uomini. Spesso abbiamo pensato il cambiamento separando la dimensione sociale da quella individuale. Noi crediamo che il potere e il privilegio abbiano anche prodotto una miseria nella vita degli uomini e crediamo che la libertà e l’autonomia delle donne, con cui ci misuriamo sempre più, non siano una minaccia ma, al contrario, un’opportunità per la nostra libertà e la qualità delle nostre vite.

In cosa consiste esattamente il progetto “Contrastare la violenza di genere trasformando la cultura che la produce”?

Siamo partiti dalla nostra esperienza e dalla frustrazione che incontrano le tante persone impegnate nel contrasto alla violenza. Sempre di più si parla di violenza contro le donne, ma troppo spesso se ne parla male. Crescono le iniziative istituzionali e della società, ma il fenomeno non pare essere scalfito. Ci siamo chiesti, allora, cosa manca? Cosa non funziona? E abbiamo ragionato su tutti i limiti che abbiamo incontrato nei vari ambiti di intervento in cui siamo impegnati: dalla comunicazione al lavoro con gli autori di violenza, dagli interventi nelle scuole alle campagne istituzionali per il contrasto del fenomeno. In questi anni abbiamo ragionato sulle ambiguità, spesso sulle contraddizioni e addirittura sulle inconsapevoli complicità che questi interventi mostrano con la cultura che genera e giustifica la violenza: dalla rappresentazione delle donne deboli all’alimentazione di una ingiustificata nostalgia per modelli sociali tradizionali, dal linguaggio spesso superficiale e conformista. Abbiamo pensato fosse necessario provare a dedicare del tempo, oltre la fretta quotidiana del fare, a mettere a punto tutti questi limiti per provare a dare qualche risposta e qualche indicazione basata sulla nostra esperienza, sul confronto con le tante realtà che abbiamo incontrato e con cui collaboriamo. Partendo dall’assunto che dà il titolo al progetto – produrre una trasformazione culturale – abbiamo dunque deciso di mettere in campo un lavoro che tenga insieme la riflessione, l’ascolto delle esperienze e l’impegno a proporre soluzioni, offrire strumenti culturali e riferimenti concreti per contribuire a cambiare il modo in cui tutti e tutte affrontiamo il fenomeno della violenza.

Con i fondi 8×1000, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha finanziato il progetto. Quale impatto si spera di avere grazie a questo contributo?

La disponibilità dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai a sostenere la realizzazione di questo progetto è stata per noi una sorpresa molto importante che ci carica anche di responsabilità. L’obiettivo è superare la frammentazione delle iniziative degli interventi e costruire risposte integrate e utili nel tempo, riproducibili, condivisibili e coerenti. L’impatto che ci prefiggiamo è su due piani: il primo consiste nel realizzare occasioni di confronto vere tra i diversi soggetti, le realtà associative istituzionali e le diverse professionalità impegnate a vario titolo in questo ambito per far avanzare approcci più consapevoli. Abbiamo iniziato con l’ambito più controverso che è quello del lavoro con gli autori di violenza e con quello degli interventi didattici e di sensibilizzazione nelle scuole. Anche questo, peraltro, incontra, come è noto, molte resistenze. A breve si svolgeranno due incontri a cui teniamo molto e che coinvolgono da un lato gli operatori e le operatrici dell’informazione e della comunicazione per una riflessione critica sui molti limiti del modo in cui i media trattano il problema, ma anche dei limiti che segnano le campagne di sensibilizzazione prodotte da istituzioni, aziende e associazioni. Il secondo incontro coinvolgerà associazioni, mediatori culturali, associazioni di donne e comunità immigrate e riguarderà la violenza in una società multiculturale: dall’uso xenofobo e securitario dell’allarme per la violenza contro le donne, alla violenza diffusa e istituzionale esercitata sulle donne migranti sottoposte a tratta. Vogliamo ragionare insieme a chi lavora “sul campo” su come costruire una comunicazione destinata a giovani maschi provenienti da altre culture sulle relazioni tra i sessi e valorizzare le esperienze e le elaborazioni di donne di culture e religioni diverse. Tutto questo lavoro è sempre accompagnato dal coinvolgimento dei gruppi locali dell’associazione a cui chiediamo di valorizzare le proprie relazioni territoriali, ma anche di intervenire nel merito del confronto. Il secondo piano di intervento per ottenere un impatto significativo e duraturo è quello a cui lavoreremo nell’ultima fase del progetto e che consiste nel produrre delle “guide”, degli strumenti di lavoro che offrano riferimenti per arricchire e qualificare gli interventi oggi in campo: indicazioni per i professionisti della comunicazione sulla costruzione di campagne più efficaci e coerenti, indicazioni per insegnanti e associazioni per costruire esperienze didattiche e partecipative nelle scuole, indicazioni per ripensare i percorsi di consapevolezza di uomini che abbiano agito violenza e così via. Al centro c’è sempre il confronto tra uomini e l’esperienza dei gruppi come luogo di elaborazione, ascolto e pratica di cambiamento. Per questo uno degli obiettivi è anche quello di “raccontare” cosa siano i gruppi maschili di condivisione e promuovere la nascita di nuove esperienze locali.

