Proteggiamo l’ecosistema marino nel Golfo di Palermo

Abbiamo intervistato Madia Mauro della Fondazione Marevivo, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “3R per il mare”, che ha come obiettivo quello di rigenerare, recuperare e rispettare l’ambiente marino-costiero nel Golfo di Palermo.

Come è nato il progetto “3R per il mare” e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto si svolge in Sicilia, nel Golfo di Palermo, un’area marina particolarmente degradata e ha tre obiettivi: contribuire ai processi di ricolonizzazione delle praterie di posidonia oceanica (pianta acquatica fondamentale nell’ecosistema marino) strutturando un’operazione di trapianto, attivare delle azioni di contrasto all’inquinamento marino con il recupero di pneumatici abbandonati nei fondali e sensibilizzare docenti e studenti della scuola superiore tramite attività educative.
La prima R del progetto (3R per il mare) è “Rigenerare”, dare cioè nuovo respiro alle risorse naturali. Questa prima fase intende preservare l’ambiente marino costiero attraverso l’intervento di riforestazione di posidonia oceanica che produce ossigeno.
La seconda R consiste nel “Recuperare” per contrastare l’inquinamento. In questo punto nei fondali si trovano pneumatici di grandi dimensioni abbandonati illegalmente, che nel tempo si deteriorano e rilasciano microparticelle che si disperdono nell’ambiente. Alcuni pneumatici recuperati avranno una nuova vita. Dopo trattamenti in impianti specializzati si otterrà un granulato polverino di gomma che potrà essere utilizzato per la produzione di asfalti modificati, pavimentazioni, manufatti, superfici sportive, materiale per l’isolamento e l’arredo urbano.
L’ultima R del progetto è “Rispettare”. Dobbiamo tutelare l’ambiente in cui viviamo e che ci ospita perché se non è in buona salute anche noi rischiamo di non esserlo. Per rispettare dobbiamo conoscere. Questo terzo punto riguarda, appunto, le attività di educazione ambientale, coinvolgendo le istituzioni scolastiche.

In cosa consistono le attività educative?

Le attività di educazione ambientale coinvolgono sia docenti che studenti, attraverso i laboratori didattici realizzati dai nostri operatori. Questi si svolgono all’interno del nostro Centro di educazione ambientale Baia del Corallo, di recente inaugurazione, una splendida struttura attrezzata, situata in un’area marina protetta nel Golfo di Palermo.
I laboratori hanno l’obiettivo di spiegare agli studenti le caratteristiche del mare, la sua preziosa funzione di regolatore del clima, l’importanza delle praterie di posidonia, il legame tra il mare e il patrimonio di tradizioni e saperi locali e di sensibilizzare sulla necessità di proteggere la biodiversità in tutta la sua complessità poiché la nostra vita è legata in maniera inequivocabile a quella del mare e dell’ambiente.
Il materiale divulgativo realizzato favorisce una corretta informazione e comprensione del valore dell’ambiente e della necessità di tutelarlo. Le future generazioni saranno i decisori di domani. Solo “entrando” nelle scuole si avvierà una conversione culturale. È attraverso la consapevolezza che possiamo pensare di affrontare il difficile futuro che l’umanità ha davanti, mettendo in atto la transizione ecologica che il mondo ci chiede. Questo progetto, che prevede la presenza di personale specializzato e un grande lavoro di rete tra diversi partner, non sarebbe stato possibile senza il sostegno dei fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Siamo felici di poter intervenire in questo territorio così fortemente degradato e ridare ossigeno a una “perla” del Mediterraneo.

Perché il mare è così importante per mantenere l’equilibro nell’ecosistema?

Il mare produce più del 50% dell’ossigeno che respiriamo, anche se in molti non lo sanno. Lo produce tramite gli organismi fotosintetici, come le piante marine che andremo a piantumare, tra cui la posidonia oceanica, che producono ossigeno e assorbono anidride carbonica.
L’Oceano assorbe 24 milioni di tonnellate al giorno di anidride carbonica contribuendo a mitigare gli effetti delle emissioni antropiche che causano il riscaldamento globale. Le attività umane infatti creano più del 90% del calore in eccesso che, immagazzinato dalla Terra negli ultimi 50 anni, si trova principalmente nell’oceano.
La causa principale di inquinamento marino è rappresentata dalle plastiche e dalle microplastiche che sono dei frammenti molto piccoli chiaramente erosi e lavorati dall’acqua. Stazionano nei fondali e possono mettere in pericolo la vita degli animali marini. Le microplastiche sono state trovate anche nel nostro corpo, nel sangue, nella placenta umana, persino nel cervello. Tutto è collegato.

