L’educazione come strumento di resilienza e di pace

Abbiamo intervistato Ambra Malandrin, referente del progetto “Costruire futuri: promuovere la pace attraverso l’educazione” finanziato dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e promosso dall’Associazione Un Ponte Per. Il progetto promuove la pace attraverso l’educazione non formale e iniziative di protezione nella città di Raqqa, in Siria.

In che cosa consiste il progetto “Costruire futuri: promuovere la pace attraverso l’educazione”. Quali sono i suoi obiettivi?

La situazione di crisi umanitaria in Siria è molto delicata, ci sono gravi carenze dei servizi essenziali, tra cui l’istruzione. Si stima che 2.4 milioni di bambini siano fuori dal sistema educativo e si assiste a un altissimo tasso di analfabetismo. I minori della fascia 12-14 anni vengono mandati a lavorare e le bambine sono costrette a sposarsi.
La città di Raqqa è ancora segnata dall’occupazione dell’ISIS (Daesh, così definito in vari paesi mediorientali. Il termine Daesh è preferito a ISIS, perché delegittima l’organizzazione, evitando di riconoscerla come Stato o rappresentante dell’Islam, e riflette il rifiuto delle comunità locali, che lo usano per sottolineare la loro opposizione). Questa occupazione ha sfaldato il tessuto sociale e ha portato all’aumento del lavoro minorile, dato che le famiglie vivevano in condizioni economicamente degradanti.
Uno degli obiettivi del progetto è di fornire un’educazione non formale per eliminare il divario tra chi va a scuola e chi no: a causa dei costi elevati e della mancanza di strutture molte famiglie non riescono a sostenere la formazione dei figli e delle figlie. Attraverso il progetto forniamo loro alfabetizzazione e competenze numeriche di base per donne analfabete, corsi di recupero scolastico per bambine e bambini fuori dal sistema educativo, per facilitarne il reinserimento nella scuola formale; corsi di supporto extrascolastico per bambine e bambini che, nonostante frequentino la scuola, incontrano difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo.
Nell’ambito dell’educazione non formale rientrano anche la formazione alla costruzione della pace e alla risoluzione dei conflitti. Un altro obiettivo invece riguarda la protezione e il supporto psico-sociale che mira a sostenere lo sviluppo di una resilienza personale per superare problemi derivanti da situazioni di crisi e traumi e per contrastare abusi, lavoro minorile e violenza di genere.

Il progetto è stato sostenuto con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai per la terza annualità. Potete condividere i risultati raggiunti fino ad ora?

Il vostro contributo è stato fondamentale, a partire dal 2022 abbiamo raggiunto in soli sei mesi 4.400 individui con progetti di protezione, attraverso sostegno individuale, attività ricreative e supporto psico-sociale. Nel 2023 abbiamo raggiunto 18.000 persone tramite campagne radio e sessioni individuali, con iniziative di sensibilizzazione incentrate su temi quali: la prevenzione alla violenza di genere, la protezione dei minori, i diritti delle donne e delle persone con disabilità.  Abbiamo assistito a un impatto positivo sulla popolazione, in particolare a Raqqa dove sono stati realizzati degli spazi sicuri per le ragazze sopravvissute alla violenza di genere. Quest’anno, con l’inserimento di altre attività educative e di peace-building, abbiamo raggiunto in soli tre mesi circa 130 bambini e donne con attività educative, 160 con interventi di protezione e più di 10.000 persone con un programma radio per la Giornata Internazionale della pace. Inoltre, facciamo formazione allo staff locale sui temi della violenza di genere in modo da rendere il progetto sostenibile per il futuro.

In che modo si sviluppa l’educazione non formale e quali sono i risultati che vi aspettate da essa?

L’educazione “non formale” è flessibile e risponde a diverse esigenze delle persone. Tre sono le sue componenti fondamentali: integrare nel sistema educativo nazionale i bambini che sono rimasti esclusi, andando a colmare quel vuoto formativo che non gli permette di seguire le lezioni con i loro coetanei. La seconda componente è la preparazione scolastica, ossia i corsi dopo scuola, per sostenere i ragazzi che hanno difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo ed economico e per questo motivo lasciano la scuola. Questo aspetto dell’educazione non formale include un tutoraggio per alcune materie, come la matematica, le scienze e l’inglese. Nei nostri centri c’è una stanza dove i bambini possono rimanere tra un corso e un altro per svolgere i compiti con un insegnante che li aiuta, in modo che possa essere per loro un’occasione di approfondimento.
L’ultima componente è il calcolo di base e alfabetizzazione per le tutrici. In questo modo vengono migliorate le competenze pratiche delle donne ma anche rafforzato il loro ruolo educativo all’interno della famiglia, promuovendo una maggiore autonomia e aumentando le loro possibilità lavorative. Si integra sempre l’educazione alla pace all’interno delle attività ricreative, ad esempio della risoluzione dei conflitti e del cambiamento climatico e sono previste sessioni miste con circa 500 partecipanti per creare un dialogo con la comunità e ridurre le tensioni intergenerazionali, ma anche per sviluppare una maggiore consapevolezza civica.

Che cosa sono gli spazi sicuri e che tipo di attività prevedono?

Gli spazi sicuri di UPP-DOZ sono ambienti protetti dove donne e bambini possono accedere a supporto psicosociale, attività educative e servizi di protezione in un contesto inclusivo e rispettoso. Uno di questi Spazi sicuri è dedicato alle ragazze e un altro a bambini e adolescenti. Il loro fine è quello di garantire protezione, ad esempio al loro interno vi è un approccio integrato che prevede sessioni educative di empowerment, come educazione emotiva e di pace.
Si parla anche di violenza di genere, matrimonio precoce e lavoro minorile. I casi di violenza di genere sono ancora molto elevati, uno fra questi è il matrimonio forzato che vede circa l’80% delle bambine di 15 anni costrette a sposarsi.
Per questa ragione all’interno dei nostri centri le donne trovano staff formato da UPP (case workers) che possono effettivamente sostenerle nei casi di violenza e possono accedervi più facilmente perché si trovano negli stessi luoghi dove le donne si recano per altre attività; quindi, non sono tenute a dichiarare apertamente ai propri familiari (spesso gli stessi abusanti) che stanno andando al centro antiviolenza per chiedere un supporto.
Vi sono inoltre attività ricreative e ludiche e sessioni di formazione genitoriale, che hanno l’obiettivo di implementare la capacità di protezione dei minori all’interno delle famiglie. Molti sono i corsi che prevedono il rafforzamento del sostegno reciproco tra donne perché a Raqqa è molto forte l’isolamento femminile. Vi è anche un luogo predisposto a prendersi cura dei bambini più piccoli così che le tutrici possano partecipare alle altre attività mentre i bambini sono a contatto con esperti nella cura dell’età infantile.

