Medicina di eccellenza in Africa

Abbiamo intervistato Roberto Crestan, direttore area ANME (Rete di Centri medici di eccellenza in Africa) di EMERGENCY e Gina Portella, direttrice del MCU (Coordinamento delle unità mediche) di EMERGENCY, per il progetto “Medicina di eccellenza in Africa”, finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto mira ad affrontare la grave mancanza di accesso a cure chirurgiche specialistiche in Africa, creando dei poli chirurgici di eccellenza in Africa, in cui offrire cure specifiche che mancano in questi Paesi per garantire l’accesso al maggior numero possibile di persone di un’assistenza sanitaria gratuita ed equa.

In cosa consiste il progetto “Medicina di eccellenza in Africa”?

Risponde Roberto Crestan, direttore area ANME di EMERGENCY

Il progetto Medicina di eccellenza in Africa è un programma che mira a rispondere ai bisogni di carattere chirurgico-ospedaliero dei Paesi africani in un’ottica di rispetto dei diritti umani e di diritto alla cura.
Ad oggi i Paesi che hanno aderito al programma sono quindici, e siamo riusciti ad aprire due Centri di eccellenza: il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan nel 2007, e il Centro chirurgico pediatrico in Uganda nel 2021.
L’idea alla base del progetto è di creare una rete tra i Paesi africani aderenti al programma e i Centri di eccellenza tramite un Programma Regionale capace sia di trasferire i pazienti da un Paese all’altro, per essere operati presso i nostri ospedali, sia di seguire gli stessi pazienti nel percorso di cura dopo la dimissione quando rientreranno a casa.
Questo approccio ha riscosso un interesse enorme da parte dei Paesi africani, in particolare hanno visto in questo sistema unico ospedaliero, il percorso necessario per raggiungere l’eccellenza medica.
Negli incontri che abbiamo avuto con questi Paesi, sono stati proprio loro a dirci che questo è ciò che mancava in Africa.
Il modello si basa su tre princìpi: equality (uguaglianza), quality (qualità) e social responsibility (responsabilità sociale).
L’uguaglianza prevede la gratuità come condizione essenziale per poter dare l’accesso alle cure, solo attraverso la gratuità si riescono a raggiungere tutti i pazienti.
La qualità deve essere disegnata sulle esigenze del paziente e non sulle logiche di un’industria che mira a fornire una tecnologia sempre più elevata e non implementabile in contesti a basse risorse.
La responsabilità sociale viene rimessa ai governi che scelgono di mettere tra le proprie priorità l’accesso alle cure dei pazienti.

Come si sviluppa la rete regionale di EMERGENCY nelle zone del programma? In che modo collaborate con le autorità locali per garantire la sostenibilità nel futuro del progetto?

La rete si sviluppa grazie all’accordo con i quindici Paesi che aderiscono al programma e che facilitano il movimento dei pazienti affinché possano raggiungere i due Centri.
Sudan e Uganda, dove sorgono i nostri Centri di eccellenza, hanno garantito la gratuità dei visti d’ingresso da altri Paesi, anche da quelli con cui non hanno ottime relazioni diplomatiche.
Tutti si prendono l’impegno di garantire una libera circolazione dei pazienti.
La rete si basa inoltre sulla collaborazione e sul dialogo, EMERGENCY si è seduta al tavolo con ogni Paese firmatario dell’accordo e ognuno di essi ha espresso la richiesta di specializzazione chirurgica più necessaria per il proprio Paese. È stato così che dopo il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan, l’Uganda ci ha proposto di lavorare alla costruzione di un Centro di chirurgia pediatrica. Abbiamo accolto la proposta e siamo partiti disegnando il progetto insieme a loro.
Ideare i progetti insieme è una condizione essenziale perché non possiamo sapere da soli qual è la specialità medica più urgente per il Paese a cui sopperire, senza che sia esso stesso ad indicarcela.
Durante un incontro avvenuto in Uganda a maggio 2022, a cui erano presenti dodici Ministri della Sanità dei Paesi aderenti, ricordo che il ministro ugandese alzandosi e rivolgendosi ai presenti disse: «Abbiamo di fronte un’organizzazione che è riuscita a fare una cosa che noi stiamo provando a fare da trent’anni nel nostro Paese. Dobbiamo credere in loro».
Per far funzionare un ospedale di chirurgia di eccellenza è necessario il coinvolgimento non solo del Ministero della Sanità, ma di tutti quei Ministeri che hanno un impatto sulla funzionalità e operatività della struttura come il Ministero degli Interni per ciò che concerne la sicurezza, il Ministero della Finanza per l’esenzione sull’importazione di merci, il Ministero degli Affari Esteri per la libera circolazione di persone e di merci.
Il contributo dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai è molto importante perché sostiene un progetto che rappresenta una grande sfida ovvero quello di portare una chirurgia specialistica e di qualità in Paesi a bassissime risorse che difficilmente potrebbero permetterselo.
Abbiamo ricevuto un enorme supporto da parte dei Paesi africani perché hanno capito l’importanza di questo modello e ci stanno aiutando a portarlo all’attenzione delle organizzazioni internazionali e di altri donatori. Siamo felici che la Soka Gakkai abbia compreso il valore di questo progetto.

Quali sono le principali attività formative medico-chirurgiche svolte nei Centri di eccellenza di EMERGENCY?

Risponde Gina Portella, direttrice dell’unità medica (MCU) di EMERGENCY

I Centri di eccellenza di EMERGENCY hanno una doppia funzione: quella di curare pazienti e di formare il personale locale perché il Paese diventi indipendente nel tempo.
Nei nostri Centri, infatti, il personale sanitario locale che formiamo ha la possibilità di assistere ad una modalità di cura altamente professionale e questo è già il primo elemento della formazione.
I nostri professionisti affiancano totalmente lo staff locale che vive e lavora nel Paese: infermieri, medici alle prime armi o che stanno già seguendo un percorso di specializzazione più avanzata.
Il nostro obiettivo è che questi professionisti così formati possano garantire la continuità di quel livello di attenzione e di cura verso il paziente.
Le cure che offriamo sono per patologie complesse: ad oggi abbiamo un centro di cardiochirurgia e uno per la cura chirurgica delle patologie congenite dei bambini.
Queste cure nei loro paesi spesso non esistono, perché richiedono una specializzazione più avanzata e non sono assolutamente gratuite.

Quali sono le principali sfide che state affrontando nel contesto di questo progetto?