C’è una storia significativa nell’ambito del progetto che vuole condividere?

Siamo ancora in una fase precoce in cui ci siamo dedicati soprattutto all’analisi, al confronto con le esperienze in campo e all’elaborazione di proposte da portare nel confronto con altre e altri. Personalmente sono stato colpito dall’intensità e dalla capacità di misurarsi con la complessità che abbiamo incontrato nelle esperienze di lavoro con gli uomini autori di violenza. Si tratta di esperienze difficili in cui fare i conti con la nostra ambivalenza nel rapporto con un uomo che abbia picchiato, maltrattato, stuprato o ferito una donna: la tentazione di affermare una distanza, la necessità di costruire un ascolto empatico che non ceda al richiamo collusivo, la difficoltà nel confrontarsi con le emozioni contraddittorie che quella relazione ci sollecita. Nell’incontro “Violenza maschile contro le donne. Come ripensare il lavoro con gli autori”, che si è svolto a Roma a settembre 2023 nel contesto del progetto, è stato per me molto significativo l’incontro-scontro tra il portato emotivo dell’esperienza di donne che lavorano nei centri antiviolenza a supporto delle vittime e quello di donne e uomini che promuovono percorsi di cambiamento e consapevolezza degli autori. Persone tutte impegnate nel comune contrasto al fenomeno della violenza, ma che non riuscivano a comprendersi fino in fondo, a far dialogare sofferenze e storie diverse. La difficoltà a riconoscersi reciprocamente e la paura che capire l’altra o l’altro possa negare la propria storia. Il nostro percorso e la nostra elaborazione tentano di stare su questo piano di complessità senza sfuggirlo e senza ricercare soluzioni semplici a un fenomeno complesso, controverso e profondamente intrecciato con il nostro immaginario, i nostri desideri, le nostre paure e le nostre rappresentazioni.

Testimonianza di Andrea Bernetti, Formatore

In base alla sua esperienza di formatore quali sono gli aspetti più innovativi del progetto?

Il lavoro di contrasto alla violenza di genere e più in particolare il lavoro rivolto agli autori di violenza manca di spazi di riflessione condivisa sia sul piano dell’efficacia degli interventi, sia sul piano più ampio di una discussione sui modelli di lettura del fenomeno e quindi sui modelli d’intervento e la loro verifica. In questo senso, il progetto di Maschile Plurale assume una funzione non semplicemente innovativa, ma ancor più necessaria, offrendo un’occasione e un metodo di riflessione, di condivisione e di rivisitazione degli approcci fino ad ora adottati per il contrasto alla violenza di genere e il coinvolgimento del maschile in questo grande obiettivo.

Secondo lei, cosa si dovrebbe fare per prevenire il fenomeno della violenza di genere? Come aiutare gli uomini a diventare consapevoli del loro ruolo nel contrasto alla violenza di genere?