Cosa possiamo fare nel quotidiano per sviluppare una coscienza ecologica in noi stessi anche negli altri?

Ovviamente servono delle leggi per tutelare l’ambiente marino e che mettano limiti dell’over fishing, vietino i grandi eventi su siti naturali e semi naturali, contrastino la pesca illegale, o come la petizione europea che stiamo sostenendo per chiedere l’abolizione della pratica brutale dello spinnamento degli squali, ma è importante essere consapevoli che ognuno con le proprie azioni può portare un cambiamento, anche se piccolo.
Un gesto come buttare a terra un mozzicone di sigaretta può essere fatto in maniera inconsapevole ma sicuramente ha un impatto enorme sull’ambiente. Possiamo fare la differenza con le nostre scelte come ridurre il consumo di plastica monouso, utilizzare borracce, comprare gli alimenti sfusi invece che confezionati, fare scelte alimentari e acquisti sostenibili e consapevoli, evitare l’abbigliamento sintetico che in lavatrice rilascia microplastiche che finiscono in mare, e tanto altro.
In questo modo non solo riduciamo il nostro impatto ma siamo anche di esempio per gli altri, come i nostri figli e le persone che ci stanno intorno, innescando un meccanismo virtuoso in linea con i princìpi della transizione ecologica.
Ciascuno di noi può e deve fare la differenza, per essere parte del cambiamento.

Una struttura di Co-Housing destinata a giovani LGBT+

Roma. Con il sostegno dei fondi 8×1000 dell’IBISG è stata aperta la prima struttura di co-housing nel centro storico di Roma destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti (Refuge Co-Housing LGBT+).

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma.

Il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma.

La struttura, avviata questa estate, ospita in regime di semiautonomia sino a 3 persone LGBT+ che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

In occasione dell’inaugurazione della struttura sono intervenuti Lorenza Bonaccorsi, presidente Municipio 1 del comune di Roma, Claudia Santoloce, assessora Pari Opportunità Municipio 1, Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+ e Francesco Sangregorio per l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

I due ragazzi che attualmente risiedono in Refuge Co-Housing LGBT+ hanno accolto gli ospiti preparando un dolce che hanno loro offerto per la colazione e, nel frattempo, li hanno intrattenuti raccontando le proprie esperienze e condividendo l’importanza di questa opportunità e di un tale sostegno per ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, avendo la possibilità di esprimere al massimo il proprio potenziale.

Comunicato stampa

GIOVANI LGBT+ SALVATI GRAZIE A REFUGE CO-HOUSING LGBT+

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma, il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma

La struttura, avviata questa estate ospita sino a 3 persone LGBT+, in regime di semiautonomia, che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

“Ogni anno, attraverso il servizio della Gay Help Line 800 713 713, riceviamo centinaia di richieste di aiuto da parte di persone LGBT+, prevalentemente giovani, che subiscono violenze all’interno delle proprie famiglie e necessitano di un luogo sicuro in cui rifugiarsi. L’apertura, questa estate, del Refuge Co-Housing LGBT+ ha rappresentato un’aggiunta significativa al nostro Network Refuge LGBT+, permettendoci di accogliere oltre 140 persone dal 2016 a oggi. Questa struttura è specificamente dedicata a coloro che hanno superato la fase più traumatica e sono pronti a intraprendere un percorso verso l’autonomia. Refuge Co-Housing LGBT+ offre loro l’opportunità di proseguire studi specialistici o post-diploma, percorsi che gli utenti non potrebbero affrontare da soli, con l’obiettivo di garantire migliori opportunità lavorative e superare le discriminazioni che le persone LGBT+ affrontano nel mondo del lavoro. Questo grande traguardo è stato possibile grazie al prezioso contributo dei partner che ci sostengono” dichiara Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+

“Come membri della Soka Gakkai, siamo profondamente convinti che la vera dignità di ogni persona si realizzi solo con l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e pregiudizio. Sostenere il progetto Refuge Co-Housing LGBT+ rappresenta per noi un impegno concreto nel garantire spazi sicuri e tutele concrete, dove giovani persone LGBT+ possano ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, esprimendo al massimo il proprio potenziale” ha affermato Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