Che tipo di futuro vorreste veder realizzato grazie al progetto?

L’impatto che vorremmo vedere è radicale e duraturo con un’enfasi sull’educazione non formale perché questa per noi è la chiave per il progresso e l’emancipazione e va portata avanti in maniera olistica.
Miriamo a realizzare opportunità di crescita aumentando l’autonomia delle persone con cui lavoriamo e questo è necessario per prevenire delle problematiche contestuali come il lavoro minorile e la violenza. Ovviamente l’educazione pacifica serve anche a questo, a rafforzare il tessuto sociale.
Vorremmo creare e mantenere degli ambienti sicuri e sostenere le persone a superare le difficoltà momentanee, come quelle attuali, in cui la popolazione siriana si trova nuovamente a vivere un momento di dura crisi, ma vorremmo che questi strumenti avessero anche un impatto a lungo termine, in quanto strumenti di resilienza, per costruire un tessuto di pace che parta dalle stesse comunità locali.

A seguito dei recenti spostamenti forzati dovuti ai cambiamenti politici e al rischio di occupazione militare, dai primi giorni di dicembre 2024, Raqqa sta affrontando una situazione emergenziale in cui tutte le scuole pubbliche sono state convertite in centri collettivi per accogliere oltre 50.000 sfollati in poche settimane. Questo ha lasciato migliaia di bambini senza accesso all’istruzione, aggravando il divario educativo già esistente. I bambini sfollati, inoltre, non frequentano la scuola, aumentando ulteriormente il bisogno di interventi di educazione non formale in contesti di emergenza. Nei prossimi mesi, monitoreremo con attenzione i cambiamenti e la crescente domanda, come dimostrato dalle lunghe liste d’attesa per i nostri corsi di educazione non formale, che superano di gran lunga le risorse attualmente disponibili.

Supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia

Abbiamo intervistato Andrea Bellardinelli, coordinatore di Programma Italia di EMERGENCY, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia, che ha come obiettivo quello di rispondere alle necessità sociosanitarie di braccianti agricoli vittime di sfruttamento lavorativo e in condizioni di vulnerabilità.

Come nasce il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia?

L’Italia ha un’enorme produzione ortofrutticola, è tra i più grandi e migliori produttori in Europa. Le nostre primizie sono di qualità eccellente, e tale produzione è una spina dorsale della nostra economia. In alcune situazioni però questo è il risultato di un grandissimo sfruttamento, di caporalato e contratti fittizi. In questi contesti, i braccianti sono costretti a lavorare in situazioni allucinanti per dieci o dodici ore al giorno, in un clima asfissiante, senza protezioni e la maggioranza risiede in edifici fatiscenti o insediamenti informali, senza acqua potabile e servizi igienici.
È estenuante vedere le condizioni di vita di persone a cui viene promesso un lavoro florido e ben retribuito, ma poi vengono sfruttate. Lo scopo di EMERGENCY, attraverso il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia è fare in modo che queste persone siano curate perché è un loro diritto fondamentale, e anche che siano consapevoli dei propri diritti. Il progetto trova il suo fondamento nell’articolo 32 della Costituzione che affronta il tema dell’universalità delle cure che devono essere garantite a ogni individuo presente sul nostro territorio, e non a ogni cittadino.

In cosa consiste il progetto?

In stretta collaborazione con le ASL locali, il progetto risponde alle necessità socio-sanitarie di braccianti agricoli in gravi condizioni di vulnerabilità attraverso l’offerta di mediazione, supporto socio-amministrativo e supporto al percorso di cura, e attraverso l’erogazione diretta di prestazioni mediche, infermieristiche e psicologiche.
Questo non significa sostituirsi al sistema sanitario esistente ma implementare un approccio che tenga in considerazione le diverse determinanti sociali della salute.
I migranti e i lavoratori stagionali che sono vittime di sistemi di sfruttamento lavorativo, spesso non sono consapevoli dei loro diritti. Faticano a orientarsi nel sistema sanitario anche per la quasi totale assenza di mediatori culturali, per gli ostacoli di tipo amministrativo e burocratico, ma anche banalmente la difficoltà pratica di raggiungere i presidi sanitari.
Come EMERGENCY abbiamo investito moltissimo sulla figura del mediatore culturale, grazie a loro si può risparmiare molto tempo perché orientano le persone e fanno capire velocemente al personale sanitario di che cosa c’è bisogno, a quel punto il paziente diventa autonomo.
Il progetto si avvale di cliniche mobili che girano nelle campagne sparse, polverizzate, infatti uno dei problemi più grandi è l’accesso alle cure. Lavoriamo spesso dalle 15.00 alle 21.00 perché è il momento in cui intercettiamo la fine del lavoro nei campi e loro hanno tempo per farsi visitare.
Quando non sai come muoverti o gli orari degli ambulatori delle ASL non rispettano i tuoi orari di lavoro, non puoi perdere una giornata di lavoro perché significa che poi non hai da mangiare.
Siamo testimoni di molte esperienze virtuose grazie al progetto, ad esempio persone di seconda generazione che lavoravano nelle serre in Sicilia e hanno visto i genitori spezzarsi la schiena.
Alcune di loro sono riuscite a laurearsi e sono diventate degli asset per il programma Italia di EMERGENCY.
Sono dei professionisti incredibili proprio per via dell’esperienza vissuta e sanno cogliere immediatamente il problema della persona, specialmente se viene dalla stessa area geografica. Queste persone sono portatrici di una conoscenza nuova, di un nuovo pezzo di vita con la quale per forza dovremo interagire.

Avete attivato delle collaborazioni e delle reti con competenze complementari alle vostre affinché la presa in carico delle persone vada anche al di là di quella sanitaria?

Il gruppo multidisciplinare di EMERGENCY è nato proprio per dare una risposta organica e ha sviluppato una proficua collaborazione con una rete di partner presenti sul territorio (pubblica amministrazione, ASL, attori del Terzo Settore ed enti privati).
Associazioni come ASGI, con cui ci interfacciamo per la parte della tutela del diritto di accesso alle cure, i gruppi GrIS che sono la “propaggine” territoriale della SIMM, la Rete Castel Volturno Solidale che si occupa anche della parte legale e sociale. Prendendo come esempio il territorio di Castel Volturno, cito in particolare la collaborazione con l’Ex Canapificio di Caserta per la tutela legale e i Missionari Comboniani per l’accompagnamento sociale.
Ogni territorio ha le sue specificità ma la rete è sempre attivata a doppio senso, proprio per fare in modo che ogni realtà possa dare al beneficiario il massimo delle competenze possibili. Tutto questo, al netto delle difficoltà strutturali di un Paese che investe troppo poco sul welfare e sulla sanità, permette di fare il massimo con le risorse disponibili e proprio per questo, quando si riesce, il lavoro prodotto ha un valore molto importante, non solo per la persona ma anche per la stessa struttura della rete.