La violenza di genere è un fenomeno profondo e strutturale nella storia delle culture e delle relazioni umane, la prevenzione è un’azione necessaria che richiede consapevolezza della rilevanza profonda del fenomeno. La prevenzione si fonda, a mio avviso, su diversi assi: lavorare su una proposta culturale che destrutturi la cultura del possesso e della trasformazione dell’altro, specie la donna, in oggetto funzionale alla stabilità dell’identità maschile fondata, per l’appunto, sul possesso; lavorare sulla conoscenza e la valorizzazione delle emozioni come fonte di conoscenza di sé e dell’altro, sull’accettazione e sostenibilità della confusione categoriale e identitaria che le emozioni inevitabilmente portano; lavorare sulla conoscenza dei segnali emotivi e comportamentali che indicano un’escalation violenta in atto e una formazione su questi a tutte le figure professionali che più frequentemente potrebbero rilevarli; lavorare sulla creazione di una rete collaborativa e coesa di contrasto alla violenza, che sappia leggere i segnali e coinvolgere le persone che vivono la violenza.
Gli uomini devono assolutamente essere messi al centro, ma non solamente dentro la visione attuale che li vede descritti come soggetti che devono assumersi la colpa della violenza e, in un processo di colpevolizzazione, redimersi e cambiare, questa strategia non è sufficiente. La mia idea è che gli uomini hanno una domanda di cambiamento che va fatta emergere e sostenuta, la cultura patriarcale ferisce anche gli uomini privandoli della loro parte emozionale, costringendoli a relazioni vuote e ripetitive e a un’identità rigida, incapace di stare nelle situazioni di cambiamento. Occorre quindi sviluppare la domanda, il desiderio di cambiamento del maschile, oltre chiaramente a insistere sul disvalore nei confronti dei comportamenti violenti.

Disponibile il report dei progetti realizzati in Italia grazie ai fondi 8×1000

È ora disponibile il report dei progetti realizzati nelle regioni italiane dal 2020 grazie al sostegno dei fondi 8×1000. I dati sono aggiornati a gennaio 2024.

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai promuove attivamente i valori della pace, della cultura e dell’educazione nella società.
In particolare, dal 2020 la Soka Gakkai italiana utilizza i fondi 8×1000 a sostegno di attività sociali e umanitarie, abbracciando il valore dell’umanesimo buddista come principio ispiratore.

È ora disponibile il report dei progetti realizzati nelle regioni italiane, dal 2020 a gennaio 2024, grazie al sostegno dei fondi 8×1000.

Trovare soluzioni per proteggere i diritti umani

Abbiamo intervistato alcune delle persone più direttamente coinvolte nella realizzazione della mostra “La memoria degli oggetti”, allestita presso il Memoriale della Shoah di Milano e finanziata grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. La mostra ha l’obiettivo di creare occasioni di dialogo e di mantenere viva la memoria dei naufraghi del 3 ottobre 2013 attraverso gli oggetti personali e le fotografie recuperati dopo il naufragio.

Presidente Associazione Carta di Roma, Valerio Cataldi

Com’è nata l’Associazione Carta di Roma e con quale intento?

La Carta di Roma è un codice deontologico scritto nel 2011, adottato dall’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione della Stampa Italiana. È un decalogo per aiutare a trovare le parole giuste per parlare di immigrazione, di rifugiati e richiedenti asilo. Perché le parole danno forma alle cose e possono stravolgere la realtà dei fatti. La percezione che i cittadini hanno di eventi come le migrazioni è calibrata dalle parole che ascoltano in televisione o leggono sui giornali.
Il nostro obiettivo è quello di aiutare i giornalisti a capire l’importanza delle parole per raccontare un fenomeno che è molto complesso, ed essendo il codice della Carta vincolante, supportarli nell’uso di parole giuridicamente appropriate.

In base alla sua esperienza di giornalista e comunicatore, che cosa manca ancora per riuscire a dar voce ai richiedenti asilo, ai rifugiati, alle minoranze e ai loro diritti? 

Nel racconto giornalistico non troviamo la migrazione, la fuga delle persone che scappano dalla guerra, dalla fame o da eventi climatici avversi… spesso manca la voce di queste persone. Sostanzialmente accade che parliamo tra di noi, non ci fermiamo a capire le ragioni della fuga o le difficoltà del viaggio, gli obiettivi e la destinazione che ognuno di loro si prefigge.
Annualmente facciamo un rapporto che racconta lo stato dell’informazione e ogni anno rileviamo che solo il 7% dell’informazione globale su questo tema è affidata alle parole dei protagonisti.
Nella narrazione giornalistica sul tema, se non ci si ferma ad ascoltare i protagonisti, il rischio è di parlare solo tra noi, focalizzarci troppo sulla nostra visione che è influenzata da aspettative e paure.  
Il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato centrale per la creazione di una mostra, organizzata all’interno del Memoriale della Shoah di Milano, un luogo molto significativo, che espone gli oggetti appartenuti ai naufraghi di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Una tragedia in cui hanno perso la vita 368 persone che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sui naufragi nel Mar Mediterraneo. Sin dall’inizio con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato fondamentale avere uno scambio e un arricchimento continuo rispetto ai contenuti di ciò che voleva essere il messaggio che volevamo lanciare insieme con l’occasione della mostra.