“In Italia siamo ancora molto indietro per l’accoglienza delle vittime di omobitranfobia, che molto spesso sono vittime di violenza familiare e non hanno un posto sicuro dove stare, per questo come Municipio 1 di Roma, abbiamo deciso di dedicare questa casa sequestrata alla mafia per supportare le a comunità LGBT+. Questo servizio si aggiunge anche allo sportello che abbiamo dedicato alle persone LGBT+, in questo modo il nostro Municipio mostra concretamente di essere in prima linea per i diritti LGBT+” affermano Lorenza Bonaccorsi Presidente Municipio 1 e Claudia Santoloce Assessora Pari Opportunità Municipio 1

Si riportano di seguito le dichiarazioni dei primi utenti di Refuge Co-Housing LGBT+

Mario (ragazzo transgender di 24 anni):

Essere ospitato da Refuge Co-Housing LGBT+ è prima di tutto una fonte di rassicurazione, qui vivo con l’angoscia costante di un futuro incerto. Finalmente posso smettere di annegare nei dubbi e iniziare a credere nei miei sogni, anche se piccoli, come quello di trovare un angolo di pace. Un luogo dove non devo sempre pensare a come sopravvivere, a come proteggermi dalle persone che mi feriscono per sentirsi meglio con sé stesse. Qui ho capito che esistono davvero persone che mi aiutano e mi danno la possibilità di formarmi per avere un futuro migliore. E questo, per me, è prezioso. Refuge LGBT+ per me rappresenta anche una sfida: è il tentativo di riprendere in mano la mia vita e diventare autonomo, nonostante le difficoltà.

Jacopo (ragazzo gay di 20 anni):

Per me Refuge LGBT+ è stata una seconda possibilità di vita. A 17 anni, sono stato vittima di violenze e discriminazione in casa perché gay, e mi sono sentito perso, come se il mondo mi avesse voltato le spalle. Entrare in questa casa famiglia ha significato non solo avere un tetto sopra la testa, ma soprattutto ricevere affetto, che è la cosa più importante. Qui, ho trovato persone che mi hanno accettato per quello che sono e mi hanno permesso di crescere senza subire violenze e la paura di essere giudicato. Grazie al sostegno di Refuge LGBT+ sono riuscito a diplomarmi e ora sto continuando a inseguire i miei sogni, grazie a Refuge Co-Housing LGBT+ che mi consente di studiare all’università.
Nonostante lavori part time, posso contare sulla casafamiglia, riuscendo a dedicare molte ore allo studio, cosa che diversamente non avrei potuto fare. Posso essere me stesso, con i miei tempi, senza la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Qui ho trovato la libertà di costruire il mio futuro, con amore e comprensione.

Ancora natura per il Col di Lana

Il progetto “Ancora natura per il Col di Lana”, promosso dall’associazione PEFC Italia e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, si sviluppa in un’area forestale di 150 ettari del Col di Lana, in Veneto, duramente colpita dalla tempesta Vaia avvenuta tra il 26 e il 30 ottobre 2018.

Può raccontarci brevemente la storia del progetto “Ancora natura per il Col di Lana”? Come è nato e quali sono i suoi principali obiettivi e risultati previsti o già raggiunti?

Eleonora Mariano (PEFC Italia), responsabile di progetto: Il progetto nasce a ottobre 2018 con la tempesta Vaia, un evento estremo che ha messo in difficoltà moltissime aree del nord est e la provincia di Belluno. In poche ore sono caduti circa nove milioni di metri cubi di alberi, che corrispondono a ciò che si raccoglie in sette anni di attività di selvicoltura naturalistica, quindi attenta alla natura.
È stato un evento disastroso.
A seguito di questo evento PFEC Italia (Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale), insieme a Coldiretti e a Rete Clima, ha voluto dare il via a un’attività in un’area in particolare, il Col di Lana, per aiutare la natura a fare quello che avrebbe fatto da sola ma in tempi più lunghi.
Gli obiettivi del progetto sono di favorire la rinascita della natura con un’attività di ripristino e di riforestazione, creare un sentiero naturalistico e promuovere la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei giovani studenti della zona.
I fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana sono stati fondamentali perché ci hanno consentito di portare il progetto “Ancora Natura”, che era già stato avviato in altre aree, qui nella provincia di Belluno e nel Col di Lana.
Abbiamo potuto mettere insieme vari professionisti, realtà imprenditoriali e realtà locali che insieme a noi vogliono proseguire, aumentare e diffondere le attività elaborate e definite nell’ambito del progetto.
Quindi è stato un “enzima” che ci permetterà di proseguire il lavoro anche dopo la fine del progetto.