Le sfide sono tante. Nell’Africa Subsahariana è stato identificato il bisogno di cardiochirurgia per rispondere a una patologia che qui da noi è stata debellata, la malattia reumatica. Il nostro Centro in Sudan, ad oggi, ha garantito interventi chirurgici a cuore aperto a più di diecimila persone.
In questi Paesi tale patologia è endemica, ne hanno bisogno pazienti molto giovani che a causa di un’infezione sviluppano una reazione a livello cardiologico e devono sottoporsi a un intervento chirurgico che richiede il posizionamento di valvole meccaniche. Inoltre, i pazienti devono poter accedere a esami che permettono loro di far continuare a funzionare bene il cuore. La sfida è di poter continuare a seguire i pazienti per tutto il corso della loro vita.
Noi riusciamo a seguirli per più del 90% dei casi quindi, in qualche modo, la sfida medica è stata vinta!
In questo momento c’è una guerra in Sudan, scoppiata nell’aprile del 2023, e l’ospedale si è trovato al centro delle aree occupate dalle forze contrapposte al governo.
È diventato un ospedale di “cardiochirurgia di guerra”, gli approvvigionamenti non sono facili, non si riescono a mobilitare i professionisti che garantiscono le cure mediche. Alcuni professionisti sudanesi sono scappati insieme alle loro famiglie perché il Paese è invivibile. Purtroppo, la guerra ha messo a dura prova la nostra capacità di cura.
Quella che era una sfida già in tempi normali per quel contesto, ora si è trasformata veramente in una battaglia.
La parola “resilienza” che spesso viene applicata a queste situazioni non rende a sufficienza, si è creata più che altro una resistenza da parte di EMERGENCY, da parte dei pazienti, da parte del personale nel cercare di non perdere i pazienti e garantirgli comunque delle cure, oltre quello che stava succedendo fuori.
Il Centro di cardiochirurgia Salam che in arabo vuol dire “pace” negli anni ha curato pazienti provenienti da trenta paesi, oggi alcuni di essi non possono più rientrare in Sudan per i controlli periodici e noi li stiamo seguendo da lontano, nonostante sia un grosso sforzo sul piano logistico, economico e anche emotivo.

C’è un’esperienza particolarmente significativa di pazienti che beneficiano di questo progetto?

Recentemente ho incontrato una giovanissima sierraleonese che è stata curata al Centro Salam in Sudan e che ha potuto continuare a seguire la terapia anticoagulante per la sua valvola meccanica nel nostro ospedale in Sierra Leone.
Con lei abbiamo iniziato un dialogo per consigliarle di avere un controllo su una possibile maternità, perché il rischio di portare avanti una gravidanza nel suo Paese è alto e non è consigliabile con terapia anticoagulante, per giunta con un intervento cardiaco come quello che lei ha sostenuto.
Ero un po’ preoccupata per la delicatezza dell’argomento, ma a un certo punto lei mi ha detto: “Grazie a questo intervento adesso sto meglio e ho deciso di adottare una bambina”. Mi sono commossa profondamente.
Questi episodi ripagano gli sforzi delle sfide che portiamo avanti e ci fanno rendere conto dell’importanza del nostro lavoro.

Corridoi umanitari, la Soka Gakkai italiana al fianco dei rifugiati con i fondi 8×1000

Mercoledì 25 giugno 71 persone rifugiate sono arrivate all’Aeroporto Internazionale Leonardo Da Vinci di Fiumicino grazie a un corridoio umanitario. 11 di queste verranno accolte da Arci grazie al progetto “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà”, sostenuto con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai Italiana.

Mercoledì 25 giugno, 71 persone rifugiate sono arrivate  all’Aeroporto Internazionale Leonardo da Vinci di Fiumicino, con un volo organizzato da UNHCR – Agenzia Onu per i Rifugiati – proveniente dalla Libia. Il loro ingresso in Italia è stato reso possibile grazie al protocollo sui corridoi umanitari tra ministero dell’Interno e ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale sottoscritto due anni fa da Unhcr, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche, Caritas e Chiesa Valdese con l’obiettivo di accogliere In Italia 1500 persone rifugiate nell’arco di tre anni. I corridoi umanitari sono un canale sicuro e legale per tutte le persone costrette a migrare a causa di guerre, conflitti, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, povertà, disastri naturali e che cercano di raggiungere l’Europa in modo sicuro.

L’arrivo di mercoledì 25 giugno a Roma include il gruppo di persone che verrà preso in carico dall’Arci nella propria rete di Circoli Rifugiopiù di 20 circoli diffusi in 13 regioni.

Il progetto “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà“, realizzato da Arci Nazionale grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha implementato oltre 10 corridoi umanitari dal Pakistan – per cittadine e cittadini afghani – e dalla Libia, consentendo a 297 persone di raggiungere l’Italia negli ultimi due anni ed essere accolte dalla rete dei circoli ARCI. Obiettivo del progetto è garantire un’accoglienza diffusa e dignitosa basata sul coinvolgimento attivo dei territori e delle comunità locali al fine di sostenere percorsi di inclusione personalizzati, attraverso l’offerta di corsi di lingua, orientamento legale, inserimento scolastico per i minori,  formazione professionale e accompagnamento al lavoro. Tutto ciò nell’ottica di accompagnare le persone nel recupero di una propria vita libera, sicura e autonoma nei paesi di accoglienza.

Attraverso i corridoi umanitari, per ora limitati nei numeri, è possibile sostenere e accompagnare le persone che sono costrette alla fuga per proteggere la propria vita, offrendo loro speranza per il futuro e contrastando allo stesso tempo il fenomeno della tratta di esseri umani.

Nel pomeriggio del 25 giugno si è svolta una conferenza stampa in cui sono intervenuti Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, Walter Massa, presidente di Arci Nazionale e Filippo Ungaro, portavoce di UNHCR Italia. Massa, a nome di tutti i Circoli Rifugio, si è dichiarato orgoglioso di ospitare le persone rifugiate e dare loro la possibilità di costruire una nuova vita lontano dalle guerre e dalle discriminazioni, sottolineando come l’impegno di Arci rimanga quello di battersi per un mondo libero dalle frontiere e in cui le persone possano muoversi liberamente  e costruirsi una nuova vita. Ungaro ha fatto notare che il numero delle persone rifugiate nel mondo è raddoppiato negli ultimi dieci anni raggiungendo la cifra preoccupante di 122 milioni, a fronte invece dei tagli che i governi hanno operato in questi anni a discapito delle  organizzazioni che si impegnano per garantire i diritti delle persone costrette a lasciare il proprio paese. “In quest’ottica – ha affermato- i corridoi umanitari rappresentano un’ancora di salvezza per tutte queste persone.” Anche Impagliazzo ha voluto sottolineare come i corridoi siano una risposta forte al male delle guerre nel mondo che causano numerose sofferenze, tra cui quella di dover lasciare la propria casa.

