La comunità in azione per il clima

Abbiamo intervistato Chiara Cecotti dell’Associazione Mani Tese e responsabile del progetto “Participation 4 Change: Persone al centro del cambiamento” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto, realizzato attraverso un partenariato che comprende inoltre Deafal (Delegazione Europea per l’Agricoltura Familiare di Asia, Africa e America Latina ONG) e Siena Art Institute, promuove un insieme di azioni che, coinvolgendo le comunità delle province di Firenze e Siena con un focus sui giovani, diffondano comportamenti e forme di partecipazione attiva volte alla lotta ai cambiamenti climatici

In cosa consiste e quali sono gli obiettivi del progetto “Participation 4 Change”?

Il progetto ha come obiettivo quello di elaborare strategie di prevenzione e contrasto al cambiamento climatico nelle province di Firenze e Siena. Il titolo “Participation 4 Change” sintetizza i due aspetti più importanti che lo caratterizzano, la partecipazione e la possibilità che attraverso di essa si attivi un cambiamento.
La crisi climatica è universale e colpisce tutto il mondo e tutte le dimensioni della vita umana. Anche la Toscana è stata recentemente colpita da intensi eventi climatici. Questi eventi, come le alluvioni, impattano gravemente sulla vita delle persone, sul sistema urbano, sulle campagne, sui sistemi produttivi e non possono più essere considerati né come un’emergenza, né come qualcosa che si verifica ogni tanto a livello locale in territori predisposti.
Nello specifico le azioni del progetto saranno principalmente tre. La prima azione riguarda l’attivazione dei giovani attraverso dei laboratori di ricerca-azione, un’attività di formazione per docenti ed educatori e un campo estivo per giovani dai 16 ai 20 anni.
La seconda azione riguarda l’empowerment dei cittadini e comprende due attività: l’istituzione di due tavoli di progettazione partecipata sul clima e la realizzazione di workshop artistico-creativi legati al tema del contrasto al cambiamento climatico.
L’obiettivo finale del progetto è che le comunità territoriali possano loro stesse mettere in atto delle strategie di prevenzione e di contrasto alla crisi climatica, e realizzare un documento (Piano d’azione per il clima) con identificati gli impegni, le soluzioni locali e le buone pratiche di cittadinanza sostenibile.
Infine, saranno organizzati degli eventi dove verranno presentati i piani di azione del clima costruiti attraverso varie tappe di partecipazione della comunità. Sarà inoltre data diffusione dei risultati raggiunti con una campagna di comunicazione, nella speranza di generare un effetto moltiplicatore per altre comunità e territori.
Ci sentiamo fortunati perché le proposte sono tante e avere dei partner come l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che le sostengono anche concretamente è fondamentale.

Come sono strutturati i laboratori di ricerca-azione per le scuole secondarie?

I laboratori di ricerca-azione seguono tre fasi. La prima fase è più cognitiva e riguarda l’approfondimento delle conoscenze sul tema del cambiamento climatico. La seconda fase coinvolge la dimensione socio-emotiva, quindi di sperimentazione. Un esempio è stata la visita presso un’azienda agricola in cui studenti e studentesse hanno incontrato esperti e hanno potuto vedere direttamente gli effetti del cambiamento climatico sul sistema agricolo.
L’ultima fase dei laboratori riguarda la sfera comportamentale, in modo da far nascere dall’esperienza vissuta la possibilità di essere attivi e protagonisti.
La ricerca-azione è una metodologia che rovescia gli impianti educativi, perché non cala le informazioni dall’alto ma insegna che dall’esperienza può derivare la conoscenza. Per fare un esempio concreto gli studenti e le studentesse che erano stati coinvolti nei laboratori a Siena successivamente hanno animato l’evento di lancio del progetto. Questa è la cosa migliore che possa succedere: le persone coinvolte nei laboratori alla fine si fanno carico degli obiettivi di progetto e si mettono in gioco direttamente per poterli realizzare.

Quali sono gli elementi innovativi del progetto in termini di attivazione della partecipazione della comunità?

Participation 4 Change non è una somma di azioni ma è un percorso. L’aspetto molto interessante del progetto è il collegamento che c’è tra ognuna delle azioni previste.
Quando si lavora sui temi della partecipazione delle comunità è essenziale coinvolgere soggetti che hanno istanze e linguaggi diversi e cercare di valorizzare tutto al massimo al fine di arrivare a un obiettivo comune.
Ogni azione si collega a un’altra: agli eventi di lancio del progetto, in cui gli studenti erano protagonisti, hanno partecipato più di venti realtà associative del territorio. Questo è stato fondamentale per l’istituzione del primo tavolo di progettazione.
Il cambiamento climatico non è una questione che compete solo alle istituzioni locali, ai governi, alle imprese, ai centri di ricerca o alle associazioni ambientaliste ma riguarda davvero tutta la comunità. Mettere insieme soggetti diversi e fare in modo che siano rappresentativi a loro volta dell’intera comunità è un metodo volto a favorire una partecipazione più ampia possibile e più consapevole.
Con Mani Tese, lavoriamo per sviluppare una governance diffusa perché tutti noi siamo chiamati a “governare” il nostro territorio: a partire dai comportamenti che siamo in grado di introdurre e dalla volontà di combattere una visione individualista. Si tratta anche di contrastare un atteggiamento di delega verso le istituzioni. Temi così trasversali alla vita delle persone devono essere presi in mano da tutti, dai ragazzi a scuola, alle famiglie, alle associazioni ecc.
La comunità non ha su di sé solo la responsabilità ma anche la possibilità di agire per attivare un cambiamento. Ecco perché il piano di azione del progetto diventerà quell’insieme di buone pratiche che rendono tutti responsabili e attori.

Quanto è importante creare una rete che coinvolge diversi attori per prevenire il cambiamento climatico?

Coinvolgere partner e attori nel progetto è fondamentale, significa poter essere presenti in più territori e quindi moltiplicare le iniziative e le azioni. Ma permette anche di avere una continua occasione di confronto reciproco.
Oggi è importante unirsi, perché le sfide sono tante e sono urgenti. Non possiamo non metterci insieme per affrontarle!
Ovviamente non vale solo per le associazioni ma anche per le persone e per i tavoli politici. Senza annullare le proprie modalità, la propria identità o storia – che sono importanti e vanno salvaguardate – è fondamentale concertare l’azione intrecciando le competenze e mettendo insieme le nostre visioni. Nessuno deve pensare che così facendo perde qualcosa, questa è solo una grande occasione di arricchimento per tutti. Il nostro obiettivo è creare un progetto ricco di risultati proprio grazie al partenariato.

22 maggio: Giornata mondiale della biodiversità

Dalla tutela dell’ecosistema marino nel Golfo di Palermo al ripristino delle dune grossetane, dalla riforestazione delle Dolomiti fino all’orto sociale di 8.000 mq a Napoli: in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai scatta una fotografia dei suoi principali progetti per la tutela ambientale, che hanno già raggiunto 30.000 persone grazie ai fondi dell’8×1000

23 progetti e 2.75 milioni investiti per l’ambiente: l’impegno della Soka Gakkai Italiana per un futuro più sostenibile, sostenuto dai fondi dell’8×1000

23 progetti – di cui 16 attualmente in corso – 75 enti realtà associative coinvolte in circa 40 città in Italia e all’estero, 30.000 persone raggiunte e 2,75 milioni di euro investiti* per proteggere e valorizzare le risorse ambientali del nostro Pianeta. In occasione della Giornata mondiale della biodiversità (22 maggio), l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ente religioso e di culto con cui lo Stato ha stipulato un’Intesa nel 2016, celebra l’importanza dell’armonia con la natura e ricorda il suo impegno quotidiano a sostegno di tanti importanti progetti ambientali. L’Italia, con oltre 60.000 specie animali e 8.195 entità di piante, vanta uno dei patrimoni di biodiversità più significativi d’Europa, eppure l’89% degli habitat di interesse comunitario si trova in uno stato di conservazione sfavorevole. Grazie ai fondi ricevuti con l’8×1000, la Soka Gakkai Italiana riesce a offrire un concreto strumento per coltivare una società sostenibile e inclusiva, dinanzi a un ambiente sempre più minacciato, anche nel nostro Paese.