Quali sono state le maggiori sfide che avete affrontato?

Orazio Andrich, dottore forestale coinvolto nel progetto: Le difficoltà iniziali sono state enormi, la tempesta di Vaia ha causato danni terribili, anche in boschi che noi pensavamo fossero abbastanza stabili. A seguito della tempesta si è verificata un’infestazione, ancora in corso, di un insetto che divora le piante.
La prima sfida è stata chiederci quanto dovevamo affidarci alla natura e quanto invece era importante intervenire. Abbiamo innanzitutto cercato di dare una risposta dettagliata e obiettiva a queste due alternative.
Abbiamo “aiutato” la natura con la composizione delle specie arboree, ma nei boschi di alta quota come quelli in cui ci troviamo – qui siamo a 1600-1850 metri di altitudine – non è così facile.
Le specie scelte sono state il larice, il pino cembro e latifoglie, in aggiunta all’abete rosso che ricrescerà spontaneamente. Le ceppaie dei tronchi abbattuti che sono rimasti, saranno utili come aiuto alla micro-protezione di queste piante.
Un’altra sfida è stata quella degli “ungulati”, principalmente cervi, ma anche camosci e caprioli, che di fronte a queste piante nuove tendono a cibarsene. Infine, la sfida naturale più forte sono la neve e il gelo, ma anche le diverse variazioni climatiche. Noi abbiamo incluso questa complessità nel nostro pensiero progettuale e in una semplicità operativa, attivando una profonda riflessione e osservazione di com’è la natura del territorio, imitandone le dinamiche.

Qual è stato l’impatto del progetto sulla comunità locale e quale ruolo ha avuto la comunità locale nella realizzazione e nel supporto del progetto?

La comunità locale a Livinallongo e nell’alto Cordevole all’inizio è stata impegnata nell’affrontare problemi molto concreti, con l’esondazione dei torrenti, le valanghe, la sistemazione delle strade e delle case.
Il nostro progetto, di fatto, ha avuto due momenti chiave di confronto con il territorio e con la comunità locale. 
In un primo momento, proprio con l’avvio del progetto, abbiamo lavorato per studiare e capire nel dettaglio le esigenze e le dinamiche specifiche di quest’area: il nostro obiettivo infatti è quello di realizzare un intervento che si inserisca in maniera armoniosa e funzionale con il paesaggio e la comunità locale. Per raggiungere questo obiettivo, la conoscenza del territorio e dei suoi abitanti è stato ed è un elemento essenziale. In questa fase iniziale, la comunità ci è stata vicina e noi abbiamo potuto dare loro un supporto motivazionale, facendo sapere che non erano soli.
Il secondo momento di confronto è legato all’implementazione vera e propria del progetto di riforestazione e di ripristino del sentiero che ha visto coinvolti nella realizzazione ditte e operatori locali. In questa fase stiamo lavorando facendo conoscere il nostro progetto ma anche scambiando le nostre idee sulle varie soluzioni tecniche possibili. Di certo quello che abbiamo imparato da questa esperienza è la sorprendente similitudine tra l’atteggiamento delle comunità di montagna e quelle degli alberi: gli alberi, come le persone, in queste condizioni rispondono in maniera straordinaria se collaborano realmente, aiutandosi per affrontare insieme le difficoltà climatiche e non.

In che modo il progetto aiuta studenti e studentesse delle scuole coinvolte a sviluppare la consapevolezza dell’interazione che c’è tra noi e l’ambiente?

Michele Nenz, Coldiretti Belluno partner di progetto: Gli eventi catastrofici che hanno interessato l’area nel 2018 ci fanno capire come la natura di fatto faccia il suo corso e che sempre di più l’essere umano non ha la possibilità di intervenire se non in una fase di ripristino delle aree.
Il coinvolgimento dei ragazzi e delle ragazze dell’Istituto Agrario di Feltre che ha anche un indirizzo forestale, è stato molto importante. Sensibilizzare e formare le nuove generazioni sul tema del rispetto della natura, dell’ambiente, ma anche dei cambiamenti che si stanno verificando, è fondamentale. La selvicoltura deve essere sempre di più di tipo naturalistico.
L’interessamento da parte di docenti e studenti ci ha permesso, anche attraverso l’organizzazione e la progettazione del percorso naturalistico, di diffondere una cultura della selvicoltura naturalistica. Guardare il bosco, guardare ciò che la natura normalmente fa e seguire le modalità con le quali si rinnova.
Le nuove generazioni dovrebbero approfondire sempre più che l’essere umano può intervenire, può aiutare, può coltivare in giuste quantità, ma che poi la natura esprime le sue caratteristiche, e le piante che si insedieranno in una certa area sono quelle che naturalmente lì potranno vivere e che di fatto andranno a svilupparsi.