La Soka Gakkai italiana partecipa a un evento promosso da Refugees Welcome insieme a UNHCR

L’evento organizzato venerdì 20 giugno negli spazi del Monk a Roma, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, ha rappresentato un momento di condivisione e partecipazione attiva di attiviste e attivisti, persone rifugiate, cittadine/i e rappresentanti delle reti territoriali.

La serata, promossa da Refugees Welcome Italia insieme a UNHCR Italia, nell’ambito del progetto Community Matching  sostenuto con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai – ha visto una grande partecipazione e ha messo in evidenza quanto le relazioni quotidiane siano fondamentali per costruire una società più aperta e inclusiva.

L’evento si è aperto con il talk “Community Matching: storie e riflessioni”, moderato da Lucia Ciravolo di Refugees Welcome, che ha guidato un confronto ricco di contenuti con alcuni protagonisti del progetto Community Matching.

Jasmine Mittendorf (UNHCR Italia) ha ricordato che oggi, mentre le crisi globali legate ai rifugiati aumentano, è sempre più urgente fare di più, anche se le risorse a disposizione sono in calo. Molti programmi sono costretti a ridurre o sospendere le attività, con il rischio di generare ancora più instabilità. Secondo Mittendorf, pensare solo a proteggere l’economia e i confini è una visione limitata: non garantisce benessere né sicurezza, e può peggiorare le crisi invece di risolverle.
Ha poi sottolineato il valore del progetto Community Matching, che mette al centro le reti di solidarietà e dimostra come l’integrazione passi dal riconoscersi come persone e dal prendersi cura gli uni degli altri.

Daniela Di Capua, responsabile dell’Ufficio 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha spiegato le motivazioni alla base del sostegno al progetto, legate alla costruzione di una cultura della pace e dell’interdipendenza. Ha sottolineato come, attraverso il progetto Community Matching, si favorisca l’incontro tra persone su un piano di parità, senza etichette, promuovendo relazioni fondate sulla reciprocità. Secondo Di Capua, il cambiamento autentico parte dal basso e dal coinvolgimento diretto di ciascuna e ciascuno: solo attraverso la trasformazione personale e quotidiana è possibile costruire comunità realmente inclusive, per quanto possa essere lento e complesso.

A seguire, sono intervenuti alcuni rappresentanti delle reti di associazioni che collaborano con il progetto Community Matching, offrendo supporto in ambito abitativo, lavorativo, legale e sociale.
Alessandra Massaro (Spazio Comune), Matteo Archilletti (Percorsi di cittadinanza), Federico Feliciani (Spes contra Spem), Andrea Giacomo Minichini, Majo Orellana Guevara e Dafne Alastra, attivi nella rete di Refugees Welcome Italia. Le loro testimonianze hanno restituito con concretezza le sfide e le opportunità dell’accoglienza diffusa.
Uno spazio è stato dedicato anche all’advocacy, con l’intervento di Giovanna Cavallo (Forum per cambiare l’ordine delle cose e Legal Aid), che ha ribadito l’importanza di politiche strutturali capaci di garantire diritti e dignità a chi cerca protezione.

Dal confronto è emerso un messaggio chiaro: nessuno si integra da solo. L’inclusione non è un atto individuale, ma un processo collettivo, basato sulla responsabilità condivisa e sulla costruzione di legami autentici. Ogni gesto di accoglienza rappresenta un passo verso una società più equa e coesa.

20 giugno: Giornata mondiale del rifugiato

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai racconta il suo impegno a favore delle persone in fuga. Dal “Community Matching” di UNHCR Italia, Refugees Welcome e Ciac Onlus ai “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà” di Arci, fino all’educazione ai diritti umani e all’inclusione con “Protect people not borders” di Comitato 3 ottobre: grazie ai fondi 8×1000 è stato possibile promuovere diverse iniziative per tutelare i diritti dei rifugiati e stimolare un cambiamento positivo

“Sono un essere umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo” recitava uno dei personaggi di una commedia di Terenzio, celebre commediografo dell’Antica Roma. Una frase che è diventata un manifesto di umanità, all’insegna dell’uguaglianza, valore universale delle persone. Eppure, nel mondo, ogni due secondi una persona è costretta a fuggire a causa di conflitti, violenze, disastri naturali e persecuzioni. Sono oltre 120 milioni le persone costrette alla fuga, di queste, quasi 26 milioni sono minorenni.1

Dati allarmanti che denunciano un contesto di crisi non più rimandabile e che vestono antichi detti di una rinnovata consapevolezza. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno), l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai racconta l’importanza di costruire ponti di solidarietà e speranza, una volontà che riflette i principi buddisti di disarmo interiore e rispetto per la dignità della vita. Dalla volontà ai fatti: grazie ai fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana, sono state coinvolte 40 organizzazioni e realtà associative in 183 città in Italia e all’estero per un totale di 5.3 milioni di euro investiti in progetti a tutela delle persone rifugiate.2 Uno strumento, quello dell’8×1000, con cui accompagnare un cambiamento positivo e coltivare un futuro inclusivo, solidale ed equo.

«La dignità della vita non conosce confini né nazionalità. In questa Giornata Mondiale del Rifugiato, celebriamo il coraggio della rinascita e l’importanza della comunità: ogni persona in fuga porta con sé un bagaglio culturale inestimabile e la nostra ambizione è quella di offrire opportunità concrete di autonomia e integrazione alle persone costrette a fuggire per trovare un rifugio sicuro – spiega Anna Conti, vicepresidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. – Proteggere i diritti universali, infatti, significa proteggere ogni singolo individuo e coltivare, insieme, un futuro di pace e giustizia per tutti. Per questo, in linea con i princìpi buddisti, abbiamo da sempre preso un impegno nella promozione e tutela dei diritti umani. I diritti umani e l’educazione sono al cuore della nostra azione: con 80 progetti avviati e oltre 245.000 persone raggiunte, sono i nostri ambiti di intervento più rilevanti. E solo con le nostre iniziative a tutela delle persone rifugiate abbiamo raggiunto circa 14.000 persone».

Dal “Community Matching” di UNHCR Italia, Refugees Welcome e Ciac Onlusche crea ponti relazionali tra rifugiati e comunità locali, ai “Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà” di Arci per garantire corridoi umanitari sicuri, fino a “Protect people not borders” di Comitato 3 ottobre per educare le nuove generazioni alla cultura dell’inclusione: diversi i progetti di ampia portata che testimoniano l’impatto dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana per una società in cui tutti possano costruire il proprio futuro.