«L’ambiente rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’impegno sociale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai – spiega Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. – Attraverso i nostri progetti ambientali, promuoviamo un’azione capillare e strutturata che non solo rafforza la consapevolezza sui cambiamenti climatici, ma ne favorisce anche la mitigazione, sostenendo modelli di sviluppo che siano al contempo sostenibili, equi e inclusivi. Questa visione incarna i princìpi buddisti di una società basata sulla creazione di valore, sull’empowerment delle persone e sulla responsabilità intergenerazionale. Negli ultimi anni abbiamo lanciato bandi tematici specifici come “Spazi Verdi”, “Energie Rinnovabili”, “Spazi Blu” e “Azioni per l’empowerment climatico”, che ci hanno permesso di identificare e supportare iniziative innovative capaci di generare cambiamenti tangibili nei territori e nelle comunità locali. Il nostro è un impegno concreto, vogliamo provare a seminare il cambiamento per contribuire a coltivare un futuro in cui benessere umano e ambientale procedano di pari passo».

Dalla tutela degli ecosistemi marini in Sicilia con il progetto “3 R per il Mare” di Marevivo ETS al ripristino delle dune costiere grossetane di Legambiente Festambiente APS, dalla tutela delle Dolomiti con il progetto di ripristino forestale di “Ancora Natura per il Col di Lana” di PEFC Italia fino al modello di “Agopuntura urbana” del progetto “A.L.L. Ponticelli” di ERA Cooperativa sociale: sono tanti i progetti che possono raccontare l’impegno e l’impatto dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana sull’ambiente.

Recuperare 15 km di costa entro il 2026: il progetto Legambiente per le dune grossetane

“Ecosistema Duna” è il progetto realizzato da Legambiente Festambiente APS con il sostegno dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana. Avviato il 1° luglio 2024 con termine previsto il 30 giugno 2026, l’iniziativa si concentra sulla tutela e ripristino di 15 km di dune costiere nella provincia di Grosseto.  Un’iniziativa cruciale, se si considera l’importanza delle dune nella conservazione della biodiversità: barriera naturale insostituibile contro l’erosione marina e le violente mareggiate, le dune proteggono il litorale e le aree retrostanti, come pinete, zone umide e la delicata Laguna di Orbetello tutelando l’habitat di numerose specie vegetali e animali.
Attraverso il recupero mirato di 6 aree critiche, la creazione di una banca del germoplasma per preservare la diversità genetica delle specie vegetali psammofile e un attento monitoraggio scientifico, il progetto sta già contribuendo attivamente a contrastare la crescente erosione costiera, il rischio di inondazioni marine, sempre più accentuate dagli effetti del cambiamento climatico, e la preoccupante perdita di biodiversità che minaccia questo fragile ecosistema. L’iniziativa vede, inoltre, il coinvolgimento di numerosi attori sociali per seminare un cambiamento positivo multilivello: 200 studenti, 40 stabilimenti balneari e 1.000 cittadini da sensibilizzare per ricordare l’importanza di questo fragile ecosistema.

Riparare una foresta? Con “Ancora natura per il Col di Lana” di PEFC Italia è possibile

Nel cuore delle Dolomiti, patrimonio UNESCO, il progetto “Ancora Natura per il Col di Lana” di PEFC Italia, in collaborazione con Coldiretti Belluno e Rete Clima, sta ripristinando 150 ettari di foreste danneggiate dalla tempesta Vaia del 2018. Con termine previsto per maggio 2025, il progetto prevede la piantumazione di 5.400 alberi, scelti per la loro resilienza climatica, contribuendo alla tutela del suolo, alla mitigazione del dissesto idrogeologico e alla conservazione della biodiversità. Il progetto, reso possibile grazie al fondamentale contributo dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana ha anche una forte componente educativa, coinvolgendo studenti dell’Istituto Agrario di Feltre Della Lucia nella co-progettazione di percorsi didattici.

Come racconta Eleonora Marianoresponsabile progetto per PEFC Italia, «il progetto, nato dopo la devastazione di Vaia che ha spazzato via in poco tempo 9 milioni di metri cubi di alberi, rappresenta il perfetto equilibrio tra intervento umano e rigenerazione naturale: non sostituiamo la natura, ma la accompagniamo nel suo processo di rinascita. Parte fondamentale del progetto è stata la formazione dei giovani dell’Istituto Agrario di Feltre, sono, infatti, i giovani e le generazioni future quelle che dovranno comprendere come l’intervento umano possa collaborare con la natura senza sopraffarla, seguendo i suoi ritmi naturali e rispettando gli ecosistemi locali. Il legame con la comunità e la sua conoscenza del territorio è stato inoltre prezioso. I fondi dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana hanno rappresentato quindi un elemento catalizzatore decisivo, permettendoci di estendere l’impatto del progetto ben oltre la sua conclusione formale, creando un modello sostenibile di riforestazione».

A Napoli l’orto urbano che coltiva un nuovo modello sociale, per una socialità inclusiva

Nel quartiere Ponticelli di Napoli, “A.L.L. (Agro Living Lab) Ponticelli” di ERA Cooperativa Sociale, grazie al contributo dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana, ha trasformato 8.000 mq di aree verdi abbandonate in spazi vivi, produttivi e di inclusione sociale creando un orto urbano tra i più grandi d’Europa. L’innovativo progetto adopera il metodo dell’Agopuntura urbana, che attraverso tecniche all’avanguardia come la permacultura su 1.500 mq e la piantumazione sperimentale di bambù, è riuscito a coinvolgere attivamente 100 persone nella progettazione partecipata, 100 minori nei laboratori educativi e 8 utenti ASL in percorsi di riabilitazione attraverso tirocini. Il progetto, sostenuto tra il 2023 e 2024 con i fondi dell’8×1000 della Soka Gakkai Italiana, è nato otto anni fa come supporto al centro Lilliput che assiste persone con problemi di dipendenza e rappresenta oggi un modello di “Agopuntura urbana” replicabile in altri contesti metropolitani, capace di coniugare sostenibilità ambientale, inclusione sociale e rigenerazione del tessuto urbano.

«L’Orto Sociale di Ponticelli è molto più di un semplice spazio verde: è un laboratorio vivente di comunità e rinascita. – dice Antonio Pone, coordinatore progetto per APS Jolie Rouge – Needle Agopuntura urbana (partner di ERA) – Chi si unisce al progetto non viene solo per i prodotti agricoli, ma trova una famiglia e un percorso di redenzione. Per molti dei nostri utenti che hanno affrontato dipendenze e perdita di legami sociali, l’orto offre una possibilità concreta di reintegrazione. Quando coltivi la terra, coltivi anche te stesso. Vediamo come i giovani con scarse opportunità educative e persone in difficoltà ritrovano dignità attraverso il lavoro collettivo. Il nostro sogno è che questo modello di agopuntura urbana, che ha trasformato uno dei grandi spazi verdi di Napoli, diventi una forte difesa sociale per tutto il quartiere: ogni persona, indipendentemente dal suo passato, ha diritto a una vita normale e dignitosa. È questo il potere rigenerativo della comunità che stiamo costruendo».

Rigenerare, Recuperare, Rispettare: le 3 R per il mare di Marevivo ETS

Nel Golfo di Palermo, è in atto “3 R per il Mare”, un progetto ambientale biennale (2024-2026) portato avanti da Marevivo ETS, un’associazione ambientalista che dal 1985 è impegnata nella tutela del mare e delle sue risorse. L’iniziativa, realizzata grazie al sostegno dei fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, sta implementando un approccio integrato basato su tre R: Rigenerare, Recuperare e Rispettare.

Rigenerare: sono già stati trapiantati circa 3.000 fasci di Posidonia oceanica su 100 mq di fondale marino, con un potenziale assorbimento di 8 tonnellate di CO₂. Recuperare: oltre alla creazione di un grande prato marino di Posidonia, sono stati rimossi 116 pneumatici abbandonati (circa 10 tonnellate). Rispettare: a Palermo, nella Baia del Corallo – Sferracavallo, sono stati realizzati laboratori di educazione ambientale per studenti. La zona naturalistica è situata tra la Riserva Naturale Orientata di Capo Gallo e l’Area Marina Protetta Capo Gallo-Isola delle Femmine, un panorama suggestivo di biodiversità per sensibilizzare alla tutela ambientale circa 700 studenti e 40 docenti.