Proteggiamo le persone, non i confini

Abbiamo intervistato Barbara Galmuzzi dell’Associazione Comitato 3 ottobre, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “Protect people, not borders”, che ha come obiettivo quello di coinvolgere la comunità scolastica e le istituzioni europee per offrire opportunità di riflessione e approfondimento su temi quali l’accoglienza, la memoria, le migrazioni e l’integrazione culturale.

Come nasce la vostra organizzazione? Potete condividere alcuni passaggi salienti della sua costituzione e della sua missione?

Il 3 ottobre 2013, in un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, hanno perso la vita 368 migranti. 
Il nostro attuale presidente Tareke Brhane, ormai cittadino italiano ma nato in Eritrea, si trovava proprio a Lampedusa come mediatore culturale. Lui il viaggio tra la Libia e Lampedusa l’aveva fatto per ben due volte.
Tareke vide morire 368 persone di nazionalità eritrea, accolse sia i sopravvissuti, sia i familiari che nei giorni successivi arrivarono a Lampedusa.
Fu una delle più grandi tragedie del Mediterraneo, l’isola si popolò di giornalisti che si chiesero il perché continuavano ad accadere questi naufragi, spesso nel silenzio più totale delle istituzioni e della stampa.
Una sera, proprio a Lampedusa, è nata l’Associazione Comitato 3 ottobre costituito da una parte più sociale fatta da mediatori culturali e linguistici e un’altra parte di giornalisti.
Nasce con l’obiettivo di approfondire un dialogo con le istituzioni e con i giornalisti stessi, e di coltivare la memoria di ciò che accade nel Mediterraneo raccontandola soprattutto alle nuove generazioni nelle scuole. Solo attraverso la conoscenza, la coltivazione della memoria e il dialogo si può migliorare la situazione del fenomeno migratorio.

In commemorazione del decimo anniversario del 3 ottobre 2013, siete stati invitati, a marzo 2023, presso il Parlamento europeo a parlare dei diritti dei migranti, delle migliaia di vittime ancora non identificate che hanno perso la vita nel Mediterraneo.

Il successo di quell’evento è stato riuscire a portare 350 studenti e studentesse dall’Italia e da altri paesi europei all’interno del Parlamento.
Tanti studenti visitano il parlamento ma è stata la prima volta che la sala principale ha visto la presenza di così tanti di loro (si entra solo se si è accreditati). Alcuni studenti hanno anche gestito una tavola rotonda. Dal punto di vista formativo, è stato importante trasmettergli che in quel luogo si prendono delle decisioni che ricadono sulla vita delle persone che migrano. Non si tratta di convincere nessuno della necessità di diventare attivisti del Comitato 3 ottobre ma dell’importanza di attivarsi nella propria vita in prima persona, perché anche se hai 16 anni sei un cittadino italiano ed europeo che porta sulle spalle una grande responsabilità.
Nel questionario che abbiamo somministrato a Bruxelles, l’80% dei ragazzi ha risposto che, al netto delle conoscenze acquisite, era stato importante aver capito la necessità di poter fare qualcosa. Avranno tempo di imparare cos’è il diritto internazionale umanitario dal punto di vista tecnico, per noi è importante far arrivare loro il messaggio che la morte di 30.000 persone nel Mediterraneo, è la morte di 30.000 persone che avevano una storia, un’identità. Loro ascoltando i testimoni possono identificare un essere umano con un nome, un cognome, una storia per superare la “spersonalizzazione” dei grandi numeri che spesso porta all’indifferenza.

In cosa consiste il progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e quali sono i risultati che siete riusciti a realizzare? In che modo sono coinvolti studenti e studentesse?