Rifugiati e volontari insieme per un nuovo modello di inclusione: ecco il “Community matching” di UNHCR,  Refugees Welcome e Ciac Onlus

Il progetto Community Matching, realizzato da UNHCR Italia in partenariato con Refugees Welcome Italia Ciac Onlus, rappresenta un modello innovativo di integrazione che abbina persone rifugiate a volontari locali attraverso relazioni strutturate di sostegno reciproco. Il programma, realizzato grazie ai fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha coinvolto numerose città dello Stivale all’insegna dell’inclusione: Torino, Milano, Padova, Parma, Ravenna, Bergamo, Bologna, Roma, Napoli, Bari e Palermo.

Una collaborazione transregionale che ha permesso di facilitare l’accesso ai servizi territoriali, alla casa, al lavoro e alla vita sociale delle comunità ospitanti e che ha coinvolto oltre 3.400 persone tra rifugiati, richiedenti asilo, apolidi e volontari, creando reti relazionali durature basate sulla fiducia e l’accompagnamento personalizzato.

Il progetto si articola, dunque, attraverso due azioni complementari: il “community matching” che abbina cittadini volontari (buddy volontario) a persone titolate di protezione e richiedenti asilo (buddy rifugiato) con l’obiettivo di creare un percorso di integrazione virtuoso. Quello che nasce è, quindi, un matching tra comunità di grande valore, una sinergia che incarna anche “Community as a Superpower”, il tema ufficiale della Giornata Mondiale del Rifugiato 2025. A questa attività sono affiancate le cliniche legali per l’apolidia, novità del progetto 2025. Le cliniche offrono assistenza legale specializzata a persone apolidi in collaborazione con università italiane.

«In un mondo con oltre 120 milioni di persone sfollate, l’Italia, come sistema paese, dimostra che l’accoglienza va oltre l’assistenza, e questo significa comprendere la persona che hai di fronte» racconta Chiara CardolettiRappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. «Grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo creato un modello rivoluzionario che abbina rifugiati e volontari locali in relazioni strutturate di sostegno reciproco. “Community matching” ha già trasformato la vita di oltre 3.400 persone tra rifugiati, richiedenti asilo, apolidi e volontari, facilitando l’accesso a servizi, casa, lavoro e integrazione sociale. Non offriamo solo aiuto materiale, ma costruiamo ponti di comprensione che rendono meno soli i giovani rifugiati, e responsabilizzano i giovani italiani ed europei come parte della soluzione».

I corridoi della libertà di Arci Nazionale: centinaia di persone oggi al sicuro in Italia

“Circoli Rifugio- Più corridoi per la libertà” di ARCI promuovono corridoi umanitari sicuri e legali per persone rifugiate provenienti da contesti ad alto rischio come Libia, Pakistan, Iran e Afghanistan. Il progetto garantisce un’accoglienza diffusa e dignitosa attraverso il coinvolgimento attivo dei territori e delle famiglie accoglienti. Grazie ai fondi 8×1000 della Soka Gakkai Italiana, sono stati implementati 10 corridoi umanitari che hanno permesso a 286 persone di raggiungere l’Italia in sicurezza, più altre 120 previste per il 2025-2026. Il programma, sviluppato in 21 città italiane e 13 Regioni, include percorsi di inclusione con corsi di lingua, orientamento legale, formazione professionale e accompagnamento al lavoro.

In cosa consiste il progetto? Parola a Filippo Miraglia, responsabile immigrazione, Diritto d’Asilo e Lotta al Razzismo di Arci: «Dall’agosto 2021 abbiamo ricevuto moltissime richieste di aiuto, cui abbiamo cercato di rispondere con lo strumento dei Corridoi Umanitari, e grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo potuto dare ai nostri circoli maggiore certezza di risorse e stabilità. Il progetto ha salvato, infatti, persone da contesti ad alto rischio e prevede percorsi di inclusione multidimensionale con corsi di lingua, orientamento legale, formazione professionale e accompagnamento al lavoro. Un modo per permettere alle persone di riunirsi e raggiungere, attraverso il dialogo, una mediazione tra diversi punti di vista» conclude Miraglia.

Protect people, not borders: Comitato 3 ottobre semina consapevolezza nelle nuove generazioni

Il progetto “Protect People, Not Borders”, realizzato dal Comitato 3 ottobre e sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, semina consapevolezza nelle nuove generazioni attraverso un’iniziativa educativa transnazionale. Italia, Germania, Olanda, Francia, Regno Unito e Slovenia questi i Paesi coinvolti grazie alla rete educativa “Semi di Lampedusa” con cui sono state raggiunte oltre 3.200 persone tra studenti, docenti e persone con background migratorio, creando una rete internazionale di educazione ai diritti umani, alla solidarietà. e all’inclusione.

Il progetto si articola attraverso l’organizzazione della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza a Lampedusa , attività laboratoriali nelle scuole con moduli formativi e testimonianze di sopravvissuti, ed eventi presso il Parlamento Europeo di Bruxelles per promuovere il riconoscimento dei diritti delle persone migranti. L’obiettivo del progetto è quello di educare ai diritti umani e alla solidarietà, favorendo nei giovani la comprensione delle esperienze di chi è costretto a migrare e rafforzando una rete educativa “universale” sui temi dei diritti umani, dell’inclusione, della memoria e dell’accoglienza.

17 maggio: Giornata Internazionale contro l’omolesbobitransfobia

Il 17 maggio rappresenta una data fondamentale nella lotta per i diritti della comunità LGBTQIA+: è il giorno in cui, nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha declassificato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Da allora, il 17 maggio è celebrato come la Giornata Internazionale contro l’Omolesbobitransfobia. In questo contesto, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha scelto di sostenere, con i fondi 8×1000, iniziative a favore della comunità LGBTQIA+ con la convinzione che ogni persona meriti di vivere senza subire discriminazioni, violenze o esclusione. I progetti finanziati abbracciano diverse aree: diritti umani, cultura ed educazione per promuovere una società più equa e solidale basata sul rispetto della dignità della vita, l’uguaglianza e la compassione, valori dell’umanesimo buddista.

AREA DIRITTI UMANI

Refuge LGBT+“, realizzato da Gay Center e Gay Help Line, è un progetto che offre supporto a giovani LGBT+ tra i 16 e i 26 anni vittime di violenza familiare. Include servizi di accoglienza, supporto psicologico, legale e medico. In particolare, la fase II del progetto ha visto l’apertura del “Refuge LGBT+ CoHousing”, una nuova struttura destinata a utenti che hanno già completato un percorso di accoglienza e sono pronti a intraprendere un cammino di semiautonomia. In Italia ogni anno ci sono circa 21.000 episodi di omobitransfobia denunciati al servizio Gay Help Line 800 713 713. Tra i casi segnalati, vi sono circa 300-400 giovani che vivono situazioni di maltrattamenti familiari gravi in quanto LGBT+, tra cui minorenni e giovani adulti sino ai 26 anni circa.