Presidente Associazione Culturale Zona, Giulia Tornari

Il 26 settembre è stata inaugurata la mostra commemorativa degli oggetti appartenuti ai naufraghi del 3 ottobre 2013 presso il Memoriale della Shoah di Milano. Come nasce e quali obiettivi ha?

L’idea della mostra nasce una sera a Roma, quando ci siamo incontrati davanti a una birra con Valerio Cataldi. Mi ha raccontato che aveva degli oggetti appartenuti ai naufraghi di Lampedusa del 3 ottobre 2013, e che li utilizzava per sensibilizzare le scuole riguardo alla tragedia dei naufragi nel Mar Mediterraneo. 
A breve sarebbe ricorso il decimo anniversario da quel 3 ottobre, e ci siamo trovati d’accordo sul fare qualcosa. Valerio si era confrontato anche con Vera Vigevani, che ha avuto l’idea di organizzare una mostra al Memoriale della Shoah di Milano. Lei è sopravvissuta all’Olocausto ed è una delle fondatrici delle Madri di Plaza de Mayo, perché ha perso una figlia durante la dittatura in Argentina. Una donna con un passato così tragico ha avuto l’intuizione di collegare un luogo come il Memoriale alla tragedia odierna dei migranti.
Divenne chiaro che l’obiettivo condiviso era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso gli oggetti, che hanno un grande potenziale, perché sono oggetti che potrebbero appartenere a noi, come anelli, catenine, quaderni, passaporti, ecc. 
Mi occupo di fotografia e ho pensato che sarebbe stato importante documentare gli oggetti per creare un archivio visivo. 
Per realizzare le fotografie ho coinvolto Karim El Maktafi, fotografo italo-marocchino che nei suoi lavori si è occupato a lungo del tema della migrazione, legato alla sua storia. Avevamo da tempo pensato di fare qualcosa insieme e questo mi sembrava il progetto ideale. Vedendo le sue fotografie si capisce il tipo di sensibilità e di approccio che Karim ha avuto rispetto al tema, molto difficile da trattare.
Oltre all’esposizione degli oggetti di Lampedusa abbiamo deciso di rappresentare anche i soccorritori, coloro che hanno dato la loro disponibilità e il loro tempo per salvare queste persone. 
La fotografia può essere veicolata in tante vie digitali ed è uno strumento, un mezzo per portare maggiore attenzione su questi oggetti che sono corpi di reato. 
Alla mostra sono fruibili dei video con le testimonianze e la ricostruzione storica degli eventi del naufragio del 3 ottobre.Ovviamente questo è un primo capitolo, noi continueremo il progetto con la speranza di ampliare con altri contributi. 

Testimonianza di Adal Neguse, rifugiato eritreo

La mostra La memoria degli oggetti significa molto per me perché ho perso mio fratello in questa tragedia dieci anni fa. 
Quando parliamo di questi eventi tragici, parliamo spesso di numeri… 300 o 400 morti.
Ciò che la mostra trasmette ai visitatori è una prospettiva diversa, vedere gli oggetti che le vittime avevano con loro al momento del naufragio ci avvicina al fatto che anche loro erano esseri umani come noi. 
Vorrei incoraggiare i giovani a trovare delle soluzioni per proteggere i diritti umani. È molto importante affrontare questo tema oggi, perché il mondo è pieno di miseria, ci sono molte persone rifugiate; è responsabilità di tutti fare la propria parte per renderlo un posto migliore in cui vivere. 
Vorrei incoraggiare i giovani a trovare il coraggio di uscire e combattere una “buona battaglia”, ad avere un impatto positivo sull’atteggiamento delle altre persone. 
Forse qualcuno può pensare che la propria voce non sia così importante o che non può fare niente se è da solo. Ma ricordiamoci sempre che non siamo soli, siamo in tanti a lottare. E se aggiungiamo anche la nostra voce, diventiamo ancora più forti. Non siete soli! Uscite e combattete!

La Soka Gakkai italiana a Lampedusa con il progetto “A Europe of Rights”

Dal 30 settembre al 3 ottobre 2023, in occasione del decennale della strage del 3 ottobre 2013 e della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza, si sono svolte a Lampedusa le attività del progetto “A Europe of Rights”, organizzato dal Comitato 3 ottobre grazie al contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai attraverso i fondi 8×1000.