Cosa ti spinge a fare questo lavoro e cosa diresti ai giovani?

Spesso ci sono più frustrazioni che soddisfazioni e la tendenza è che ti porta giù nello sconforto più totale. A volte la sera arrivo che vorrei mollare tutto però poi la mattina ricomincio… finché funziona così va bene. È un lavoro che porta tante frustrazioni ma c’è anche tanto valore all’interno di quello che si fa.
Se c’è un grande valore, poi si superano anche tutte le difficoltà.
La mia fortuna è avere dei colleghi incredibili, delle persone veramente fantastiche.
Mi piacerebbe vedere molti più giovani in posizioni di responsabilità nei luoghi di decisione, in Italia noi tendiamo a non aver fiducia, e questo è un errore fondamentale.
Ai giovani voglio dire: abbiate fiducia, rompete le scatole, andate avanti per quello che credete ed esigete responsabilità se siete persone competenti. Una persona giovane è di per sé rivoluzionaria, ha voglia di mettere in gioco tutto e quindi non dovete avere paura di pretendere la dignità di ciò che avete capitalizzato anche solo se in una fase breve della vita. Il tempo è relativo, conta anche la qualità e la forza di certe esperienze. Non ascoltate quella voce che vi dice che non ce la farete.

Una struttura di Co-Housing destinata a giovani LGBT+

Roma. Con il sostegno dei fondi 8×1000 dell’IBISG è stata aperta la prima struttura di co-housing nel centro storico di Roma destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti (Refuge Co-Housing LGBT+).

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma.

Il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma.

La struttura, avviata questa estate, ospita in regime di semiautonomia sino a 3 persone LGBT+ che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

In occasione dell’inaugurazione della struttura sono intervenuti Lorenza Bonaccorsi, presidente Municipio 1 del comune di Roma, Claudia Santoloce, assessora Pari Opportunità Municipio 1, Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+ e Francesco Sangregorio per l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

I due ragazzi che attualmente risiedono in Refuge Co-Housing LGBT+ hanno accolto gli ospiti preparando un dolce che hanno loro offerto per la colazione e, nel frattempo, li hanno intrattenuti raccontando le proprie esperienze e condividendo l’importanza di questa opportunità e di un tale sostegno per ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, avendo la possibilità di esprimere al massimo il proprio potenziale.

Comunicato stampa

GIOVANI LGBT+ SALVATI GRAZIE A REFUGE CO-HOUSING LGBT+

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma, il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma

La struttura, avviata questa estate ospita sino a 3 persone LGBT+, in regime di semiautonomia, che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

“Ogni anno, attraverso il servizio della Gay Help Line 800 713 713, riceviamo centinaia di richieste di aiuto da parte di persone LGBT+, prevalentemente giovani, che subiscono violenze all’interno delle proprie famiglie e necessitano di un luogo sicuro in cui rifugiarsi. L’apertura, questa estate, del Refuge Co-Housing LGBT+ ha rappresentato un’aggiunta significativa al nostro Network Refuge LGBT+, permettendoci di accogliere oltre 140 persone dal 2016 a oggi. Questa struttura è specificamente dedicata a coloro che hanno superato la fase più traumatica e sono pronti a intraprendere un percorso verso l’autonomia. Refuge Co-Housing LGBT+ offre loro l’opportunità di proseguire studi specialistici o post-diploma, percorsi che gli utenti non potrebbero affrontare da soli, con l’obiettivo di garantire migliori opportunità lavorative e superare le discriminazioni che le persone LGBT+ affrontano nel mondo del lavoro. Questo grande traguardo è stato possibile grazie al prezioso contributo dei partner che ci sostengono” dichiara Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+

“Come membri della Soka Gakkai, siamo profondamente convinti che la vera dignità di ogni persona si realizzi solo con l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e pregiudizio. Sostenere il progetto Refuge Co-Housing LGBT+ rappresenta per noi un impegno concreto nel garantire spazi sicuri e tutele concrete, dove giovani persone LGBT+ possano ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, esprimendo al massimo il proprio potenziale” ha affermato Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

“In Italia siamo ancora molto indietro per l’accoglienza delle vittime di omobitranfobia, che molto spesso sono vittime di violenza familiare e non hanno un posto sicuro dove stare, per questo come Municipio 1 di Roma, abbiamo deciso di dedicare questa casa sequestrata alla mafia per supportare le a comunità LGBT+. Questo servizio si aggiunge anche allo sportello che abbiamo dedicato alle persone LGBT+, in questo modo il nostro Municipio mostra concretamente di essere in prima linea per i diritti LGBT+” affermano Lorenza Bonaccorsi Presidente Municipio 1 e Claudia Santoloce Assessora Pari Opportunità Municipio 1

Si riportano di seguito le dichiarazioni dei primi utenti di Refuge Co-Housing LGBT+

Mario (ragazzo transgender di 24 anni):

Essere ospitato da Refuge Co-Housing LGBT+ è prima di tutto una fonte di rassicurazione, qui vivo con l’angoscia costante di un futuro incerto. Finalmente posso smettere di annegare nei dubbi e iniziare a credere nei miei sogni, anche se piccoli, come quello di trovare un angolo di pace. Un luogo dove non devo sempre pensare a come sopravvivere, a come proteggermi dalle persone che mi feriscono per sentirsi meglio con sé stesse. Qui ho capito che esistono davvero persone che mi aiutano e mi danno la possibilità di formarmi per avere un futuro migliore. E questo, per me, è prezioso. Refuge LGBT+ per me rappresenta anche una sfida: è il tentativo di riprendere in mano la mia vita e diventare autonomo, nonostante le difficoltà.