Spazio Plus – Arcobaleno” è un progetto della Croce Rossa Italiana – Comitato Area metropolitana di Roma Capitale. Questo servizio offre empowerment sociale e lavorativo a persone LGBTQIA+ vittime di discriminazione, attraverso percorsi di orientamento, formazione professionale e supporto psicologico, legale e sociale. L’obiettivo è garantire l’inclusione attiva nel mondo del lavoro e sensibilizzare enti pubblici e privati sulle tematiche delle discriminazioni omolesbobitransfobiche.

Circoli Rifugio – Più corridoi per la libertà” è il progetto con cui ARCI organizza corridoi umanitari per rifugiati in fuga dalla Libia e dall’Afghanistan, garantendo loro protezione e accoglienza in Italia. Tra i destinatari vi sono anche persone appartenenti alla comunità LGBTQ+, che spesso affrontano discriminazioni e violenze nei loro paesi d’origine. L’Arci, anche grazie al contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è riuscita a raggiungere e superare il numero delle persone in carico: da luglio 2022 sono stati realizzati 10 corridoi umanitari che hanno permesso di portare in salvo 286 persone.

AREA CULTURA

Nel campo culturale, l’Istituto Buddista Italiano sostiene “Fr*cinema” di Arcigay Roma Gruppo Ora APS, una rassegna cinematografica LGBTQIA+, ideata e curata da Pietro Turano. L’iniziativa unisce proiezioni, talk, workshop e un concorso per giovani talenti, oltre a promuovere l’inclusività e la riappropriazione culturale, offrendo uno spazio di espressione e visibilità per la comunità LGBTQ+. Dal 26 marzo all’11 giugno 2025 in programma sette serate al Cinema Troisi di Roma, che vedranno il coinvolgimento di oltre 1000 partecipanti e spettatori.

AREA EDUCAZIONE

Nel settore educativo, “Youth For Love 2” di ActionAid Italia contribuisce alla prevenzione e al contrasto della violenza tra pari, con focus sulla violenza di genere, partendo dalla comunità educante e in particolare dalle scuole. Il progetto sviluppa un programma educativo integrato che coinvolge studenti, docenti, genitori e istituzioni locali, per accrescere la consapevolezza e promuovere comportamenti rispettosi e inclusivi. Per ulteriori informazioni sui progetti sostenuti dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è possibile visitare il sito https://ottopermille.sokagakkai.it/

Il sindaco Gualtieri visita Refuge LGBT+ in apertura degli eventi per la Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia

All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia che sarà il 17 maggio, il Gay Center, insieme ad ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha organizzato un incontro per ribadire l’importanza dei servizi di supporto alla comunità LGBT+. All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

Marina Marini, coordinatrice Network Refuge LGBT+, di Gay Center, ha dichiarato:
«Ringraziamo il sindaco e tutte e tutti voi per essere qui in questo evento organizzato in occasione delle prossime iniziative del 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia, in cui desideriamo ribadire l’importanza dei servizi per la comunità LGBTQIA+.
L’associazione Gay Center, insieme alle altre associazioni partner ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha attivato proprio grazie al Comune di Roma nel 2005 il Contact Center Nazionale Gay Help Line 800 713 713, che nel 2026 compirà vent’anni, e che dall’inizio del servizio ha risposto ad oltre 350 mila contatti, con una media di circa 20 mila all’anno nell’ultimo lustro.
Il servizio della Gay Help Line è sempre stato garantito in questi anni, grazie al supporto dei volontari e volontarie e delle Istituzioni che ci hanno sostenuto, come l’Unar (ufficio nazionale antirazziale del ministero delle pari opportunità), la Regione Lazio, il Comune di Roma, e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai grazie ai fondi 8×1000 ed altri soggetti pubblici, Chiesa Valdese e privati. Ricordo con orgoglio che siamo ancora ad oggi il Contact Center ufficiale del Comune di Roma»

In risposta alle richieste di aiuto di giovani e giovanissimi LGBTQAI+, nel 2012 è stato avviato il progetto Refuge LGBT+, in collaborazione con la rete francese Le Refuge. Grazie a questa iniziativa, sono stati ospitati oltre 140 utenti in tre strutture, con un cohousing nel Municipio 1 di Roma. Il progetto ha fatto la storia, essendo la prima struttura in Italia ad accogliere minori affidati direttamente dai tribunali in una struttura LGBT+.

Inoltre Refuge LGBT+ ha accolto, per la prima volta in Italia, anche persone minori affidateci direttamente dai Tribunali.

Tamiko Kaneda, segretaria generale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha affermato:
«In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia, esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le persone LGBTQIA+ vittime di discriminazione e violenza.
Come Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, crediamo nella dignità di ogni essere umano e ci impegniamo per una società fondata sul rispetto, sull’inclusione e sulla pace; per questo siamo orgogliosi di sostenere, attraverso i fondi dell’8×1000, i progetti di Gay Center. Continueremo a fare la nostra parte affinché nessuna persona sia lasciata sola e ogni identità sia accolta con rispetto».

In seguito ha preso la parola Gianluca Lanzi, presidente del Municipio 11 di Roma, sottolineando la collaborazione con il Gay Center in diverse iniziative, inclusa una recente campagna presso le scuole, centri sportivi e farmacie del Municipio per Gay Help Line.

L’evento ha ricevuto i saluti di Erica Battaglia, presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma, che con noi ha fondato il progetto Refuge LGBT+.

«L’impegno della nostra amministrazione a sostegno di realtà come questa è e rimane costante. Questa struttura è fondamentale perché grazie al prezioso lavoro del personale specializzato è un punto di riferimento, di accoglienza, rifugio e difesa per tutte quelle persone che purtroppo ancora sono vittime di violenza omolesbobitransfobica e discriminazione. Un fenomeno che rimane molto preoccupante e caratterizzato da un sommerso a cui in parte arriviamo con il prezioso contributo della rete degli sportelli territoriali LGBT+ nei municipi.
Chi come noi amministra la città ha il dovere di fornire risposte e strumenti di aiuto concreti, non solo parole che usiamo per condannare gli episodi di discriminazione, che seppur preziose da sole non bastano»
ha affermato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Coltiviamo insieme il cambiamento positivo

Il tuo 8×1000 all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai semina speranza per il futuro

Puoi destinare l’8×1000 dell’IRPEF all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, come previsto dalla Legge di Intesa con lo Stato italiano (art. 18 L.130/2016).
Basta firmare nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi (Certificazione Unica, Modello 730 o Modello Unico) e selezionare la casella corrispondente. Non serve indicare il codice fiscale.
Ispirandosi ai valori dell’umanesimo buddista, la Soka Gakkai italiana ha scelto di destinare i fondi dell’8×1000 al sostegno di attività sociali e umanitarie.
Secondo le linee guida per l’utilizzo dei fondi, i nuovi progetti vengono implementati in quattro aree principali: Diritti Umani, Educazione, Ambiente e Cultura.
Proseguendo il sostegno a progetti già attivi per la tutela dell’ambiente e il disarmo nucleare, nell’annualità 2025/2026 si rafforzeranno ulteriormente gli interventi legati all’educazione e ai diritti umani.