Le attività del progetto “A Europe of Rights” hanno visto come protagonisti studenti e studentesse di scuole superiori italiane ed europee. Nel corso della 4 giorni si sono tenuti workshop, commemorazioni, tavole rotonde, mostre e spettacoli a cui hanno partecipato 36 scuole superiori da 8 Paesi dell’Unione Europea, 7 organizzazioni non governative e 2 agenzie delle Nazioni Unite.

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, felice di sostenere il progetto “A Europe of Rights” in un momento così significativo, ha preso parte alle iniziative di Lampedusa 2023, partecipando in particolare alla tavola rotonda di apertura #10 anni di indifferenza. Chiara De Paoli, per l’Ufficio 8×1000, ha ricordato l’impegno quotidiano della Soka Gakkai nel dare valore alla dignità della vita di ogni singola persona senza lasciare indietro nessuno, sottolineando quindi l’importanza cruciale di sollecitare la memoria delle esperienze umane. Il progetto “A Europe of Rights” è coerente con questo intento. Il coinvolgimento diretto di giovani studenti e studentesse permette loro di creare legami di amicizia e di entrare in contatto con le storie e le testimonianze delle vittime di queste tragedie, trasformando così la memoria in azione concreta per scrivere un nuovo futuro.

L’evento ha infatti offerto ai giovani presenti numerose opportunità di riflessione e approfondimento sui temi della memoria e delle migrazioni. 

L’obiettivo raggiunto è stato quello di stimolare le nuove generazioni a diventare agenti di cambiamento duraturo attraverso il dialogo e la condivisione di buone prassi per contrastare intolleranza, razzismo e discriminazione, favorendo processi d’inclusione e inserimento sociale delle persone migranti attraverso la costruzione di una cultura dell’accoglienza e della solidarietà.

In corso a Milano la mostra “La memoria degli oggetti”

Il 26 settembre 2023 è stata inaugurata a Milano, presso il Memoriale della Shoah, la mostra “La memoria degli oggetti. Lampedusa, 3 ottobre 2013. Dieci anni dopo”, realizzata dall’Associazione Carta di Roma grazie al contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai attraverso i fondi 8×1000. La mostra sarà visitabile fino al 31 ottobre 2023.

La mostra “La memoria degli oggetti. Lampedusa, 3 ottobre 2013. Dieci anni dopo” è stata realizzata in occasione del decimo anniversario del tragico naufragio del 3 ottobre 2013: quel giorno, un vecchio peschereccio con oltre 500 rifugiati eritrei a bordo naufragò al largo dell’isola di Lampedusa, causando la morte di 368 persone. I loro corpi divennero visibili al mondo intero, scatenando una reazione emotiva enorme nell’opinione pubblica internazionale. 

Gli oggetti appartenuti ai naufraghi del 3 ottobre vennero repertati dalla squadra mobile di Agrigento e mostrati ai familiari degli eritrei scomparsi nella speranza di identificare i corpi. Nel 2015, la Corte di Appello di Palermo ha affidato tali oggetti in custodia all’inviato RAI, nonché Presidente di Carta di Roma, Valerio Cataldi. I superstiti ed i familiari delle vittime hanno accolto la proposta di esporre gli oggetti in eventi che avessero l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini italiani ed europei sul tema delle migrazioni e dell’asilo politico. 

Presentata negli spazi del Memoriale della Shoah, luogo simbolo della memoria, la mostra La memoria degli oggetti comprende gli oggetti e le foto appartenuti ai migranti, i ritratti dei soccorritori, di alcuni sopravvissuti e dei parenti delle vittime. Arricchiscono l’esposizione le registrazioni audio dei primi che prestarono soccorso, i servizi televisivi e i video di quei drammatici momenti.

L’intento della mostra è infatti quello di contribuire alla costruzione di una memoria condivisa e collettiva, sollevando al contempo questioni cruciali sui diritti umani e sul valore della vita.

La mostra sarà visitabile fino al 31 ottobre 2023, l’accesso è incluso nel biglietto d’ingresso al Memoriale. Il Memoriale è aperto dal lunedì alla domenica dalle 10:00 alle 16:00 (chiuso il venerdì). Apertura straordinaria ultimo venerdì del mese con ingresso gratuito dalle 10:00 alle 18:00.

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