Jacopo (ragazzo gay di 20 anni):

Per me Refuge LGBT+ è stata una seconda possibilità di vita. A 17 anni, sono stato vittima di violenze e discriminazione in casa perché gay, e mi sono sentito perso, come se il mondo mi avesse voltato le spalle. Entrare in questa casa famiglia ha significato non solo avere un tetto sopra la testa, ma soprattutto ricevere affetto, che è la cosa più importante. Qui, ho trovato persone che mi hanno accettato per quello che sono e mi hanno permesso di crescere senza subire violenze e la paura di essere giudicato. Grazie al sostegno di Refuge LGBT+ sono riuscito a diplomarmi e ora sto continuando a inseguire i miei sogni, grazie a Refuge Co-Housing LGBT+ che mi consente di studiare all’università.
Nonostante lavori part time, posso contare sulla casafamiglia, riuscendo a dedicare molte ore allo studio, cosa che diversamente non avrei potuto fare. Posso essere me stesso, con i miei tempi, senza la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Qui ho trovato la libertà di costruire il mio futuro, con amore e comprensione.

Community Matching, rifugiati e comunità insieme per l’inclusione

Lunedì 10 giugno 2024 si è tenuto presso la Fondazione Feltrinelli di Milano l’evento di presentazione dei risultati del programma “Community Matching”, realizzato da UNHCR Italia, insieme ai partner Ciac e Refugees Welcome Italia, che hanno avviato il progetto nel 2021 grazie al sostegno dei i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

L’evento, che fa parte delle celebrazioni previste in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato del 20 giugno, ha visto la partecipazione di: Lamberto Bertolé (assessore al welfare e alla salute del Comune di Milano); Marcello Rossoni (responsabile dell’Ufficio di Milano di UNHCR); Fabiana Musicco (Direttrice Refugees Welcome Italia); Eleonora Corsaro (Viceprefetto); Gabriella Pasi (Pro-rettrice per l’internazionalizzazione di Università di Milano Bicocca); Giovanna Giusti Del Giardino (responsabile della sostenibilità del Gruppo Mediobanca); Daniela Di Capua (Responsabile dell’Ufficio 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai).
Il progetto “Community Matching” promuove l’incontro tra rifugiati e comunità locali in dieci città italiane con l’obiettivo di creare comunità più inclusive e favorire i percorsi di integrazione.

L’idea alla base del programma, nato alla fine del 2021, è quella di promuovere relazioni paritarie tra persone rifugiate e volontari, che possono registrarsi attraverso un portale ed essere accompagnate da personale qualificato nella costruzione di nuovi e significativi legami. 
Come affermato da Marcello Rossoni di UNHCR, si tratta di un “progetto innovativo nella sua semplicità, che porta le persone sul territorio a incontrarsi, a sviluppare amicizie. Già in più di mille match ha permesso di vedere un decisivo miglioramento nelle opportunità educative e lavorative delle persone rifugiate. Inoltre, sta contribuendo a promuovere una narrativa più positiva del fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione, una narrativa che racconta di persone che si incontrano e tessono relazioni”.

Il progetto infatti riconosce il valore determinante delle relazioni personali e sociali per favorire percorsi più efficaci e sostenibili di inclusione, facilitando l’accesso alla casa, al lavoro, ai servizi, all’acquisizione della lingua italiana, alla costruzione di reti sociali dove entrambe le persone coinvolte, italiana e straniera, trovino una loro dimensione. Sono le relazioni che la persona stabilisce che fanno di un individuo un membro di una comunità. Inoltre, attraverso la reciproca conoscenza, si abbattono barriere e si superano stereotipi, si valorizzano risorse e si contribuisce attivamente alla società.
L’impatto del progetto è stato misurato per il secondo anno consecutivo da una ricerca che rivela come l’84% dei rifugiati coinvolti ha migliorato la propria capacità di orientarsi sul territorio, il 63% dei rifugiati ha migliorato il livello di italiano, il 30% ha trovato una sistemazione alloggiativa e il 20% un contratto di lavoro regolare. L’impatto sulle comunità locali anche mostra un dato significativo: oltre 8,000 persone sono state informate e sensibilizzate sul tema dalla diretta voce dei suoi protagonisti.

Community Matching, come sottolineato da Fabiana Musicco di Refugees Welcome, permette alle persone coinvolte di tornare ad “avere una progettualità e riannodare i fili di un progetto di vita che è stato spezzato”. Le relazioni che nascono tra i buddies hanno poi un “effetto moltiplicatore incredibile sulle comunità: le persone matchate attivano dei legami di comunità che coinvolgono molte altre persone all’interno delle comunità in cui si sviluppano”. 

Nel corso dell’evento hanno raccontato la loro esperienza due buddiesHabib, che viene dalla Siria, e Paolo, volontario milanese. Habib, in particolare, ha condiviso il profondo senso di solitudine che ha vissuto per i primi 2 anni dall’arrivo a Milano, in cui le persone gli sembrava che fossero costantemente impegnate e di corsa. Grazie al programma, ha stretto per la prima volta legami in Italia con persone con le quali si sente più positivo, con cui può confrontarsi e riflettere insieme su interessi comuni, anche oltre al lavoro, ritrovando così quel senso di comunità che aveva perso quando ha dovuto lasciare casa sua in Siria.

Daniela Di Capua, responsabile dell’Ufficio 8×1000 della Soka Gakkai, ha spiegato come l’intento dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai nell’utilizzo dei fondi 8×1000 sia quello di «trovare un’applicazione concreta, attraverso le azioni che sosteniamo, del rispetto della vita e dell’interdipendenza tra tutte e tutti noi, e tra noi e l’ambiente. È il terzo anno che sosteniamo con grande convinzione il Community Matching proprio perché corrisponde moltissimo a questo punto di vista. Questo programma permette di sperimentare quanto potere ci sia nel dialogo, anziché nel conflitto o nella chiusura, e quanto valore si trovi nella complessità anziché nella sicurezza dell’omologazione. Attraverso queste esperienze concrete si dimostra quanto valore può emergere dall’incontro fra mondi apparentemente distanti e la maggiore apertura e determinazione che può svilupparsi nei decisori politici ed istituzionali, a vantaggio di tutta la comunità».

Guardare avanti e non perdere mai la speranza

Intervista a Noorjehan Abdul Majid, responsabile del progetto DREAM

Noorjehan Abdul Majid è stata direttrice dell’ospedale centrale della città di Maputo (Mozambico). È una persona amata e stimata, considerata la madre di migliaia di bambini che ha fatto nascere liberi dal virus da madri sieropositive. Infatti, nel 2002, inizia a collaborare col programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, che introduce per la prima volta in Mozambico la terapia antiretrovirale dell’AIDS in forma gratuita.
Adesso Noorjehan Abdul Majid è responsabile clinico del programma DREAM.
Grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto “DREAM: protezione per la popolazione vulnerabile di Beira” sostiene un intero centro sanitario polivalente a Beira, in Mozambico.

Come è nata la tua passione per questo lavoro e quali sono le maggiori difficoltà di lavorare in un paese come Beira?