L’impegno della Soka Gakkai Italiana: trasformare l’8×1000 in pace, cultura e educazione

Pace, cultura e educazione della società: sono questi i valori fondanti la Soka Gakkai Italiana, una bussola valoriale che si riflette nelle principali aree di intervento dell’Istituto (Diritti Umani, Educazione, Ambiente, Cultura) e che coltiva un cambiamento positivo per un futuro sostenibile. Ecco perché, dal 2020 ad oggi, la Soka Gakkai Italiana attraverso i fondi dell’8×1000 ha promosso oltre 110 progetti sociali in tutta Italia, di cui 56 già completati e 58 attualmente in corso, con un investimento complessivo di oltre 25,8 milioni di euro. Un impegno per realizzare una visione del mondo fondata sull’umanesimo buddista come principio ispiratore, sostenuto concretamente grazie ai tanti cittadini che scelgono di destinare alla Soka Gakkai Italiana il proprio 8×1000.

Proteggere l’ecosistema delle dune costiere

Per il progetto “Ecosistema DUNA” realizzato da Legambiente Festambiente APS e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo intervistato Maurizio Zaccherotti, naturalista esperto della salvaguardia del litorale dunale.

Quali sono gli obiettivi generali del progetto Ecosistema DUNA?

Gli obiettivi del progetto sono la valorizzazione e la conservazione delle dune sabbiose costiere che si trovano in diversi comuni della provincia di Grosseto.
Le spiagge coinvolte sono belle e rinomate, richiamano molte persone, di conseguenza tutelare le dune diventa una priorità al fine di evitare che il turismo di massa possa distruggere un ecosistema così importante.
Questa tutela avviene sia attraverso azioni di ripristino e conservazione dell’ecosistema con degli aspetti più tecnici, sia tramite delle attività di formazione e sensibilizzazione. Con i fondi dell’8×1000 della Soka Gakkai abbiamo ritenuto importante dare molto spazio all’azione di educazione nelle scuole, la trasmissione dei valori del rispetto e dell’impegno sia alla cittadinanza che ai decisori politici, e la promozione di buoni stili di comportamento nei confronti degli stabilimenti balneari, attivando un documento programmatico per far sì che gli stessi stabilimenti diventino delle vere e proprie “sentinelle dell’ambiente”.
Recentemente nell’ambito del progetto è stato istituito un tavolo con alcuni rappresentanti dei Comuni e altri attori, con l’obiettivo di trovare insieme soluzioni per conservare questo meraviglioso ecosistema, che è un tesoro della nostra Provincia.

Perché tutelare le dune è così importante?

Le dune sono importanti perché rappresentano un sistema di filtraggio tra il mare e l’entroterra, sono un muro naturale contro l’ingresso del vento salmastro, per proteggere la pineta o i boschi retrostanti. L’apparato dunale è una “zona di mezzo” tra la spiaggia e il bosco ed è anche un corridoio dove si rifugiano diversi animali e dove le piante svolgono un ruolo fondamentale.
Negli anni Cinquanta, per strutturare gli stabilimenti balneari alcune dune sono state distrutte, in queste situazioni l’erosione dei venti è maggiore e si creano delle situazioni di degrado, come ad esempio la riduzione della biodiversità.
Le dune sono un ecosistema molto labile, i fattori che minano la loro integrità sono molteplici ma quello maggiore è il fattore antropico, come quando le persone stazionano con le tende oppure si spostano sulle dune senza utilizzare i corridoi naturali creando calpestio.
La maggior parte delle volte il danno delle persone non è intenzionale, esse credono che le dune siano semplicemente montagne di sabbia. Anche la presenza di cani talvolta è un rischio, durante il periodo della nidificazione di alcune specie importanti, se non sono controllati i cani vanno a mangiare le uova di questi animali.

Nel progetto è prevista la realizzazione di un Osservatorio sulla duna e una Banca del germoplasma. Puoi parlarci di cosa sono e perché è importante la loro realizzazione?

La cosa interessante è che il progetto sostenuto dai fondi 8×1000 della Soka Gakkai ha implementato qualcosa che, come Legambiente insieme a tutte le altre associazioni e istituti presenti sul territorio, abbiamo attivato ormai dai primi anni del 2000: l’Osservatorio Duna.
Questo osservatorio ha il compito di raccogliere le segnalazioni sia positive che negative di tutto il sistema costiero della nostra provincia e adesso abbiamo integrato anche la possibilità di fare un’analisi qualitativa e quantitativa più approfondita della duna.
Nel percorso con le scuole siamo andati con studenti e studentesse a fare dei veri e propri monitoraggi di natura costiera su larga scala, da Follonica a Capalbio, delle piante presenti sul sistema dunale e della presenza o meno di rifiuti e di erosione.
L’obiettivo dell’Osservatorio Duna e della Banca del germoplasma è raccogliere dati e, laddove possibile, del materiale, come ad esempio il seme di una pianta particolare o in difficoltà. Successivamente verranno piantumati i semi raccolti nelle dune, fatti poi germinare.

In che modo sono strutturate le attività formative per le scuole e che cosa sono le attività di citizen sciences?

La prima parte comprende delle lezioni teoriche e la spiegazione del progetto che si fa sul campo, la seconda parte è costituita da vere e proprie escursioni dislocate sull’apparato dunale di quasi tutta la Provincia. Per i giovani queste lezioni di ecologia applicata sono molto interessanti.
Durante le escursioni gli studenti hanno delle schede didattiche e proprio come dei ricercatori fanno un monitoraggio guidati dagli esperti. Nel tratto che va dal mare fino a venticinque metri nell’entroterra, identificano la presenza sia di alcune piante che della fauna, ma anche di rifiuti e dello stato di erosione delle dune. La scheda cartacea viene usata da loro per raccogliere tutte le informazioni. L’obiettivo è che le classi che hanno fatto il monitoraggio possano poi tornare nel momento in cui andiamo a ripiantumare le specie ritenute importanti per l’ecosistema.

C’è un messaggio che vorreste condividere con le lettrici e i lettori riguardo all’importanza di agire per la tutela delle spiagge e delle dune costiere?

Ognuno di noi può fare qualcosa. Le persone dovrebbero essere curiose e appassionate e non sentirsi solo turisti o abitanti che camminano lungo la costa.
Se nel nostro quotidiano quando andiamo in giro negli ambienti naturali notiamo qualcosa che non va è importante condividerlo. Ci sono ormai tantissime opportunità di condivisione.
Fino a qualche anno fa la conoscenza della natura e le sue risorse era riservata agli addetti ai lavori, i ricercatori, gli studiosi, ecc. Oggi il cittadino stesso diventa un ricercatore perché abbiamo la possibilità di conoscere le piante o di segnalare alle autorità competenti i casi in cui qualcuno o qualcosa crea disturbo a quell’ecosistema.
Noi abbiamo lanciato attraverso il progetto anche una mostra fotografica con questo obiettivo.
Chiunque può inviare le proprie foto fatte con il cellulare per valorizzare quell’ambiente al fine di migliorare la consapevolezza che quello è un ecosistema importante da preservare. In questo modo ognuno si trasforma in una “sentinella dell’ambiente”. Alla fine vorremmo stampare le foto migliori e allestire la mostra a Festambiente che si tiene ad agosto a Grosseto.
Negli ultimi anni è aumentata la pressione antropica però è anche aumentata la sensibilità ambientale, ad esempio la società civile si organizza per la pulizia della spiaggia o del bosco. Questo è sicuramente un messaggio positivo.

La natura come insegnante: un nuovo modo di fare agricoltura

“Ages: Agroforesta ecologica sociale” è un progetto realizzato dalla cooperativa sociale “Qualcosa di diverso” e finanziato con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Abbiamo intervistato Jacopo Volpicelli, ecologo della cooperativa sociale “Qualcosa di diverso”, che ci ha parlato degli obiettivi del progetto, in particolare quello di sperimentare un nuovo modo di fare agricoltura nel rispetto della biodiversità

Puoi parlarci degli obiettivi del progetto AGES: agroforesta ecologica sociale?