Giovani in azione per il clima

Abbiamo intervistato Roxani Roushas del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) di Roma, e coordinatrice del progetto “Youth4Climate” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Giovani tra i 18 e 29 anni provenienti da tutto il mondo elaborano progetti innovativi a sostegno delle sfide dell’emergenza climatica

Il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) è stato istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1966. Di cosa si occupa nello specifico il centro UNDP di Roma?

L’UNDP è la più grande agenzia delle Nazioni Unite che lavora per lo sviluppo sostenibile, la sede centrale è a New York ma abbiamo uffici in centosettanta paesi e territori.
La presenza così forte sul territorio ci permette di lavorare a stretto contatto con i governi.
Operiamo con la consapevolezza che le sfide dello sviluppo sostenibile sono complesse e per questo vanno affrontate in modo integrato, poiché sono tutte interconnesse.
Per quanto riguarda il Centro UNDP a Roma è una parte relativamente nuova, da qui gestiamo diversi programmi, tra questi Youth4Climate (giovani per il clima) che è un programma globale e finanziato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Gli altri programmi del Centro si focalizzano sul finanziamento climatico ed energetico, sempre in stretta collaborazione con il Governo italiano e con l’Africa come regione prioritaria.

Come è nato il progetto “Youth4climate” e quali sono i suoi obiettivi?

Nel 2021 il governo italiano – tramite il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica –in preparazione della Cop26 (ventiseiesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico), ha ospitato a Milano il “Youth4Climate Summit” (Summit di giovani per il clima) offrendo ai giovani da oltre 180 paesi l’opportunità di presentare idee e proposte concrete su alcune delle questioni più urgenti dell’agenda climatica.
Da questo incontro è emerso un documento, il Manifesto Youth4Climate, un piano per l’azione climatica.
Il governo italiano ha deciso di proseguire questo processo e ha avviato una partnership con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per sviluppare e lanciare l’iniziativa Youth4Climate. 
Dal 2023, il programma Youth4Climate, anche grazie al supporto dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana, ha già completato due cicli di una “Call for Solutions”, un invito a identificare, amplificare, supportare e far crescere le innovazioni climatiche guidate dai giovani. Questo programma interviene in uno spazio essenziale, quello di mettere i giovani innovatori in condizione di sviluppare le proprie idee in proposte concrete. È stato pertanto identificato dal Vertice G7 del 2024 come una best practice da seguire da parte dei governi del G7 per contribuire in modo tangibile a supportare il ruolo dei giovani come attori protagonisti nella lotta al cambiamento climatico. 100 giovani tra i 18 e i 29 anni e organizzazioni giovanili hanno ricevuto finanziamenti diretti fino a 30.000 dollari ciascuno per implementare i loro progetti vincitori del bando. I progetti finanziati fino ad ora si trovano in 52 paesi mentre l’iniziativa mira ad assegnare ulteriori finanziamenti attraverso la sua Call for Solutions del 2025, attualmente aperta: https://community.youth4climate.info/dashboard/call-solutions-2025.
Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo dei giovani come attori legittimi nel processo decisionale e nell’azione sul cambiamento climatico.

Per conoscere alcuni dei progetti finanziati in questo video girato durante l’evento Youth4Climate svolto al Politecnico di Torino nell’ottobre 2024: https://www.youtube.com/watch?v=U0pqrT2O0wk&t=8s.

Quanto è importante il ruolo dei giovani nella lotta al cambiamento climatico?

I giovani hanno tante, grandi idee e sono i più colpiti dai cambiamenti climatici. Eppure sono quelli che hanno meno sostegno politico e finanziario per realizzare le loro idee. Quindi il nostro obiettivo è quello di lavorare per colmare questa lacuna e dare riconoscimento, visibilità e risorse all’azione per il clima guidata dai giovani. Il nostro compito è anche quello di lavorare con i governi in ogni paese, e spingere affinché i giovani, le donne e le comunità indigene, siano inclusi nella progettazione e nell’attuazione dei piani che hanno stabilito i governi per contrastare il cambiamento climatico. 
Il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è estremamente importante e in linea con lo spirito con cui noi lavoriamo, perché abbiamo l’obiettivo condiviso di sostenere i giovani e combinare l’azione locale con il cambiamento globale. Essere in grado di presentare il proprio lavoro a una scena internazionale può avere un impatto enorme nella vita di questi giovani, e questo è anche un modo in cui combiniamo l’azione locale con la solidarietà globale.

Quali opportunità vengono offerte ai giovani selezionati per esprimere il loro potenziale?

Ci sono circa 1,5 miliardi di giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni nel mondo, quindi una grande fetta della popolazione globale.
Ma il 75% di questi giovani si trovano in paesi in via di sviluppo e subiscono ancora di più gli effetti del cambiamento climatico, come le emissioni di carbonio, l’inquinamento atmosferico e gli effetti sulla salute, sul lavoro e su ogni ambito della loro vita. I bambini e i giovani, infatti, sono i più vulnerabili. Nonostante questo, sono le persone più competenti in quest’ambito e quando i giovani partecipano a diverse conferenze internazionali, dimostrano tutte le loro competenze e conoscenze.
Oltre a finanziare completamente i progetti selezionati che propongono li supportiamo con un sistema di tutoraggio, attraverso consigli tecnici, ma anche sviluppo del business e altre esigenze che potrebbero dover affrontare. E poi offriamo loro visibilità e connessioni con altre persone, mettendoli in contatto con gli uffici nazionali di UNDP e con i partner con i quali collaboriamo. Inoltre, coinvolgiamo i giovani in tutto il processo decisionale, nella valutazione e nella selezione dei progetti per rendere la candidatura il più accessibile possibile. Forniamo anche supporto durante il processo di candidatura, in modo che possano sempre parlare con qualcuno riguardo la pianificazione del lavoro e il budget, perché a volte questa è la parte più complessa della progettazione di una proposta.

Come il progetto contribuisce alla giustizia climatica e alla costruzione di un futuro più sostenibile?