Era il sogno di mio nonno. Durante un ricovero in ospedale fu curato da una donna medico, così quando tornò a casa espresse il desiderio che in futuro una delle sue nipoti potesse svolgere quel mestiere. Negli anni ‘80 nel mio paese le donne musulmane studiavano solo fino alle scuole elementari e dopo si concentravano nella cura della famiglia e della casa.
Una delle sue ultime richieste prima di morire fu che una nipote studiasse medicina per poter aiutare tante persone in difficoltà. All’epoca avevo dieci anni. Tra tutte le cugine sono l’unica che ha potuto studiare.
La maggiore difficoltà di lavorare qui a Beira, in Mozambico, è la forte presenza di flussi migratori che si verificano a causa della guerra nel nord del paese e anche in seguito ai disastri naturali dovuti al cambiamento climatico, cicloni e alluvioni, che distruggono tutto. Tante persone migrano perché dove vivono non c’è più modo di guadagnarsi da vivere o per curare la propria salute. 
Con il progetto DREAM andiamo nei campi dei rifugiati per garantire un supporto sanitario, ma spesso troviamo solo donne e bambini perché gli uomini sono in città per cercare lavoro. Anche gli uomini avrebbero bisogno di cure per patologie che se non curate potrebbero trasformarsi in malattie croniche come l’ipertensione, il diabete, ecc.
Una parte del nostro lavoro è incentrata sul sensibilizzare le persone alla prevenzione della propria salute. Ad esempio, da due anni abbiamo creato un programma per curare l’epilessia: in Africa ci sono ancora molte credenze popolari legate a questa patologia che spesso non è considerata come tale e quindi non viene curata con i farmaci. 

Per il quarto anno consecutivo l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, grazie ai fondi 8×1000, garantisce servizi sanitari gratuiti nel centro Dream polivalente, nel centro nutrizionale e nella clinica mobile. In cosa consiste il progetto Dream e cosa significa per te lavorare in questo programma?

Il programma DREAM è attivo dagli anni 2000. Inizialmente è nato per affrontare il grande problema dell’AIDS e per fornire medicinali alle persone che sviluppavano malattie croniche a seguito della malattia. Poi si è sviluppato un programma di cure più strutturato e integrato.
Un’altra parte importante del lavoro di DREAM riguarda la prevenzione del cancro alla cervice uterina che qui è una delle cause maggiori di morte per le donne. 
L’orgoglio più grande di Dream è stata l’introduzione della cura gratuita per le donne sieropositive in gravidanza per fermare la trasmissione dell’HIV ai propri figli. È stato emozionante vedere i primi bambini nati negativi. Poter avere nuove generazioni nate sane è stato un grande traguardo.
Recentemente ho visto una delle bambine che abbiamo salvato grazie alla cura e mi sono commossa quando mi ha detto che sta studiando per diventare medico. 
Mi sono laureata nel 1998 e hai iniziato a lavorare con DREAM nel 2001. Questo è un lavoro di prevenzione e di cura a 360°, con un approccio olistico, non riguarda soltanto il fornire delle medicine. Per me è una missione che svolgo con grande amore. Se mi guardo indietro mi sembra che il tempo sia volato. Quando lavori con passione è così.
Nel progetto DREAM abbiamo tanti attivisti e attiviste, volontari, persone che sono state malate e sono diventate “testimonial” del programma. Chi ha vissuto questa esperienza acquisisce maggiore autostima, cambia la propria vita a livello profondo ed è meraviglioso che adesso loro si facciano portavoce incoraggiando tante altre persone. 

C’è una testimonianza nello specifico che desideri condividere?

Ci sono tante storie meravigliose, mi ricordo la prima volta che ho pianto durante una visita.
C’era una donna che veniva a curarsi portando con sé la propria bambina. Purtroppo la donna un giorno morì.
In clinica avevamo l’abitudine di fare un regalo di Natale alle bambine e io ho invitato la bambina a scegliere un regalo, lei mi guardò e mi disse: «Come regalo vorrei che tu facessi tornare mia madre». Sono scoppiata a piangere. Le dissi che poteva considerarmi sua madre. Mi chiama madre ancora oggi.
Questi sono gli aspetti difficili di questo lavoro che da fuori spesso non si vedono, perché si pensa che sia limitato soltanto alla cura con i medicinali.
Un’altra esperienza invece riguarda un ragazzo che veniva con i genitori, entrambi molto malati.
Il padre morì ed egli si trasferì in un altro villaggio con la madre. Dopo alcuni anni è tornato a cercarmi, chiedendomi se mi ricordassi di lui e raccontandomi che anche sua madre era morta. Espresse il desiderio di voler iniziare una cura, nonostante avesse ancora dodici anni. Iniziò la cura, poi ha studiato medicina con il desiderio di contribuire ad aiutare gli altri. Oggi lavora qui con noi ed è una persona eccezionale.

C’è un messaggio che vorresti condividere con i giovani per incoraggiarli ad aiutare le persone che soffrono?

Quando ho scelto la strada di medico avevo dieci anni, volevo aiutare le persone.
Nel mio percorso mi ritrovai a lavorare con l’HIV quando non esisteva una cura per questa malattia.
Potevamo solo sottoporre le persone al test e poi, se positivo, comunicare loro che erano malate, niente di più.
Grazie alla Comunità di Sant’Egidio è stato possibile introdurre una terapia antiretrovirale in Mozambico. Questo mi ha insegnato che c’è sempre la speranza di poter aiutare gli altri.
Ciò che vorrei dire soprattutto ai giovani è che dobbiamo sempre avere speranza.
Se tu dici: «Non ci riesco! Non riuscirò mai ad arrivare lì!», allora sicuramente non ci arriverai.
In passato ho lavorato in un ospedale dove c’era una stanza che chiamavano la “sala d’imbarco”: chiesi se quei pazienti si dovessero trasferire da qualche parte. Mi risposero che erano persone che sarebbero morte e quindi le lasciavano lì, dando per scontato che in breve tempo sarebbero partite per quel viaggio. Mi scoraggiavano a fare qualcosa per loro. Mi rifiutai, spiegando che avevo la responsabilità sulle mie spalle di aiutare e curare chi stava male. Ero un medico appena laureato e volevo curare tutti, ma in quel contesto non c’era la speranza.
Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che quando ci troviamo davanti a un ostacolo dobbiamo guardare oltre il muro. Andare avanti, non scappare ma imparare a confrontarci con le situazioni perché c’è sempre una soluzione. Questo è ciò che ho imparato e che cerco di fare ancora oggi.
Quando gli altri mi dicono che è impossibile, io rispondo che è possibile.
Non smettiamo di prenderci cura delle persone, e non mi riferisco soltanto agli aspetti della salute.
Ci sono tanti anziani che si sentono soli e tanti bambini per strada abbandonati. Molti vengono da noi perché vogliono un po’ di compagnia.
Siamo tutti e tutte responsabili di prenderci cura di chi ha bisogno, non soltanto i medici, ma tutti noi.