AGES – Agroforesta ecologica sociale è un progetto che interessa terreni confiscati alla criminalità organizzata e in condizione di grave dissesto nelle campagne tra San Vito dei Normanni e Latiano, nella provincia di Brindisi. 
Il processo di agroforestazione è una pratica agricola che rispetta la biodiversità e che si contrappone alle monocolture (coltivazione di una sola specie di piante).
L’obiettivo del progetto è di implementare questa tecnica agricola in un’area gravemente deteriorata che porti beneficio all’ecosistema e che sviluppi allo stesso tempo una coscienza collettiva modificando il modo di fare agricoltura, riducendo i gravi impatti ambientali pur mantenendo allo stesso tempo una produttività elevata. 
L’introduzione di quasi 5.000 alberi e piante sarà accompagnata da attività di formazione e coinvolgimento della comunità locale, delle istituzioni, della comunità agricola, con particolare attenzione ai giovani e ai giovanissimi che saranno coinvolti non solo come forza lavoro, ma anche come testimoni e supporter del progetto AGES.
Uno degli obiettivi è anche l’inserimento lavorativo di persone con svantaggio sociale. In quest’ottica, l’agricoltura permette di generare lavoro ma anche di affrontare temi estremamente importanti, come quello dell’inclusione. Il desiderio è che il nostro lavoro possa diventare un manifesto di buone pratiche e far vedere che si può realizzare lavoro equo, e che tutto può avvenire nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

Perché avete scelto di utilizzare un sistema agroforestale?

Fino al 2020 gran parte del nostro lavoro come cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, è stato incentrato sul recupero dei terreni che presentavano una monocoltura, che erano gli ulivi. È stata una sfida trasformare il sistema agricolo che abbiamo ereditato, in un sistema sostenibile.
Poi dalla trasformazione dei terreni recuperati, abbiamo iniziato a progettare un’agroforesta.
La coltivazione di una sola specie oltre a nuocere all’ambiente mette a rischio anche l’economica. Per fare un esempio, in Puglia c’è un batterio che da dodici anni sta distruggendo la produzione olivicola. Il patogeno si è espanso anche per via del fatto che tante altre specie sono state eliminate dall’uomo per la realizzazione di monocolture. In questo caso specifico se ci fossero state altre piante oltre all’ulivo, anche se l’agente patogeno avesse distrutto tutti gli uliveti, gli agricoltori avrebbero potuto beneficiare della presenza di altri prodotti da vendere sul mercato.

Avete previsto anche il coinvolgimento dei giovani e giovanissimi nel progetto. In cosa consiste la loro partecipazione e quali sono i risultati che avete riscontrato?

Nell’ambito del progetto finanziato, all’interno dell’agroforesta è stato realizzato un campo estivo per bambini, per studenti delle scuole superiori e per ragazzi che si trovavano nel carcere minorile che hanno svolto diversi corsi con noi. La formazione ha come obiettivo di conoscere la vita nella sua diversità, ma saperla apprezzare non è semplice. Il range di età andava dai 3 ai 18 anni. I bambini hanno raccolto l’uva, mentre i ragazzi più grandi hanno ricevuto una formazione didattica, comprendendo meglio che cosa è la biodiversità.
All’interno di questi percorsi i più grandi li abbiamo coinvolti nel piantare gli alberi, realizzando quindi una formazione al lavoro. Durante questi corsi non mi aspettavo che tutti fossero interessati a quello che facciamo, ma alcuni sono rimasti colpiti e hanno espresso il desiderio di poter iniziare a lavorare con noi. Per me questo è stato un bellissimo risultato!

Nel progetto si parla della creazione di un ecosistema dinamico, come vedono gli agricoltori locali questo sistema?

Un ecosistema è per definizione dinamico. Anche una monocoltura di ulivo o di grano è un ecosistema, ma viene definito ecosistema statico.
Quando si coltiva un’unica specie si deve regolare l’ecosistema attraverso l’inserimento di molteplici prodotti nel terreno. Senza questi input esterni, l’ecosistema si regolerebbe autonomamente portando alla crescita di diverse specie naturali… un bosco per produrre non ha bisogno degli input inseriti dall’essere umano!
L’obiettivo è di trovare un punto di incontro tra il rispetto della natura e la sua capacità di rigenerarsi e gestirsi autonomamente e il bisogno dell’essere umano di guadagnare attraverso i prodotti della natura.
All’inizio del nostro inserimento siamo stati visti come agricoltori “non conformi”, le cui tecniche e modalità di lavoro risultano incomprensibili, questo perché chi fa agricoltura da quaranta o cinquant’anni ha sempre lavorato terreni con un’unica specie di pianta.
Questo genere di agricoltori spesso pensa che ciò che stiamo facendo equivale a tornare indietro ed è facile comprendere la loro visione, perché stiamo riproponendo un modo di fare agricoltura simile a quello dei loro nonni. Piano piano però abbiamo trovato punti di incontro con sempre più persone. Siamo consapevoli che stiamo affrontando una sfida intergenerazionale con diversi agricoltori del posto con cui stiamo creando molti legami e collaborazioni.

Quali sono i prossimi obiettivi?

Recentemente grazie al progetto abbiamo creato una struttura con un laboratorio di trasformazione. Adesso il nostro focus è la produzione di verdure che vendiamo a livello locale e fare formazione, continuando anche la produzione di olio e vino.
Un altro obiettivo è di riuscire ad arrivare sempre di più ai policy makers e avere un impatto sul modo di fare agricoltura in Italia. Per riuscire in questo è necessario conoscere quali sono le altre realtà che come noi stanno portando avanti progetti agroforestali. Negli ultimi anni, grazie al supporto di uno dei nostri partner (Deafal), abbiamo realizzato una mappatura in diverse zone in Italia con lo scopo di individuare chi sta portando avanti progetti simili al nostro e di dare una definizione unica di cosa significa agroforesta.
Forse ci sono già migliaia di realtà che portano avanti progetti di questo tipo, ma si definiscono tutte con nomi diversi ed è quindi complesso individuarle e lavorare insieme. Ad esempio, tramite l’individuazione di queste realtà abbiamo realizzato una tavola rotonda dei sistemi agroforestali pugliesi, chiedendoci insieme perché è importante portare avanti queste attività e impegnandoci a superare le differenze che esistono anche tra di noi.

Giovani, siate protagonisti del cambiamento!

Abbiamo intervistato Clara Masetti di Source International e responsabile del progetto “Langhe a scuola: azioni e voci per il clima” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha come obiettivo quello di formare studenti e studentesse, e insegnanti sulle cause e sulle azioni di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.

Qual è la mission di Source International ONLUS?

È un’organizzazione non governativa che nasce in Italia, ma la sua missione è di fornire supporto scientifico e tecnico a tutte le comunità nel mondo che decidono di lottare per i diritti umani, in particolare per il diritto di vivere in un ambiente sano. Ad esempio, comunità che si trovano in situazioni di forte inquinamento a causa di grandi attività antropiche. 
In Italia accompagniamo il supporto scientifico e tecnico con una serie di attività di sensibilizzazione e educazione. Quindi, interveniamo da un lato con delle azioni concrete di impatto sul territorio, dall’altro con azioni per la prevenzione, la consapevolezza e la sensibilizzazione della popolazione.

È da poco iniziato il progetto “Langhe a scuola: azioni e voci per il clima”. Può raccontarci com’è nato e quali sono i suoi obiettivi?

Le Langhe sono un territorio piemontese che dal 2022 soffre una gravissima situazione di stress idrico, tanto che nel 2023 molti comuni della zona sono stati riforniti di acqua dalle autobotti.
Ci siamo interrogati sulle problematiche della zona e cosa si potesse fare. Insieme agli insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano è nata l’idea di un percorso educativo con studenti e studentesse, di scuola primaria e secondaria, incentrato sulla crisi idrica, la siccità e le strategie di mitigazione. Come prima cosa, poiché la maggior parte delle scuole montane sono dotate di orti scolastici, abbiamo installato delle cisterne per la raccolta di acqua piovana. Poi il percorso si è incentrato sull’importanza della biodiversità, in un’ottica di mitigazione del cambiamento climatico: le Langhe sono una zona caratterizzata da coltivazioni di viti e noccioli, un territorio quindi molto bello però poco biodiverso, con tutta una serie di criticità conseguenti.

