Conservare la memoria per trasformare la realtà

Abbiamo intervistato Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale Arci che ci ha parlato del portale “Pace in movimento. Storia del pacifismo italiano”, un progetto finanziato dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, volto alla divulgazione della storia del movimento pacifista italiano; perché se è tanto importante conoscere gli errori della storia, è bene conoscere anche quali sono le storie positive del nostro paese, quelle che ci danno il coraggio di continuare a impegnarci nella realizzazione della pace.

Come è nata l’idea di realizzare questo “Portale del pacifismo italiano” e perché avete ritenuto fosse importante?

Il progetto del Portale è un’impresa collettiva che coinvolge tre organizzazioni: ARCI, “Un ponte per” e “Sbilanciamoci”. L’idea è nata per la congiunzione tra due storie. Quella di Tom Benetollo, presidente indimenticato dell’ARCI e quella del pacifismo italiano. Mentre pensavamo a cosa fare per ricordare Tom, visto che quest’anno cade il ventesimo anniversario della sua morte, abbiamo riflettuto su ciò che sta avvenendo ora in Ucraina e a Gaza. Queste guerre ci danno l’idea che tutti i limiti, in termini di orrore, sono stati superati.
Crediamo fortemente che la memoria di ciò che è stato, sia qualcosa che abbiamo il dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi. Gli alberi senza le radici non crescono e siccome la storia dei movimenti sociali e soprattutto del pacifismo non è molto conosciuta, vogliamo raccontarla in modo corretto.
Faccio parte della generazione pacifista che ha mosso i primi passi negli anni ’80 e, seppur continuiamo ad essere attivi, questo è il tempo di una generazione nuova che si affaccia all’attivismo sociale ma che sta affrontando anche delle sfide incredibili.
Quando abbiamo iniziato, si aveva la percezione di poter aspettare affinché gli effetti del movimento pacifista potessero concretizzarsi. Abbiamo visto gli effetti di quelle battaglie per la pace: la nostra generazione ha lottato per l’abbattimento del muro di Berlino ed è caduto, abbiamo combattuto per la liberazione di Nelson Mandela e assistito alla sua scarcerazione. Ora invece le nuove generazioni devono combattere con il fattore “tempo” perché quello che accade sta mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa dell’umanità.
La mia generazione non deve dare lezioni ai più giovani, che hanno sfide molto grandi di fronte a sé, poiché ogni generazione costruisce la propria cultura anche rompendo con le generazioni passate. Tuttavia, conoscere la storia permette di avere delle solide basi su cui poter progettare il futuro.

Come è strutturato il portale e chi può averne accesso?

Il portale è ad accesso libero, tutti possono fruirne. Al suo interno è strutturato con diverse sezioni.
Una di queste sezioni racconta le radici del pacifismo prima degli anni ’80, includendo anche il pacifismo precedente alla Prima Guerra mondiale. Un’altra sezione è incentrata sugli anni ’80, sulla lotta al disarmo nucleare e l’abbattimento del muro di Berlino. Poi si raccontano gli anni ’90, in cui il pacifismo si è effettivamente diffuso nel mondo, il decennio delle guerre balcaniche e dell’impegno per la pace in Medio-Oriente.
Si passa poi alla sezione dedicata agli anni 2000, il decennio in cui il movimento pacifista si intreccia con il movimento per la giustizia globale, sociale e climatica. In quel periodo il pacifismo non è più un movimento a parte, ma incorpora tante istanze e l’esistenza di una rete globale che sfocia nella protesta contro la guerra in Iraq che fa dire al New York Times che quel movimento è la seconda super potenza mondiale. Gli anni successivi sono quelli del rafforzamento dell’estrema destra che inizia a prendere piede ovunque, come risposta reazionaria alle paure delle persone di fronte alla crisi globale. Infine, l’ultimo decennio, quello contemporaneo, che ha di fronte a sé una guerra mondiale “a pezzetti”, che rischia di diventare totale.

Nel 2018 il premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel e il presidente Daisaku Ikeda hanno lanciato un appello ai giovani del mondo in cui scrivono: «In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”». Qual è il ruolo della memoria nella costruzione di “un altro mondo possibile”?