Contribuire alla giustizia climatica significa porre al centro i diritti umani in ogni decisione concernente il clima.
L’approccio per perseguire la realizzazione della giustizia climatica non riguarda solo i giovani, ma anche altri gruppi come le popolazioni indigene e le donne. La crisi climatica minaccia non solo la vita nel presente, ma anche i diritti umani delle generazioni future.
Investire sui giovani, sulle loro idee e potenzialità è già agire per la giustizia climatica, soprattutto dare loro la possibilità di poter presentare i propri progetti a prescindere dal tipo di formazione che hanno avuto o dal luogo in cui vivono. Inoltre, per contribuire alla giustizia climatica, nel processo di valutazione prendiamo in considerazione non solo l’impatto ambientale ma anche il potenziale impatto sulla comunità. Per fare un esempio concreto, uno dei progetti vincitori è nato in Bolivia, un paese in cui vi è un grande problema di sicurezza alimentare perché il cibo non è prodotto localmente e ci si affida alle consegne che provengono da altri paesi. Un gruppo di giovani ha realizzato un sistema per la coltivazione di ortaggi utilizzando l’acqua invece del terreno. Questi sistemi sono già presenti in molte scuole pubbliche della capitale e vengono utilizzati anche per realizzare dei progetti di educazione ambientale e migliorare la consapevolezza riguardo all’importanza di un’alimentazione sana e della sicurezza alimentare per i bambini e i loro familiari.  Da una parte il progetto garantisce che i bambini dispongano di cibo sano e locale, dall’altra di realizzare una maggiore consapevolezza.

C’è un incoraggiamento che vorrebbe dare ai giovani che vivono una sensazione di impotenza davanti alla crisi climatica?

Penso che sia normale sentirsi sopraffatti e ansiosi quando c’è così tanta incertezza nel mondo.
La cosa importante è trovare giovani che, condividendo questa preoccupazione, possano discutere di questi problemi. Riunirli e sviluppare delle soluzioni insieme. Questo può essere un ottimo modo per evitare di essere bloccati dalle preoccupazioni: quali soluzioni ci sono, quali hanno un maggiore impatto e come poterle adattare al contesto locale?
Vorrei dire ai giovani di tirare fuori il coraggio, di non aver paura di fallire e di sviluppare un pensiero critico.

Proteggere e sostenere i diritti delle donne in Afghanistan

Abbiamo intervistato Massimo Angeli di Medici Senza Frontiere per il progetto K.H.O.ST che si occupa di cure e trattamenti dedicati alle donne in età fertile e ai bambini in Afghanistan. Il progetto è finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Dal punto di vista sanitario, qual è la situazione che stanno vivendo le donne in Afghanistan?

La situazione sanitaria delle donne in Afghanistan è grave, soprattutto per quanto riguarda la mortalità materna.
I numeri erano già allarmanti, si parla di circa 4.300 donne che ogni anno muoiono a causa di complicazioni durante la gravidanza e l’accesso alle cure è sempre più difficile, in alcune zone impossibile, a causa di un consistente aumento del costo dei trasporti, delle visite mediche, dei farmaci. I nostri operatori ci raccontano che alcune donne raggiungono l’ospedale in condizioni critiche e spesso quando arrivano è troppo tardi, anche perché dal 2023 c’è l’obbligo per le donne di avere un accompagnatore maschile anche per camminare per strada.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Il progetto si focalizza sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne (SRH) e per fare questo fornisce servizi gratuiti di alta qualità per l’assistenza sanitaria, materna e pediatrica nella provincia di Khost, in Afghanistan. Medici Senza Frontiere gestisce un ospedale materno infantile, che accoglie i casi più gravi e complicati ma supporta anche otto centri dislocati nella provincia che sono più vicini alle donne e hanno un bacino di utenza di circa un milione di persone. Supportiamo questi centri attraverso le forniture mediche, attrezzature, ambulanze e formazione del personale.
I costi di un progetto del genere sono ingenti e in tal senso il contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato fondamentale e si traduce nell’acquisto di medicine o macchinari come ad esempio l’ecografo. Inoltre, dal punto di vista delle risorse umane, grazie a questo contributo, possiamo coprire i costi di ostetriche formate e competenti, che rappresentano una risorsa estremamente preziosa non solo per il valore degli interventi erogati ma anche per ciò che possono poi trasmettere a tutta la comunità.
Grazie al progetto, in cui adottiamo un modello innovativo, riusciamo a valorizzare le donne afgane sia come pazienti ma anche in quanto operatrici sanitarie: infatti oltre il 90% del personale del nostro ospedale è composto da donne afgane. Attualmente non sono molte le realtà autorizzate ad assumere personale femminile e noi possiamo dare alle donne l’occasione di lavorare e ricevere una formazione.
Proprio perché ci sono centinaia di donne che lavorano nel nostro ospedale e nei centri dislocati, abbiamo potuto aprire un asilo nido in cui le madri accompagnano i bambini prima di iniziare a lavorare in ospedale… come potete immaginare questi servizi sono rari nel paese.

A questo proposito come collaborate con il sistema sanitario locale?

Abbiamo avuto interlocuzioni a più livelli, sia un accordo nazionale con il Ministero della salute pubblica afgano, sia un accordo specifico con il Dipartimento della salute pubblica della provincia di Khost.
In questo modo abbiamo creato un solido coordinamento a livello locale con le autorità e le strutture sanitarie, e abbiamo implementato una strategia di decentralizzazione che ha rafforzato i centri locali evitando di congestionare l’ospedale materno infantile che così si concentra a gestire i casi più gravi.
A livello di partner abbiamo stabilito collaborazioni informali con i leader delle comunità locali, che partecipano alle nostre riunioni per renderle luoghi di aggregazione e conoscenza del territorio.
Questo tipo di relazioni sono essenziali per il futuro perché avere un sostegno informale da parte della comunità locale di riferimento è una sicurezza per la durata e la sostenibilità del progetto stesso.

Immaginiamo che lavorare in un contesto in cui il rispetto dei diritti è a rischio non sia semplice, come selezionate il personale?

Molti dei nostri progetti sono situati in aree in conflitto. Il contesto è spesso caotico, instabile e ci troviamo a lavorare con grandi gruppi di persone in difficoltà.
Anche nelle zone più stabili, i carichi di lavoro e la vita in team possono essere fonte di stress.
Bisogna essere in grado di far fronte a un ambiente difficile e imprevedibile.
Proprio per queste ragioni, offriamo un servizio di stress management (gestione dello stress) agli operatori umanitari, prima, durante e dopo la missione.
Inoltre, per MSF è fondamentale la formazione delle persone che arrivano dall’estero e sicuramente c’è l’obiettivo di valorizzare sia le risorse assunte localmente sia quelle a livello internazionale, per lavorare in sinergia in modo efficiente ed efficace.
Per lavorare come operatore umanitario di MSF è necessario avere una buona capacità di resilienza ma anche un certo grado di adattabilità, flessibilità e capacità di problem solving in base al contesto specifico. Lo staff di MSF che rientra dall’Afghanistan riporta sempre di aver imparato tantissimo dalle donne, perché nonostante la loro vita sia molto difficile, sono animate da una grandissima forza.