Un percorso di accoglienza costruito grazie alla solidarietà

Grazie al contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, l’ARCI Nazionale, attraverso il progetto “Circoli rifugio – Più corridoi per la libertà” organizza dei canali di ingresso sicuri e legali per rifugiati in fuga dalla Libia e dall’Afghanistan, garantendo loro protezione e accoglienza in Italia.
Tra luglio e novembre 2022 sono stati realizzati tre corridoi umanitari e sono state messe in salvo 500 persone, 113 in quota Arci. La rete dei circoli rifugio ha attivato percorsi di accoglienza, seguendo le persone nella procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e nelle scelte relative al percorso di inclusione.
Il progetto è rivolto a persone particolarmente vulnerabili: donne sole e con famiglia, attiviste/militanti/difensori dei diritti umani, persone che si riconoscono nella comunità LGBTQ+, giornaliste/i e le loro famiglie.
In occasione dell’arrivo di 97 persone dalla Libia all’aeroporto di Fiumicino, il 5 marzo, abbiamo intervistato Valentina Itri, dell’Ufficio Immigrazione, Asilo e Lotta al Razzismo di ARCI nazionale.

Cosa sono e come funzionano i corridoi umanitari?

I corridoi umanitari sono un canale d’ingresso sicuro e legale per tutte le persone che cercano di raggiungere l’Europa. L’Italia nel 2015 è stato il primo Paese dell’Unione europea a sperimentarli.
Grazie al protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, è stato possibile individuare una serie di persone particolarmente vulnerabili da far arrivare in Italia attraverso un volo di linea.
Il punto di debolezza dei corridoi umanitari è che si parla di numeri irrisori.
Il protocollo attuale, che ci permette di implementare un corridoio dalla Libia, prevede l’arrivo di 1500 persone in due anni. Se pensiamo che solo nel 2023 hanno perso la vita in mare più di 2000 persone si parla ancora di numeri molto piccoli.
Ciononostante per noi è un motivo di orgoglio poter salvare delle vite umane evitando che delle persone intraprendano un viaggio mettendo a rischio la loro vita.

Cosa succederà ai beneficiari una volta che arrivano in Italia?

ARCI ha messo in campo la rete dei Circoli rifugio che attuano il modello di accoglienza diffusa.
I Circoli mettono a disposizione degli appartamenti dove i beneficiari e le beneficiarie saranno supportati da un’equipe dedicata e professionale.
Una volta giunte a Roma, le persone verranno accompagnate dai singoli operatori nei luoghi di destinazione. Le città che hanno dato la disponibilità sono: Roma, Avellino, Crema, Bologna, Pistoia, Chieti e Viterbo.
Come previsto dal protocollo esse trascorreranno almeno sei mesi presso le nostre strutture. Durante questo periodo saranno supportati nella procedura della protezione internazionale ed eventualmente, alla segnalazione per un inserimento nel sistema pubblico di accoglienza il SAI.

Qual è l’obiettivo del progetto “Più corridoi per la libertà”?

Grazie al progetto “Più corridoi per la libertà” sostenuto con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, possiamo dimostrare che c’è un modo per arrivare in Italia e in Europa sicuro e legale.
Il progetto vuole essere una buona pratica che sia replicabile in tutta Europa, poiché ha origine da un regolamento europeo del 2009. Il regolamento prevede che i Paesi dell’area Schengen possano rilasciare dei visti umanitari. L’Italia lo ha fatto, la Francia lo ha replicato e adesso lo sta replicando anche il Belgio. Per noi è importante dimostrare che si può fare.
Un altro punto di forza del progetto è che coinvolge la cittadinanza, la nostra base associativa.
La gente comune vede con i propri occhi e partecipa con la propria solidarietà alla costruzione di un percorso di accoglienza e di inclusione di queste persone che oggi arrivano in Italia.


 

Comunicato stampa — Corridoi umanitari dalla Libia, arrivate 97 persone

ROMA, 05 MARZO 2024 – Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento.

Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento. Tra di loro persone particolarmente fragili dal punto di vista sanitario provenienti dai diversi paesi: Eritrea, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Palestina e Siria. 

Il loro arrivo in Italia è reso possibile dal protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, che permetterà a 1500 rifugiati e persone, che necessitano di protezione internazionale, di essere evacuati dalla Libia all’Italia nell’arco di tre anni.

La rete Arci ha risposto con grande solidarietà, attivando i Circoli Rifugio e dedicando parte della sua quota di accoglienza a persone lgbtqi+. I comitati di Crema, Bologna, Chieti, Pistoia, Roma, Viterbo e Avellino attiveranno 13 appartamenti per 50 persone per questo primo volo

Particolarmente importante il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che, con i fondi dell’8×1000, sostiene la rete dei Circoli Rifugio Arci, e di Medici Senza Frontiere che ha permesso di individuare un gruppo di persone presenti in Libia con particolari vulnerabilità sanitarie, che verranno seguite in Italia dalle loro equipe mediche. 

Oggi pomeriggio, a Fiumicino, si è svolta una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Chiara Cardoletti, Rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino dell’UNHCR; Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci; Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio; Laura Lega, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno; Valentina Serra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

“La Libia non è un porto sicuro. Dal 2017 al 2023 l’UE ha speso 71 milioni di euro di finanziamento per equipaggiare la cosiddetta Guardia costiera libica, anche tramite il supporto italiano. Dal 2017 ad oggi sono state riportate in Libia circa 130 mila persone, solo nel 2023 sono state intercettate oltre 17mila persone.”, ha dichiarato Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci“Con i corridoi umanitari mettiamo in salvo poche centinaia di persone, tante e tanti altri perdono la vita in mare (solo nel 2023 sono state accertate 2250 morti nel Mediterraneo) o restano in quell’inferno e non hanno la possibilità di arrivare in Europa attraverso canali legali e sicuri come quelli messi in campo oggi”. 

Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dichiara: “La Soka Gakkai si è sempre battuta per giungere ad un patto globale sulle migrazioni e sui rifugiati. I corridoi umanitari rappresentano uno strumento importante di raccordo tra diritto alla migrazione ed accoglienza che garantisce la tutela dei diritti umani a chi è costretto a lasciare la propria terra. La nostra organizzazione continuerà a sostenere ogni attività di questo tipo. Promuovendo l’insegnamento buddista del rispetto della dignità della vita, continueremo a rivolgere la nostra attenzione alle minacce che le questioni globali rappresentano, ponendo il benessere del pianeta e di ogni essere vivente come punto di partenza e fine ultimo di ogni sforzo umano”.