Le persone tendono a connettere la memoria con le tragedie passate e non alla storia che trasforma il mondo, agli eventi positivi, alla lotta, all’entusiasmo, alla determinazione e alla pazienza che hanno pian piano cambiato le cose.
Tendiamo a non soffermarci sulla storia positiva che ha contribuito al cambiamento ma raccontiamo molto di più le storie tragiche.
È importante secondo me trasmettere alle nuove generazioni che la “strada” su cui camminano è una storia colma di energia positiva e di persone che hanno lottato prima di loro. Il filo rosso che lega la lotta per l’emancipazione e la liberazione degli esseri umani arriva da lontanissimo, ed è un filo che interseca tantissime culture, ideologie, esperienze diverse. La storia pacifista è un filo che corre lungo tutta la storia dell’umanità, comprende le rivolte dei contadini nel ‘500, delle persone bruciate sui roghi, le tante storie di ribellione contro l’ingiustizia. Dovremmo sentirle tutte come storie nostre. Siamo figli di un’immensa narrazione che è riuscita a combattere contro poteri giganteschi orientati verso il dominio.
La memoria significa essere consapevoli che veniamo da un percorso lunghissimo che è passato anche attraverso grandi sconfitte. Un esempio è la storia del movimento di liberazione in Italia dal nazifascismo. Noi celebriamo la sua vittoria, la parte relativa alla liberazione, ma non sappiamo molto della storia precedente, quella che riguarda tutti i partigiani che hanno lottato e perso la vita in un momento in cui il fascismo sembrava essere infallibile. Ma senza di loro, il 25 aprile non ci sarebbe stato. Dobbiamo riappropriarci di tutta la storia di coloro che hanno lottato per liberarci dalla sopraffazione e dal dominio che l’essere umano tenta di manifestare nel controllare l’altro e la natura. In questo modo possiamo pensare che “un altro modo sia possibile”.

Come saranno organizzati gli incontri di sensibilizzazione e quali risultati vi aspettate?

L’idea è di organizzare delle iniziative che coinvolgano attivamente le persone, che siano aderenti ai bisogni di chi ce le chiederà. Per esempio, unire la presentazione del Portale a una discussione su come essere migliori pacifisti oggi, con il coinvolgimento dei giovani e degli studenti.
Vorremmo usare il Portale per darci la forza di discutere su come fare ora per essere pacifisti attivi. In una recente iniziativa che abbiamo organizzato a Piacenza, c’erano molti attivisti, una ragazza ha affermato che seppur lei credeva nella nonviolenza, nel mondo contemporaneo ha iniziato a pensare che forse la violenza sia l’unica opzione possibile. Allora, le ho raccontato di quando ero un’attivista giovane negli anni ’70, un movimento che poi degenerò in violenti scontri di piazza. Questo mi portò ad allontanarmi dalla politica in quel periodo, per paura.
Negli anni ’80 ricominciai a seguito di una manifestazione per la pace in cui vidi la partecipazione di tante persone nonviolente. Lì compresi che la forza della non violenza è il mezzo per esprimere il massimo livello di partecipazione. Infatti, grazie alla non violenza tutti esprimono il dissenso senza bisogno di delegare nessuno per la paura di essere coinvolti in un conflitto violento.
La nonviolenza è l’esperienza massima di manifestazione del conflitto – un elemento sempre presente nella storia dell’essere umano – che ha la forza di potersi esprimere pacificamente da parte di tutte e tutti, anche dalle persone più vulnerabili.

Supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia

Abbiamo intervistato Andrea Bellardinelli, coordinatore di Programma Italia di EMERGENCY, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia, che ha come obiettivo quello di rispondere alle necessità sociosanitarie di braccianti agricoli vittime di sfruttamento lavorativo e in condizioni di vulnerabilità.

Come nasce il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia?

L’Italia ha un’enorme produzione ortofrutticola, è tra i più grandi e migliori produttori in Europa. Le nostre primizie sono di qualità eccellente, e tale produzione è una spina dorsale della nostra economia. In alcune situazioni però questo è il risultato di un grandissimo sfruttamento, di caporalato e contratti fittizi. In questi contesti, i braccianti sono costretti a lavorare in situazioni allucinanti per dieci o dodici ore al giorno, in un clima asfissiante, senza protezioni e la maggioranza risiede in edifici fatiscenti o insediamenti informali, senza acqua potabile e servizi igienici.
È estenuante vedere le condizioni di vita di persone a cui viene promesso un lavoro florido e ben retribuito, ma poi vengono sfruttate. Lo scopo di EMERGENCY, attraverso il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia è fare in modo che queste persone siano curate perché è un loro diritto fondamentale, e anche che siano consapevoli dei propri diritti. Il progetto trova il suo fondamento nell’articolo 32 della Costituzione che affronta il tema dell’universalità delle cure che devono essere garantite a ogni individuo presente sul nostro territorio, e non a ogni cittadino.

In cosa consiste il progetto?