Il progetto si sviluppa in tre azioni specifiche, puoi descriverle?

Il primo obiettivo è sviluppare un percorso insieme agli insegnanti, dove studenti e studentesse vengono sensibilizzati attraverso l’accesso alle informazioni su tematiche ambientali e sul cambiamento climatico. 
Il secondo è sviluppare delle azioni concrete per fare in modo che tutto questo si possa concretizzare con delle azioni d’impatto locali. Una di queste è la rigenerazione, da parte delle classi, di duemila metri quadrati  di terreno comunale abbandonato e la creazione di una foresta, piantumare quindi una serie di specie vegetali che si sono perse, che sono endemiche e tradizionalmente molto importanti per la cultura locale, ma che sono state sostituite dalle monocolture. 
La piantumazione di una foresta ha una prospettiva temporale molto lunga, quindi è una buona metafora per rappresentare quelle che sono le azioni di mitigazione del cambiamento climatico.
L’ultimo obiettivo è la creazione da parte di studenti e studentesse di una Graphic Novel di buone pratiche per il clima, ideare un fumetto che possa fungere da manuale di buone pratiche.

In che modo il progetto mira a mettere in pratica quanto stabilito nel Commento Generale n. 26 sui diritti dei bambini in relazione al cambiamento climatico delle Nazioni Unite?

Il commento dell’ONU vede i giovani come attori del cambiamento. 
Da un lato incoraggia a fornire un accesso alle informazioni e dare loro gli strumenti per comprendere tematiche attualissime, come il cambiamento climatico, la biodiversità e i processi possibili di partecipazione pubblica. Dall’altro far sì che la voce dei giovani sia ascoltata perché saranno loro a ereditare il mondo ed è giusto che si rendano conto di avere un grande potere. 
Il punto è incoraggiare i giovani a riappropriarsi del loro futuro. 
Per esempio, il secondo laboratorio sarà dedicato alla partecipazione pubblica giovanile, incentrato su quali strumenti esistono affinché i giovani possano avere una voce nelle politiche locali e partecipare alla vita politica del proprio territorio. 
Le nuove generazioni sono quelle più sensibili a tali tematiche e possono portare un contributo fondamentale nelle politiche di gestione, mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. 

Ci sono delle azioni che i cittadini possono fare per ridurre l’impatto che il massiccio uso di acqua, come avviene ad esempio per le monocolture, sta avendo sul territorio piemontese?

Di azioni ce ne sono! Le abbiamo chieste a studenti e studentesse. L’anno scorso hanno creato un Manuale del risparmio idrico mettendo insieme idee fantasiose e altre più realistiche per i cittadini di questa zona. Noi come Source International abbiamo una serie di strumenti scientifici e tecnici che possiamo fornire, ma senza la conoscenza del territorio della comunità locale e la loro capacità di intervenire non andiamo da nessuna parte.
Come azioni da fare ad esempio è possibile installare una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che permette di immagazzinare l’acqua nei periodi di forti precipitazioni e di irrigare l’orto in modo che il terreno la possa riassorbire più diluita nel tempo. Oppure ridurre le monocolture.
Pensando al giardino di casa, si possono adottare alcuni princìpi dell’agroecologia e associare diverse piante in un’ottica di introdurre delle specie più resistenti alla siccità. I cambiamenti climatici sono una cosa reale che dobbiamo affrontare e la siccità di conseguenza, quindi, dobbiamo riprendere una serie di pratiche che possano aumentare la resilienza del territorio, per esempio riprendendo tutte quelle specie antiche che erano molto più resistenti agli stress ambientali.
A livello comunale è importante creare delle oasi come la foresta per la biodiversità che stiamo realizzando grazie al progetto, oasi di tutela ambientale fondamentali per la ricchezza di specie. La creazione di reti di scambio è fondamentale per la buona riuscita di ogni progetto e per avere un impatto sul territoriale locale. Soprattutto in zone di questo tipo dove i territori sono poco popolati e i Comuni possono fare rete tra loro e con le associazioni presenti. È fondamentale dare visibilità ai progetti in ambito ambientale, realizzati a livello locale, affinché siano replicabili in altre zone.

Quando si parla di azioni per il clima ogni luogo ha le sue peculiarità oppure ci sono soluzioni che interessano tutti?

I problemi legati all’acqua e biodiversità colpiscono o colpiranno tutti i territori. Ci sono territori che sono più resilienti perché hanno più capacità naturale o infrastrutturale. 
Rendersi conto dell’importanza di buone pratiche per la biodiversità è molto importante per tutti i territori, perché una caratteristica diffusa è quella di sostituire le specie vegetali tipiche che invece sono fondamentali per la biodiversità animale, per il suolo e l’ecosistema.
Dovremmo stimolare una visione più ecosistemica e uscire dalle dinamiche di utilitarismo e da una visione antropica. Dovremmo fare delle azioni che abbiano delle ripercussioni a lungo termine, benefici in termini di anni, e non considerare solo un impatto breve e vantaggioso per noi esseri umani.

Proteggiamo l’ecosistema marino nel Golfo di Palermo

Abbiamo intervistato Madia Mauro della Fondazione Marevivo, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “3R per il mare”, che ha come obiettivo quello di rigenerare, recuperare e rispettare l’ambiente marino-costiero nel Golfo di Palermo.

Come è nato il progetto “3R per il mare” e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto si svolge in Sicilia, nel Golfo di Palermo, un’area marina particolarmente degradata e ha tre obiettivi: contribuire ai processi di ricolonizzazione delle praterie di posidonia oceanica (pianta acquatica fondamentale nell’ecosistema marino) strutturando un’operazione di trapianto, attivare delle azioni di contrasto all’inquinamento marino con il recupero di pneumatici abbandonati nei fondali e sensibilizzare docenti e studenti della scuola superiore tramite attività educative.
La prima R del progetto (3R per il mare) è “Rigenerare”, dare cioè nuovo respiro alle risorse naturali. Questa prima fase intende preservare l’ambiente marino costiero attraverso l’intervento di riforestazione di posidonia oceanica che produce ossigeno.
La seconda R consiste nel “Recuperare” per contrastare l’inquinamento. In questo punto nei fondali si trovano pneumatici di grandi dimensioni abbandonati illegalmente, che nel tempo si deteriorano e rilasciano microparticelle che si disperdono nell’ambiente. Alcuni pneumatici recuperati avranno una nuova vita. Dopo trattamenti in impianti specializzati si otterrà un granulato polverino di gomma che potrà essere utilizzato per la produzione di asfalti modificati, pavimentazioni, manufatti, superfici sportive, materiale per l’isolamento e l’arredo urbano.
L’ultima R del progetto è “Rispettare”. Dobbiamo tutelare l’ambiente in cui viviamo e che ci ospita perché se non è in buona salute anche noi rischiamo di non esserlo. Per rispettare dobbiamo conoscere. Questo terzo punto riguarda, appunto, le attività di educazione ambientale, coinvolgendo le istituzioni scolastiche.

In cosa consistono le attività educative?

Le attività di educazione ambientale coinvolgono sia docenti che studenti, attraverso i laboratori didattici realizzati dai nostri operatori. Questi si svolgono all’interno del nostro Centro di educazione ambientale Baia del Corallo, di recente inaugurazione, una splendida struttura attrezzata, situata in un’area marina protetta nel Golfo di Palermo.
I laboratori hanno l’obiettivo di spiegare agli studenti le caratteristiche del mare, la sua preziosa funzione di regolatore del clima, l’importanza delle praterie di posidonia, il legame tra il mare e il patrimonio di tradizioni e saperi locali e di sensibilizzare sulla necessità di proteggere la biodiversità in tutta la sua complessità poiché la nostra vita è legata in maniera inequivocabile a quella del mare e dell’ambiente.
Il materiale divulgativo realizzato favorisce una corretta informazione e comprensione del valore dell’ambiente e della necessità di tutelarlo. Le future generazioni saranno i decisori di domani. Solo “entrando” nelle scuole si avvierà una conversione culturale. È attraverso la consapevolezza che possiamo pensare di affrontare il difficile futuro che l’umanità ha davanti, mettendo in atto la transizione ecologica che il mondo ci chiede. Questo progetto, che prevede la presenza di personale specializzato e un grande lavoro di rete tra diversi partner, non sarebbe stato possibile senza il sostegno dei fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Siamo felici di poter intervenire in questo territorio così fortemente degradato e ridare ossigeno a una “perla” del Mediterraneo.