“Tra le persone arrivate oggi ci sono anche pazienti vulnerabili assistiti dai nostri team in Libia. Grazie alla collaborazione con Arci, continueremo a seguirli anche in Italia, dove sono finalmente al sicuro dopo mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, in spazi ridotti, tra abusi e violenze senza fine. È una goccia nell’oceano, ma che farà la differenza nella vita di queste persone che oggi possono immaginare un nuovo futuro e ricevere tutte le cure di cui hanno bisogno”,
 dichiara la dr.ssa Lucia Borruso, responsabile del Progetto Corridoi Umanitari di Medici Senza Frontiere in Italia.

La pioggia è la causa dell’arcobaleno

Abbiamo intervistato Alessandra Rossi, coordinatrice Gay Help Line 800713713 e Marina Marini Coordinatrice di Refuge LGBT e Refuge T*, in merito al progetto “Accoglienza per LGBT+ vittime di violenza” realizzato grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che sostiene giovani di età compresa fra 16 e 26 anni vittime di violenza familiare in quanto LGBT+

 

Risponde Alessandra Rossi (Coordinatrice GAY HELP LINE)

Gay Help Line è il contact center nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center. Che tipo di attività svolgete?

Il nostro servizio offre supporto e uno spazio di ascolto tramite il numero verde 800713713 e la chat anonima Speakly.org alle persone che appartengono alla comunità LGBT+ e che hanno bisogno di un canale per poter raccontare tutto ciò che non avrebbero la possibilità di condividere all’interno dei propri spazi di socializzazione.
Il servizio garantisce un ascolto non giudicante, che va oltre pregiudizi e stereotipi, necessario per rafforzare un’identità positiva di sé, senza vivere quella stigmatizzazione e quei processi di esclusione che purtroppo ancora sono una realtà all’interno del nostro Paese.
Offriamo servizi di consulenza per persone che subiscono discriminazione, violenza, odio per orientamento sessuale o identità di genere all’interno di contesti familiari, sul posto di lavoro oppure da persone sconosciute. L’omotransfobia agisce come fattore di pregiudizio e quindi tralascia la conoscenza della persona, può colpire chiunque con conseguenze negative su tutta la comunità.
La nostra presa in carico prevede uno spazio di ascolto con operatrici e operatori che hanno competenze professionali differenti di tipo legale. Oltre a questo forniamo servizi di supporto psicologico e di mediazione in ambito familiare, proprio perché il coming out spesso può costituire una frattura tra sé e le persone importanti all’interno della propria vita.
La mediazione di tipo sociale che effettuiamo, inoltre, supporta il completamento del loro percorso di formazione ed evita loro le forme di esclusione dal mondo del lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che frenano le persone nel contattarvi?

Possono essere differenti in base all’età. I ragazzi e le ragazze più giovani, minorenni o appena maggiorenni, possono aver paura di incontrare una vittimizzazione ulteriore o di non essere capiti. Spesso sono abituati a vivere una condizione di isolamento e non immaginano che dall’altra parte della cornetta o dello schermo, nel caso in cui si utilizzi la chat per contattarci, possa esserci una comunità che parla di loro e che è pronta ad accoglierli e a restituirgli quello spazio di visibilità. Proprio perché quello che hanno sperimentato è in qualche modo una stigmatizzazione di sé, molto spesso è la paura che blocca. 
Per quanto riguarda le persone più adulte può esserci una diffidenza dal percorrere il sistema delle tutele legali. 

Marina Marini (Coordinatrice di REFUGE LGBT e REFUGE T*)

Refuge LGBT+ offre un servizio di prima ospitalità per le giovani vittime di omotransfobia e per persone trans dai 16 ai 25 anni vittime di discriminazione. Come si accede al servizio e quali sono i servizi offerti alle persone ospiti della casa rifugio?

A Refuge LGBT+, come a tutti i nostri servizi, si accede chiamando il numero verde 800713713 o tramite una chat dedicata che non lascia traccia, molto utilizzata dalle fasce più giovani Speakly.org. Si ascolta la storia della persona e poi vengono fatte una serie di valutazioni sui possibili servizi erogati.
Il servizio della casa rifugio non si limita all’accoglienza della persona, ma l’associazione offre supporto legale, psicologico e di counseling, ci occupiamo anche di persone migranti che in qualche modo devono anche regolarizzare la loro posizione sul territorio e a volte anche di nuclei familiari che possono aver bisogno. Aggiungiamo anche una serie di attività di formazione e di accompagnamento al lavoro.
Forniamo inoltre un servizio di tutoraggio per chi sta frequentando la scuola, che è fondamentale per avere un confronto costante con professori e dirigenti. 

Lavorate a stretto contatto con tante persone giovani che arrivano da voi con esperienze molto difficili e che grazie al progetto ritrovano nuove speranze per il loro futuro. Come riuscite a incoraggiarle quando non hanno più prospettive?

Noi accogliamo ragazzi e ragazze dai 16 ai 25 anni che nel momento in cui hanno fatto coming out hanno subìto una violenza in famiglia, non solo fisica ma anche psicologica. 
Le persone che arrivano qui ovviamente hanno delle fragilità e innanzitutto cerchiamo di ricostruire per loro una base sicura.
Hanno storie, vissuti e contesti diversi, più la fragilità è ampia e complessa e più il nostro lavoro si deve intensificare. 
Per noi non è soltanto un lavoro, è una missione che si traduce in un impegno quotidiano che portiamo avanti con tutte le nostre forze per aiutare queste persone ad avere una loro autonomia e una loro vita.

Abbiamo chiesto a Ray, una beneficiaria, di condividere la sua esperienza

Come sei entrata in contatto con il progetto? 

Sono entrata in contatto con il progetto dopo che si è presentata un’ennesima situazione sgradevole in casa e le dinamiche di violenza sono aumentate. Chiesi consiglio a un amico che mi disse di chiamare Gay help line, e io lo feci. All’inizio quelle “chiacchiere” mi davano consolazione poi mi dissero che mi avrebbero messo in contatto con un’educatrice. Non mi aspettavo tanta serietà, sinceramente.
Qualche ora dopo mi contattò un’altra persona che mi chiese di nuovo di raccontare la mia storia.
Da lì a qualche giorno, tra una conversazione e l’altra, si suppose che avessi tutto in regola per entrare all’interno della casa rifugio. Non mi aspettavo di essere idonea, in realtà stavo vivendo una situazione di violenza più grande di quanto volessi vedere.