In stretta collaborazione con le ASL locali, il progetto risponde alle necessità socio-sanitarie di braccianti agricoli in gravi condizioni di vulnerabilità attraverso l’offerta di mediazione, supporto socio-amministrativo e supporto al percorso di cura, e attraverso l’erogazione diretta di prestazioni mediche, infermieristiche e psicologiche.
Questo non significa sostituirsi al sistema sanitario esistente ma implementare un approccio che tenga in considerazione le diverse determinanti sociali della salute.
I migranti e i lavoratori stagionali che sono vittime di sistemi di sfruttamento lavorativo, spesso non sono consapevoli dei loro diritti. Faticano a orientarsi nel sistema sanitario anche per la quasi totale assenza di mediatori culturali, per gli ostacoli di tipo amministrativo e burocratico, ma anche banalmente la difficoltà pratica di raggiungere i presidi sanitari.
Come EMERGENCY abbiamo investito moltissimo sulla figura del mediatore culturale, grazie a loro si può risparmiare molto tempo perché orientano le persone e fanno capire velocemente al personale sanitario di che cosa c’è bisogno, a quel punto il paziente diventa autonomo.
Il progetto si avvale di cliniche mobili che girano nelle campagne sparse, polverizzate, infatti uno dei problemi più grandi è l’accesso alle cure. Lavoriamo spesso dalle 15.00 alle 21.00 perché è il momento in cui intercettiamo la fine del lavoro nei campi e loro hanno tempo per farsi visitare.
Quando non sai come muoverti o gli orari degli ambulatori delle ASL non rispettano i tuoi orari di lavoro, non puoi perdere una giornata di lavoro perché significa che poi non hai da mangiare.
Siamo testimoni di molte esperienze virtuose grazie al progetto, ad esempio persone di seconda generazione che lavoravano nelle serre in Sicilia e hanno visto i genitori spezzarsi la schiena.
Alcune di loro sono riuscite a laurearsi e sono diventate degli asset per il programma Italia di EMERGENCY.
Sono dei professionisti incredibili proprio per via dell’esperienza vissuta e sanno cogliere immediatamente il problema della persona, specialmente se viene dalla stessa area geografica. Queste persone sono portatrici di una conoscenza nuova, di un nuovo pezzo di vita con la quale per forza dovremo interagire.

Avete attivato delle collaborazioni e delle reti con competenze complementari alle vostre affinché la presa in carico delle persone vada anche al di là di quella sanitaria?

Il gruppo multidisciplinare di EMERGENCY è nato proprio per dare una risposta organica e ha sviluppato una proficua collaborazione con una rete di partner presenti sul territorio (pubblica amministrazione, ASL, attori del Terzo Settore ed enti privati).
Associazioni come ASGI, con cui ci interfacciamo per la parte della tutela del diritto di accesso alle cure, i gruppi GrIS che sono la “propaggine” territoriale della SIMM, la Rete Castel Volturno Solidale che si occupa anche della parte legale e sociale. Prendendo come esempio il territorio di Castel Volturno, cito in particolare la collaborazione con l’Ex Canapificio di Caserta per la tutela legale e i Missionari Comboniani per l’accompagnamento sociale.
Ogni territorio ha le sue specificità ma la rete è sempre attivata a doppio senso, proprio per fare in modo che ogni realtà possa dare al beneficiario il massimo delle competenze possibili. Tutto questo, al netto delle difficoltà strutturali di un Paese che investe troppo poco sul welfare e sulla sanità, permette di fare il massimo con le risorse disponibili e proprio per questo, quando si riesce, il lavoro prodotto ha un valore molto importante, non solo per la persona ma anche per la stessa struttura della rete.

Cosa ti spinge a fare questo lavoro e cosa diresti ai giovani?

Spesso ci sono più frustrazioni che soddisfazioni e la tendenza è che ti porta giù nello sconforto più totale. A volte la sera arrivo che vorrei mollare tutto però poi la mattina ricomincio… finché funziona così va bene. È un lavoro che porta tante frustrazioni ma c’è anche tanto valore all’interno di quello che si fa.
Se c’è un grande valore, poi si superano anche tutte le difficoltà.
La mia fortuna è avere dei colleghi incredibili, delle persone veramente fantastiche.
Mi piacerebbe vedere molti più giovani in posizioni di responsabilità nei luoghi di decisione, in Italia noi tendiamo a non aver fiducia, e questo è un errore fondamentale.
Ai giovani voglio dire: abbiate fiducia, rompete le scatole, andate avanti per quello che credete ed esigete responsabilità se siete persone competenti. Una persona giovane è di per sé rivoluzionaria, ha voglia di mettere in gioco tutto e quindi non dovete avere paura di pretendere la dignità di ciò che avete capitalizzato anche solo se in una fase breve della vita. Il tempo è relativo, conta anche la qualità e la forza di certe esperienze. Non ascoltate quella voce che vi dice che non ce la farete.

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