Perché il mare è così importante per mantenere l’equilibro nell’ecosistema?

Il mare produce più del 50% dell’ossigeno che respiriamo, anche se in molti non lo sanno. Lo produce tramite gli organismi fotosintetici, come le piante marine che andremo a piantumare, tra cui la posidonia oceanica, che producono ossigeno e assorbono anidride carbonica.
L’Oceano assorbe 24 milioni di tonnellate al giorno di anidride carbonica contribuendo a mitigare gli effetti delle emissioni antropiche che causano il riscaldamento globale. Le attività umane infatti creano più del 90% del calore in eccesso che, immagazzinato dalla Terra negli ultimi 50 anni, si trova principalmente nell’oceano.
La causa principale di inquinamento marino è rappresentata dalle plastiche e dalle microplastiche che sono dei frammenti molto piccoli chiaramente erosi e lavorati dall’acqua. Stazionano nei fondali e possono mettere in pericolo la vita degli animali marini. Le microplastiche sono state trovate anche nel nostro corpo, nel sangue, nella placenta umana, persino nel cervello. Tutto è collegato.

Cosa possiamo fare nel quotidiano per sviluppare una coscienza ecologica in noi stessi anche negli altri?

Ovviamente servono delle leggi per tutelare l’ambiente marino e che mettano limiti dell’over fishing, vietino i grandi eventi su siti naturali e semi naturali, contrastino la pesca illegale, o come la petizione europea che stiamo sostenendo per chiedere l’abolizione della pratica brutale dello spinnamento degli squali, ma è importante essere consapevoli che ognuno con le proprie azioni può portare un cambiamento, anche se piccolo.
Un gesto come buttare a terra un mozzicone di sigaretta può essere fatto in maniera inconsapevole ma sicuramente ha un impatto enorme sull’ambiente. Possiamo fare la differenza con le nostre scelte come ridurre il consumo di plastica monouso, utilizzare borracce, comprare gli alimenti sfusi invece che confezionati, fare scelte alimentari e acquisti sostenibili e consapevoli, evitare l’abbigliamento sintetico che in lavatrice rilascia microplastiche che finiscono in mare, e tanto altro.
In questo modo non solo riduciamo il nostro impatto ma siamo anche di esempio per gli altri, come i nostri figli e le persone che ci stanno intorno, innescando un meccanismo virtuoso in linea con i princìpi della transizione ecologica.
Ciascuno di noi può e deve fare la differenza, per essere parte del cambiamento.

Ancora natura per il Col di Lana

Il progetto “Ancora natura per il Col di Lana”, promosso dall’associazione PEFC Italia e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, si sviluppa in un’area forestale di 150 ettari del Col di Lana, in Veneto, duramente colpita dalla tempesta Vaia avvenuta tra il 26 e il 30 ottobre 2018.

Può raccontarci brevemente la storia del progetto “Ancora natura per il Col di Lana”? Come è nato e quali sono i suoi principali obiettivi e risultati previsti o già raggiunti?

Eleonora Mariano (PEFC Italia), responsabile di progetto: Il progetto nasce a ottobre 2018 con la tempesta Vaia, un evento estremo che ha messo in difficoltà moltissime aree del nord est e la provincia di Belluno. In poche ore sono caduti circa nove milioni di metri cubi di alberi, che corrispondono a ciò che si raccoglie in sette anni di attività di selvicoltura naturalistica, quindi attenta alla natura.
È stato un evento disastroso.
A seguito di questo evento PFEC Italia (Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale), insieme a Coldiretti e a Rete Clima, ha voluto dare il via a un’attività in un’area in particolare, il Col di Lana, per aiutare la natura a fare quello che avrebbe fatto da sola ma in tempi più lunghi.
Gli obiettivi del progetto sono di favorire la rinascita della natura con un’attività di ripristino e di riforestazione, creare un sentiero naturalistico e promuovere la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei giovani studenti della zona.
I fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana sono stati fondamentali perché ci hanno consentito di portare il progetto “Ancora Natura”, che era già stato avviato in altre aree, qui nella provincia di Belluno e nel Col di Lana.
Abbiamo potuto mettere insieme vari professionisti, realtà imprenditoriali e realtà locali che insieme a noi vogliono proseguire, aumentare e diffondere le attività elaborate e definite nell’ambito del progetto.
Quindi è stato un “enzima” che ci permetterà di proseguire il lavoro anche dopo la fine del progetto.

Quali sono state le maggiori sfide che avete affrontato?

Orazio Andrich, dottore forestale coinvolto nel progetto: Le difficoltà iniziali sono state enormi, la tempesta di Vaia ha causato danni terribili, anche in boschi che noi pensavamo fossero abbastanza stabili. A seguito della tempesta si è verificata un’infestazione, ancora in corso, di un insetto che divora le piante.
La prima sfida è stata chiederci quanto dovevamo affidarci alla natura e quanto invece era importante intervenire. Abbiamo innanzitutto cercato di dare una risposta dettagliata e obiettiva a queste due alternative.
Abbiamo “aiutato” la natura con la composizione delle specie arboree, ma nei boschi di alta quota come quelli in cui ci troviamo – qui siamo a 1600-1850 metri di altitudine – non è così facile.
Le specie scelte sono state il larice, il pino cembro e latifoglie, in aggiunta all’abete rosso che ricrescerà spontaneamente. Le ceppaie dei tronchi abbattuti che sono rimasti, saranno utili come aiuto alla micro-protezione di queste piante.
Un’altra sfida è stata quella degli “ungulati”, principalmente cervi, ma anche camosci e caprioli, che di fronte a queste piante nuove tendono a cibarsene. Infine, la sfida naturale più forte sono la neve e il gelo, ma anche le diverse variazioni climatiche. Noi abbiamo incluso questa complessità nel nostro pensiero progettuale e in una semplicità operativa, attivando una profonda riflessione e osservazione di com’è la natura del territorio, imitandone le dinamiche.

Qual è stato l’impatto del progetto sulla comunità locale e quale ruolo ha avuto la comunità locale nella realizzazione e nel supporto del progetto?

La comunità locale a Livinallongo e nell’alto Cordevole all’inizio è stata impegnata nell’affrontare problemi molto concreti, con l’esondazione dei torrenti, le valanghe, la sistemazione delle strade e delle case.
Il nostro progetto, di fatto, ha avuto due momenti chiave di confronto con il territorio e con la comunità locale. 
In un primo momento, proprio con l’avvio del progetto, abbiamo lavorato per studiare e capire nel dettaglio le esigenze e le dinamiche specifiche di quest’area: il nostro obiettivo infatti è quello di realizzare un intervento che si inserisca in maniera armoniosa e funzionale con il paesaggio e la comunità locale. Per raggiungere questo obiettivo, la conoscenza del territorio e dei suoi abitanti è stato ed è un elemento essenziale. In questa fase iniziale, la comunità ci è stata vicina e noi abbiamo potuto dare loro un supporto motivazionale, facendo sapere che non erano soli.
Il secondo momento di confronto è legato all’implementazione vera e propria del progetto di riforestazione e di ripristino del sentiero che ha visto coinvolti nella realizzazione ditte e operatori locali. In questa fase stiamo lavorando facendo conoscere il nostro progetto ma anche scambiando le nostre idee sulle varie soluzioni tecniche possibili. Di certo quello che abbiamo imparato da questa esperienza è la sorprendente similitudine tra l’atteggiamento delle comunità di montagna e quelle degli alberi: gli alberi, come le persone, in queste condizioni rispondono in maniera straordinaria se collaborano realmente, aiutandosi per affrontare insieme le difficoltà climatiche e non.

In che modo il progetto aiuta studenti e studentesse delle scuole coinvolte a sviluppare la consapevolezza dell’interazione che c’è tra noi e l’ambiente?