Gli studenti e le studentesse sono coinvolti durante la Giornata della memoria e dell’accoglienza a Lampedusa.
Per loro è un momento immersivo in cui la mattina partecipano a laboratori formativi. A questa edizione ci saranno 28 laboratori, ad esempio uno con Emergency per ascoltare la testimonianza di come avviene un salvataggio in mare, uno con Medici Senza Frontiere per approfondire cosa comporta fare un viaggio oltre i confini, con la Croce Rossa per far vivere l’esperienza della perdita del contatto con i componenti del proprio nucleo durante la migrazione, e tanti altri.
Il pomeriggio vengono organizzate delle tavole rotonde. E la sera ci sono attività ricreative dove hanno l’occasione di conoscersi e condividere storie. È bellissimo vedere come ragazzi provenienti da scuole diverse da tutta Europa fanno amicizia tra di loro.
Ma non è finita qui, perché dopo questo evento inizia quello che noi chiamiamo “I semi di Lampedusa” perché metaforicamente a Lampedusa gettiamo un seme di cui poi ci prendiamo cura tutto l’anno.
Come lo facciamo? Tramite i nostri formatori organizzando dei laboratori didattici e l’attività peer to peer (tra pari), oppure portandoli in momenti formativi in Europa, a Rotterdam, Parigi, Bruxelles, Colonia, Francoforte, ecc.
Con i laboratori formativi siamo arrivati a coinvolgere oltre 7000 studenti e 280 insegnanti.
Senza i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai non avremmo realizzato praticamente nulla perché siamo una piccola realtà.
Se siamo riusciti l’anno scorso a organizzare Lampedusa e “I semi di Lampedusa” è stato grazie alla Soka Gakkai, ma non si tratta soltanto di una questione economica ma valoriale e di collaborazione.

Il vostro lavoro vi fa essere costantemente in contatto con la società, qual è la vostra percezione della società italiana rispetto al tema immigrazione e quali sono gli aspetti che vorreste vedere cambiati in questo senso?

Vorrei che cambiasse la narrazione che viene fatta del fenomeno migratorio.
Ad oggi, le narrazioni di chi muore nel Mediterraneo sembrano tutte uguali, praticamente sono incomprensibili.
Nessuno, ahimè, si prende più la briga di spiegare perché queste persone partono, da dove vengono. La disumanizzazione che viene fatta nei social, le semplificazioni…
A noi come Comitato piacerebbe dar voce a queste persone e smettere di usare la parola “migrante” come una grande categoria, rigida. Cambiare il lessico e le parole che usiamo sull’immigrazione, che trasmettono l’idea che ci siano esseri umani di serie B.
Se vogliamo creare un cambiamento nella società in questo senso, noi siamo convinti che sia necessario farlo partendo dai giovani.
A noi piacerebbe, e in parte lo facciamo, fare entrare nelle scuole i testimoni di questi viaggi, perché è importante ascoltare dalla voce di chi ha oltrepassato i confini, che può raccontare come questi confini sono fatti, le città che hanno visto, i fiumi, le muraglie, come sono fatti i guardiani, le carceri, i custodi, gli angeli che li hanno salvati, chi li ha accolti, i predoni che hanno rubato loro tutto, i covi in cui venivano tenuti e come sono fatti soprattutto i compagni di viaggio, quelli che a un certo punto tu chiami “compagno”.
Perché anche se ha attraversato l’inferno con te è quello che ti ha dato la possibilità di andare avanti. Ecco, a noi piacerebbe che nella scuola, oltre spiegare che cos’è la Convenzione di Ginevra, venisse data la voce a chi il viaggio l’ha fatto.

Quali altre azioni possiamo compiere per diffondere una visione della vita più rispettosa e accogliente?

Credo che sia necessario informarsi e una volta che si conosce, si può diventare una sorta di diffusore di motivazione.
Ci sono quelli che fanno gesti eroici, c’è chi salva vite in mare per cui ci vogliono determinate competenze. Ma c’è anche la possibilità che da cittadini comuni si possa fare la differenza usando la nostra voce e il nostro talento per promuovere la consapevolezza.
Posso andare a fare volontariato, posso venire a Lampedusa.
Io credo che si debba partire sempre da piccole azioni ma spesso sono quelle che fanno la differenza.
Certo, ci sarebbe da cambiare la politica securitaria sul fenomeno migratorio, la narrazione dei media, ma noi siamo convinti che lo si faccia partendo dal basso attraverso il passaparola, la conoscenza e il dar voce… in qualche modo dall’attivarsi per creare un mondo più accogliente e solidale.

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