Sostenere la preziosità di ogni individuo

Abbiamo intervistato Francesco Pastorello, Presidente della Croce Rossa Italiana – Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale – in relazione al progetto Spazio Plus, sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto mira a sostenere le persone vittime di omolesbobitransfobia nell’ambito lavorativo.

Com’è nato il progetto “Spazio Plus”?

Il progetto nasce in un contesto di sensibilità della Croce Rossa nei confronti delle persone LGBTQIA+. La volontà di impegnarsi su questo tema si era già manifestata una decina di anni fa con il network Andrea. L’esperienza concretizzata nel corso degli anni anche con la realizzazione di una casa rifugio, Casa+, ci ha fatto rendere conto della necessità di offrire un supporto nella ricerca di un lavoro e di sostenere i beneficiari nel loro processo di empowerment. Il nostro obiettivo è ridurre gli ostacoli nell’accesso al mondo del lavoro, così da consentire una maggiore emancipazione e libertà dal punto di vista socioeconomico.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Il progetto mira a sostenere le persone vittime di omolesbobitransfobia nell’ambito lavorativo, non solo agendo su un piano individuale, ma anche culturale, attraverso azioni volte a rafforzare l’inclusione nelle diverse realtà lavorative, eliminando ogni forma di discriminazione.
Non c’è mai una soluzione univoca: l’obiettivo è sostenere ciascuna persona nel suo ingresso nel mondo del lavoro. Per raggiungerlo dobbiamo capire cosa vuole realizzare quella persona, quali sono le sue risorse e i suoi strumenti, mettendo in luce i punti di forza di ogni individuo e migliorando alcune competenze. Ad esempio, per alcune persone beneficiarie del progetto di origine straniera, la possibilità di imparare la lingua italiana è sicuramente un incentivo per realizzare quell’indipendenza e autonomia che sono scopo del progetto.

Che difficoltà principali devono affrontare le persone LGBTQIA+  nell’ambito del mondo lavorativo? Negli ultimi anni avete registrato un peggioramento o un miglioramento relativo all’inclusione?

Le difficoltà principali sono quelle legate al pregiudizio e alla discriminazione: dall’uso di un linguaggio sessista fino ad aperte e dichiarate ostilità nei confronti delle persone LGBTQIA+ , che possono arrivare anche al diniego del posto di lavoro o di ottenere un colloquio.
Non è possibile dire se c’è stato o meno un miglioramento in termini oggettivi. Quello che possiamo affermare è che con un’attività di follow-up delle persone che seguiamo e assicurando un percorso il più inclusivo possibile, abbiamo più volte riscontrato che le persone riescono a realizzare i loro obiettivi personali. Siamo certi che risolvendo il problema di una singola persona si possono raggiungere obiettivi più grandi.
L’impegno in questo ambito ha permesso anche a noi di Croce Rossa Roma di diventare più inclusivi. Parlare di temi che di solito si preferisce non affrontare, come la discriminazione o l’inclusione, consente di migliorare molto.

Che cosa significa concretamente progettazione personalizzata?

Si tratta di una metodologia di approccio incentrata sull’individuo. Una persona si rivolge allo sportello e fa un colloquio nel quale si presenta: racconta cosa sa fare, le proprie esperienze lavorative, ma anche il trascorso personale. Noi approfondiamo quali sono le aspirazioni di ciascuno e le sue attitudini. In seguito, si costruisce un progetto anche con la creazione di percorsi individuali e personalizzati, con un intervento formativo o con tirocini all’interno delle aziende.
Gli Enti pubblici, ad esempio, stanno rispondendo molto bene, in particolare gli Enti di prossimità come i Municipi di Roma. Sul territorio non ci sono molti servizi come questo, che garantiscono una presa in carico multidisciplinare, pertanto gli Enti trovano in noi la risposta alle esigenze di una parte della cittadinanza che altrimenti non riuscirebbero a soddisfare. Gli Enti privati, quindi partner e soggetti con cui abbiamo svolto dei tirocini, sono molto soddisfatti, anche grazie a una generale attenzione e sensibilità nei confronti delle tematiche che il progetto affronta.

Spazio Plus propone il servizio polifunzionale aperto al pubblico. Che tipo di attività svolge il centro polifunzionale?

All’interno di questo centro avviene la maggior parte delle attività, tra cui il bilancio delle competenze, l’orientamento sociale nel quale la persona può ricevere supporto anche su altri fronti, come una consulenza di tipo legale per documenti scaduti oppure per l’accesso ai servizi sanitari, ma anche un supporto di carattere psicologico, educativo e sociale.
Anche dal punto di vista alloggiativo, lo spazio Casa+ ci permette di dare una sistemazione temporanea per chi non ha una residenza stabile. Un’altra attività è quella di sensibilizzazione e formazione. A oggi abbiamo ottomila volontari nella provincia di Roma e organizziamo diversi incontri anche per promuovere i nostri servizi.

​​C’è un’esperienza di una persona che ha beneficiato del progetto che volete brevemente condividere?

Una storia che vogliamo condividere è quella di Sofia (nome di fantasia), donna transgender che dopo un lungo periodo segnato da difficoltà, durante il quale ha lavorato come sex worker, ha scelto con coraggio di rivolgersi al nostro sportello per esplorare nuove opportunità e ricostruire il proprio futuro.
Grazie alla multidisciplinarietà prevista all’interno dell’équipe, siamo riusciti a fornirle un supporto completo, partendo dall’assistenza legale per tutelare i suoi diritti e proseguendo con un percorso di inserimento lavorativo. Insieme a Sofia abbiamo individuato un’opportunità di tirocinio che fosse in linea con le sue capacità e i suoi interessi.
Attualmente – gennaio 2025 – il tirocinio sta per concludersi e con molta probabilità le verrà proposto un contratto stabile. Questo risultato rappresenta un importante passo avanti nel suo percorso di autonomia e stabilità lavorativa. Questa esperienza dimostra come un sostegno adeguato e mirato possa aiutare le persone a superare situazioni difficili e raggiungere i propri obiettivi professionali e personali. La storia di questa donna è un esempio concreto di come sia possibile costruire un futuro migliore attraverso opportunità reali e percorsi strutturati.

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