Michele Nenz, Coldiretti Belluno partner di progetto: Gli eventi catastrofici che hanno interessato l’area nel 2018 ci fanno capire come la natura di fatto faccia il suo corso e che sempre di più l’essere umano non ha la possibilità di intervenire se non in una fase di ripristino delle aree.
Il coinvolgimento dei ragazzi e delle ragazze dell’Istituto Agrario di Feltre che ha anche un indirizzo forestale, è stato molto importante. Sensibilizzare e formare le nuove generazioni sul tema del rispetto della natura, dell’ambiente, ma anche dei cambiamenti che si stanno verificando, è fondamentale. La selvicoltura deve essere sempre di più di tipo naturalistico.
L’interessamento da parte di docenti e studenti ci ha permesso, anche attraverso l’organizzazione e la progettazione del percorso naturalistico, di diffondere una cultura della selvicoltura naturalistica. Guardare il bosco, guardare ciò che la natura normalmente fa e seguire le modalità con le quali si rinnova.
Le nuove generazioni dovrebbero approfondire sempre più che l’essere umano può intervenire, può aiutare, può coltivare in giuste quantità, ma che poi la natura esprime le sue caratteristiche, e le piante che si insedieranno in una certa area sono quelle che naturalmente lì potranno vivere e che di fatto andranno a svilupparsi.

Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale

Abbiamo intervistato Luca Cristaldi di VIS (Volontariato internazionale per lo sviluppo) responsabile del progetto in fase di avviamento “Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale” finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai. Il progetto promuove forme di partecipazione di studenti, educatori e cittadini in azioni finalizzate alla tutela dell’ambiente e alla lotta ai cambiamenti climatici. Si rivolge a 3500 studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado, a 140 docenti, a 35 educatori.

Come nasce il progetto “Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale” e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto è legato alla nostra mission: come ONG ci occupiamo di cooperazione internazionale in diversi paesi del mondo e svolgiamo anche attività di carattere educativo, di sensibilizzazione e formazione, che in Italia portiamo avanti nelle scuole. In particolare, siamo molto sensibili alla tematica della sostenibilità ambientale.
Il progetto usa metodologie innovative per promuovere la partecipazione attiva dei giovani, per elevare il livello di conoscenze e competenze sul tema, per fornire strumenti da utilizzare, per proporre degli stili di vita differenti e svolgere delle azioni che mirino a lenire gli effetti del cambiamento climatico.
Le nostre attività educative solitamente coinvolgono singole scuole o singoli contesti per periodi limitati di tempo, invece grazie ai fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai possiamo garantire una maggiore continuità e un maggior bacino d’utenza. Abbiamo inoltre identificato una serie di indicatori per valutare l’impatto che avranno le proposte e le azioni del progetto promosso.
Per semplificare, possiamo dire che il progetto è diviso in tre grandi componenti.
La prima riguarda la formazione, quella di carattere educativo che si rivolge ai giovani e ai docenti per ampliare le conoscenze e le competenze.
La seconda prevede una partecipazione attiva per mettere in pratica con azioni concrete ciò che si è imparato.
La terza è la componente più innovativa del progetto, perché riguarda l’utilizzo di due strumenti: una piattaforma web che utilizza il gioco come strumento di partecipazione e un percorso immersivo e sensoriale.
È fondamentale trovare delle modalità innovative che sappiano parlare ai giovani e che utilizzino un linguaggio a loro affine, per riuscire a entrare in empatia ed evitare che queste tematiche “scivolino via”.

In cosa consiste l’esperienza immersiva e in che modo sono coinvolti i cinque sensi?

L’obiettivo dell’esperienza immersiva è far vivere agli studenti e alle studentesse sulla propria pelle determinate sensazioni.
Il percorso immersivo sui cambiamenti climatici, che si chiama “2060”, è un gioco di ruolo, un’esperienza teatrale dove i partecipanti vengono inseriti in un contesto e ne diventano i protagonisti.
I visitatori entrano in uno spazio con schermi video molto grandi sulle pareti e l’audio con suoni di vari ambienti. Viene riprodotta una realtà che è quella del 2060, le condizioni climatiche di alcuni Paesi tra cui l’Italia rendono impossibile viverci: ci sono alluvioni, gli oceani si sono innalzati, c’è un forte inquinamento e si verificano eventi climatici estremi.
Gli abitanti devono abbandonare i loro Paesi, fanno domanda per poter partire in modo legittimo ma gli viene rifiutata; quindi, sono costretti a intraprendere vie illegali.
I visitatori interagiscono con degli attori che svolgono il ruolo di trafficanti, vengono bendati e fatti uscire a piccoli gruppi e iniziano un percorso immersivo che li porterà a passare da diverse sale che riproducono ambienti diversi.
Essendo bendati hanno la possibilità di sentire solamente con il tatto, l’udito e l’olfatto. Fondamentalmente vivono sulla loro pelle da una parte un’idea delle conseguenze del cambiamento climatico e dall’altra anche quella di essere migranti irregolari.
L’ultima sala è quella dove condividono le sensazioni che hanno vissuto e un educatore che fa da mediatore propone un patto finale dove possono scegliere da un elenco dieci azioni da fare, per cambiare il loro stile di vita e migliorare il loro ambiente.

Come è possibile assicurarsi che gli effetti positivi di questa esperienza durino nel tempo?

Gli studenti e le studentesse sono molto giovani quindi è difficile avere una certezza di ciò, ma sappiamo che far vivere in prima persona certe emozioni è una cosa che lascia un segno.
Inoltre, c’è una piattaforma web che sarà attiva per tutto il 2025 dove i ragazzi che hanno preso parte alle attività potranno continuare a partecipare individualmente o come gruppo classe, mettendo in pratica le conoscenze che hanno appreso. Le attività della piattaforma li stimolano a sperimentarsi nel loro territorio, nella loro quotidianità e nelle loro scelte di vita e di consumo.
Ad ora il percorso è stato molto gradito e anche la piattaforma: alla fine del percorso facciamo un questionario ai ragazzi sia sull’ampliamento delle conoscenze, sia su cosa hanno vissuto, cosa gli è piaciuto e cosa no, e la maggioranza delle risposte sono positive. Terremo conto anche delle risposte negative per apportare dei miglioramenti.
Anche gli insegnanti hanno risposto molto bene, abbiamo visto che l’uso della piattaforma non è visto come qualcosa in più da fare (nel mondo della scuola alcuni progetti sono visti come calati dall’alto), ma come un’opportunità da poter usare nei momenti che loro ritengono importanti in relazione al percorso didattico.

Tutelare la culla della vita

Il progetto “Piramidi nel Blu” promosso dall’Associazione Martin Pescatori e sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, mira al ripristino e alla tutela della biodiversità marina e alla salvaguardia della piccola pesca, rispettosa dell’ecosistema marino. Per sapere di più sulle finalità del progetto abbiamo intervistato Franca Ferreri, Presidente dell’Associazione ed Emanuele Troli, Direttore della Blu Marine Service, partner del progetto.

 

Come è nato il progetto “Piramidi nel blu” e quali sono i principali obiettivi?

È nato dalla volontà di preservare e migliorare lo stato delle risorse marine che costituiscono non solo un patrimonio di biodiversità, ma anche una fonte di reddito per la marineria. L’associazione Martin Pescatore è sempre stata attenta alla sostenibilità delle azioni di pesca, ha collaborato attivamente in passato a progetti di ripopolamento e conservazione, costruendo un proficuo rapporto con l’università e con enti di ricerca in campo marino.
Insieme alla società Blu Marine Service, che ha notevole esperienza nel settore della ricerca marina, si è pensato al progetto Piramidi nel blu che prevede tecniche estremamente semplici ma efficaci per favorire il ripopolamento e la conservazione delle risorse marine costiere.
Le risorse finanziarie dedicate alla difesa dell’ambiente messe a disposizione nei diversi bandi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sono opportunità estremamente interessanti per la realizzazione di progetti concreti ed efficaci per la tutela ambientale.

Che cosa sono e come funzionano le “piramidi”?