Com’è stato per te arrivare in casa rifugio e che tipo di percorso hai avviato grazie al progetto?

Per me arrivare in casa rifugio è stato importante ed ha significato entrare nel dialogo; come prima cosa ho adottato un altro nome in quanto persona non binaria.
Una delle richieste che mi fecero era se volevo o meno un percorso psicologico. Io lo speravo da anni e risposi subito di sì. Questo percorso si è rivelato importantissimo e tutt’ora lo sto continuando, nonostante sia già fuori dalla casa rifugio. 
All’inizio ho avuto qualche difficoltà a farmi andare bene le regole della casa, mi sembravano troppo severe, ma si sono poi rivelate utili.  Avevo molte difficoltà a interagire con le persone, ma grazie al percorso svolto nella casa mi sento più a mio agio nel contesto sociale in cui mi trovo e nell’interazione con gli altri. 

Dove ti immagini tra qualche anno? 

Tra qualche anno spero di aver fatto dei bei passi avanti nella relazione attuale con la mia ragazza, con cui si sta creando un bel legame basato su un’educazione affettiva e su un’ottima comunicazione. 
Sto creando anche molte relazioni di amicizia e da qui a cinque anni mi vedo “accasata”, non so se con dei figli. 
Rispetto alla carriera, io nasco come cantante e mi piacerebbe aver già realizzato qualcosa di importante in questo aspetto della mia vita, in Italia o all’estero…

Se dovessi lanciare un messaggio ai tuoi coetanei, quale potrebbe essere?

Essendo un periodo un po’ complesso, pieno di tante brutte notizie, io direi di non scoraggiarsi, anche se sembra assurdo dire una cosa del genere, ma io dico che è l’unica cosa effettivamente che si può fare. 
Mettere da parte il dolore per riuscire ad approfittare della situazione che viviamo a livello sociale, per portare un messaggio forte. Anche nella paura, dobbiamo trovare degli spazi per dire quello che va detto. 
La pioggia è la causa dell’arcobaleno e anche nelle giornate piovose c’è comunque il sole dietro le nuvole. È importante trovare il bello nel brutto per uscire dalle situazioni e non fermarsi. 

Comunicato stampa – Daisaku Ikeda, morto il maestro buddista della Soka Gakkai

Il maestro e filosofo buddista Daisaku Ikeda è deceduto per cause naturali nella sua residenza a Shinjuku, a Tokyo, la sera del 15 novembre scorso, all’età di novantacinque anni. Daisaku Ikeda era Presidente onorario della Soka Gakkai e Presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI), il più grande movimento buddista laico al mondo, presente in 192 Paesi e Territori del pianeta e al quale aderiscono 13,5 milioni di fedeli. Nato a Tokyo il 2 gennaio 1928, Daisaku Ikeda era stato nominato terzo presidente della Soka Gakkai nel 1960 e per quasi vent’anni ha guidato il movimento buddista laico portandolo a realizzare una crescita dinamica e un importante sviluppo anche a livello internazionale. Era diventato Presidente della Soka Gakkai Internazionale (SGI) nel 1975 e Presidente onorario della Soka Gakkai nel 1979.

Ikeda ha fatto del dialogo lo strumento fondamentale per la costruzione di una società pacifica. Tutto questo anche attraverso incontri con numerosi leader del nostro tempo. Tra questi, decine di studiosi, filosofi e personaggi di spicco come Mikhail Gorbachev, Aurelio Peccei e Arnold J. Toynbee. Daisaku Ikeda ha promosso la Pace testimoniando in tutto il mondo l’affermazione dei valori universali del Buddismo e, grazie alla sua attività instancabile, questa filosofia universale si è diffusa in ogni parte del pianeta. Testimoniando l’importanza del rispetto della dignità della vita di ogni singolo essere umano, ha permesso a milioni di donne e uomini di abbracciare la filosofia della Rivoluzione Umana, basata su un processo di trasformazione interiore e sviluppo personale come base per il cambiamento sociale e la Pace globale.

Nel nostro paese, Ikeda è stato nominato Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, ha ricevuto l’Anello Dottorale dall’Università di Bologna e la laurea honoris causa dall’Università di Palermo. Ha ricevuto inoltre la cittadinanza onoraria in 51 comuni tra i quali Firenze e Torino. Nell’ottobre del 1961 Daisaku Ikeda intraprese il suo primo viaggio in Europa e visitò Roma, tornando poi nel nostro Paese altre sette volte fino al 1994. Il funerale di Daisaku Ikeda si è tenuto in forma privata con i familiari più stretti. Lascia la moglie Kaneko e i figli Hiromasa e Takahiro.

La Soka Gakkai in Italia conta quasi centomila fedeli ed è una delle confessioni riconosciute dallo Stato con legge di Intesa approvata il 14 giugno del 2016 dal Parlamento italiano. La Soka Gakkai italiana e quella internazionale sono tra le organizzazioni più attive nella promozione degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile, per l’abolizione delle armi nucleari e per la tutela dei diritti umani in tutto il mondo.

Comunicato stampa – Fondazione Pangea: Una nuova casa rifugio

Una nuova casa rifugio in un bene confiscato alla criminalità organizzata.

Fondazione Pangea Onlus, dopo lo sportello antiviolenza e la casa di semiautonomia, apre una nuova struttura che potrà accogliere donne e bambini in fuga da situazioni violente. E lo fa, non a caso, in una struttura che da simbolo del malaffare è diventata luogo di rinascita, protezione e autonomia. E’ quanto si legge in una nota.

Si amplia in questo modo la rete dei servizi che Pangea mette a disposizione di tutte coloro che vivono nella paura e vogliono uscirne. “Un impegno portato avanti da oltre 20 anni al fianco delle donne di tutto il mondo, che in questa occasione ha potuto contare sul sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha rinnovato la sua fiducia nei nostri confronti consentendoci di aprire un servizio in grado di salvare la vita a tante donne. Sappiamo bene – afferma Simona Lanzoni, vicepresidente di Pangea – che la Casa rifugio è solo l’inizio, ma è un inizio importante e necessario. La protezione, l’accoglienza, la garanzia di essere accolte e credute è un passaggio fondamentale per chi vive nella paura e per chi è costretta a fuggire. Rappresenta un nuovo importante inizio che con il sostegno adeguato e i nostri programmi di reinserimento economico, lavorativo e abitativo, consentirà alle donne in fuga da situazioni violente di raggiungere la propria autonomia, il proprio empowerment e la propria libertà”, conclude Lanzoni.

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