Le piramidi sono strutture sottomarine costruite con materiali naturali, ricoperte da teli di iuta, con telaio portante in acciaio inox, per resistere alle correnti galvaniche e alle mareggiate.
Abbiamo anche utilizzato per la loro costruzione dei vasi realizzati in lolla di riso, un materiale estremamente resistente e totalmente naturale derivato dalla lavorazione del riso. Queste “tane”, sono oggi le case di polpi, seppie, granchi, pesci insieme ad altre innumerevoli specie marine.
Dopo neanche trenta giorni di permanenza in mare le strutture erano già colonizzate da numerose specie. In brevissimo tempo sono diventate delle piccole oasi di biodiversità in cui gran parte delle risorse marine costiere dell’Adriatico trova riparo.
Gli animali utilizzano le nostre strutture per numerose ragioni: per riprodursi, proteggersi; accrescersi, accoppiarsi. Un esempio è quello del polpo che ha la tana in quasi tutte le piramidi. I polpi sono degli animali molto importanti anche per l’ecosistema perché, anche se da noi il granchio blu non è ancora un problema, in alcune aree come la laguna di Venezia o come la costa romagnola, questo animale ha invaso le acque costiere divenendo un problema critico per l’ecosistema.
Uno dei pochi antagonisti di questa specie è proprio il polpo che è in grado di fronteggiare granchi anche di grosse dimensioni. Inoltre, in un fondale come quello dell’Adriatico, caratterizzato da vaste aree sabbiose in cui gli affioramenti rocciosi, a causa della pesca intensiva, sono stati quasi completamente distrutti, queste piccole strutture aggregano in maniera molto efficace tutte le risorse che si devono riprodurre perché altrimenti avrebbero difficoltà a trovare ambienti dove deporre le uova.

Quali sono le principali cause di degrado della biodiversità nell’Adriatico centrale?

La pesca intensiva è la principale causa dell’impoverimento di risorse dell’Adriatico e del bacino del Mediterraneo. Tra i mari italiani, l’Adriatico è il mare più pescoso e sfruttato e quindi le flotte di pescherecci che lo solcano sono molto numerosi. Sono rarissime – almeno  nel centro Adriatico – aree di mare in cui la pesca sia vietata.
Abbiamo la piccola pesca con un minimo impatto sui fondali che opera fino a tre miglia, però nella stessa fascia abbiamo anche le turbosoffianti per le vongole, che hanno un impatto devastante sull’ambiente, perché danneggiano il fondale marino utilizzando acqua ad altissima pressione, che impatta su gran parte degli animali che abitano il fondale. Se ci spostiamo più a largo abbiamo lo strascico, che è la tecnica più distruttiva in assoluto per i fondali e per la mancanza di selettività degli attrezzi utilizzati.
Ringraziando la natura, l’Adriatico è un mare ancora produttivo ma rispetto al passato abbiamo il 50-60% in meno di quantitativi pescati. Negli ultimi anni la capacità del mare di rigenerarsi è stata aiutata anche dalla politica europea della pesca, che prevede lo smantellamento dei vecchi pescherecci: non ci sono più nuove licenze e questo fa sì che le marinerie pian piano diventino sempre più piccole.
Un’altra causa di degrado della biodiversità è l’inquinamento da plastiche. Stamattina ne abbiamo raccolti almeno dieci chili tra buste, salvagenti, gonfiabili e oggetti vari.

Che cosa si intende per approccio sostenibile all’attività di pesca e in che modo può essere realizzato questo approccio?

Martin Pescatori è un’associazione della piccola pesca costiera che ha un impatto minimo sulle specie marine, poiché utilizza tecniche di pesca come le nasse e le reti da posta che sono molto diverse dalle reti usate dai pescherecci industriali. Nella piccola pesca la trappola viene messa in mare e il pescatore ha la capacità di valutare se tenere un pesce oppure liberarlo vivo, cosa che le altre tecniche non permettono perché per esempio, le reti a strascico non sono selettive prelevando tutto quello che incontrano e uccidendo gran parte delle risorse prelevate anche se non commercialmente utilizzabili.

In che modo è strutturato il percorso didattico previsto dal progetto?

Il percorso didattico prevede un percorso esperienziale per gli alunni delle scuole elementari. Abbiamo fatto toccare con mano molte delle creature che attualmente stanno popolando le piramidi che abbiamo in mare, come: polpi, seppie, calamari, granchi, gasteropodi. Durante gli incontri le risorse marine vengono prelevate dal mare, e con estrema cura vengono conservate all’interno di ampi contenitori, garantendo attraverso aeratori e altre tecnologie, parametri di ossigeno e di temperatura dell’acqua più che soddisfacenti, alcune specie vengono anche fatte tenere in mano dai bambini, e questo li aiuta a capire quanto sia affascinante questo mondo. Dopo aver permesso ai bambini di osservare da vicino questi animali, si procede con la loro liberazione in mare. L’obiettivo è trasmettere un messaggio sull’importanza di rispettare le creature marine e di sensibilizzare i giovanissimi su quanto sia importante imparare a preservare e proteggere il mare.
Il progetto ha coinvolto in primis gli alunni delle elementari perché si vuole trasmettere alle nuove generazioni i valori quali il rispetto delle risorse naturali, la protezione dell’ambiente, la conservazione della biodiversità. Abbiamo puntato sulle nuove generazioni sia per mostrare loro la biodiversità presente nel nostro mare, sia per diffondere dei messaggi volti alla sensibilizzazione nei confronti della natura e delle creature che la abitano. Siamo abituati a chiamare questo pianeta “Terra”, ma il 70% di questa Terra è ricoperta dall’acqua dei mari e degli oceani! Viviamo in un pianeta più blu che verde e quando abbiamo incontrato i bambini abbiamo cercato di far capire loro che la vita sulla terra è nata nel mare. Riuscire a fare qualcosa per preservare le risorse marine è come tutelare la culla della vita.

Dialoghi sulle azioni per l’empowerment climatico

In questi giorni (8-10 giugno) si sta svolgendo a Bonn nell’ambito della Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite (SB60) l’evento ACE Dialogue (Dialoghi sulle azioni per l’empowerment climatico), un’iniziativa cruciale che mira a sensibilizzare e coinvolgere il pubblico e le organizzazioni nelle azioni contro il cambiamento climatico, promuovendo l’educazione, la formazione e la partecipazione pubblica. A nome della Soka Gakkai Italiana partecipa Chiara De Paoli.

 

L’evento è stato inaugurato da Simon Stiell, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), il quale ha sottolineato che quest’anno è cruciale, evidenziando la necessità di cambiamenti fondamentali che «trasformino le possibilità in probabilità» dal punto di vista della lotta al cambiamento climatico.
Ha insistito sul fatto che i contributi determinati a livello nazionale non devono rimanere solo su carta, ma diventare documenti viventi grazie al coinvolgimento delle comunità locali.
Ha ribadito l’importanza di sviluppare strumenti adeguati per supportare l’implementazione delle azioni per l’empowerment climatico, sottolineando che non si tratta solo di aumentare la consapevolezza, ma di comunicare efficacemente e creare spazi inclusivi di coinvolgimento.

«Le soluzioni devono arrivare da tutti e ovunque. L’azione che intraprendiamo oggi definirà il percorso per gli anni a venire. Insieme, abbiamo gli strumenti giusti, mettiamoli in campo» ha concluso poi.

Quest’anno l’evento si concentra sul tema di “strumenti e supporto” (Tools & Support) ed è per questo motivo che la Soka Gakkai Italiana è stata invitata a partecipare: infatti il bando 8×1000 della Soka Gakkai italiana su Azioni per l’empowerment climatico (ACE) è stato giudicato come uno strumento innovativo per aumentare la consapevolezza e incentivare azioni concrete su questa tematica, rappresentando una buona pratica che può essere di ispirazione per altri.

Nella seconda parte dell’evento (10 giugno) Chiara De Paoli, dell’Ufficio 8×1000 dell’IBISG, è intervenuta durante la plenaria con un intervento incentrato su come scrivere una buona proposta progettuale – come richiesto dal Segretariato delle Nazioni Unite, che ha incentrato la giornata su questo tema con un impianto molto pratico nel quale prima sono stati dati dati dei consigli (ha anche partecipato Alisher Mamadzhanov, Climate Policy and Governance Specialist del fondo “Green Climate Fund”) e subito dopo i partecipanti hanno avuto modo di fare degli esercizi pratici di scrittura di proposte progettuali.

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