Rispondere a un forte bisogno del territorio

Intervista a Silvia Ciacci, responsabile del progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione – Fase 2”, finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e promosso dall’Associazione la Rotonda. Il progetto viene attuato in Lombardia, a Baranzate (Città Metropolitana di Milano) e in altri comuni della fascia settentrionale del Milanese, in contesti caratterizzati da vulnerabilità socioeconomica.

 

Può raccontarci gli obiettivi principali della seconda fase del progetto?

I beneficiari del progetto sono giovani NEET (non studiano, non lavorano e non ricevono una formazione) o che rischiano di divenire tali, nella fascia d’età 15-29 anni. Il primo obiettivo è di supportarli nello sviluppo di competenze soft: stima, sicurezza, riqualificazione professionale e accompagnamento psico-emotivo soprattutto nel caso in cui il giovane presenti delle disabilità fisiche e/o psichiche, sia di natura permanente che temporanea.
Il secondo obiettivo è di sostenerli nella ricerca attiva del lavoro, non solo con la stesura del CV e del bilancio delle competenze ma anche nella preparazione e l’accompagnamento all’ingresso consapevole al mondo del lavoro. Quindi preparare il colloquio, trovare il lavoro per loro più adatto, accompagnarli in azienda, seguire il tirocinio e trovare le opportunità formative più adatte.
Li aiutiamo a entrare nel mondo del lavoro con un primo tirocinio extracurricolare e borse di lavoro.
Tra le varie formazioni che offriamo è molto importante quella sui diritti e i doveri dei lavoratori con la banale lettura della busta paga o delle tutele contrattuali che spesso sono poco conosciute.
L’ultimo obiettivo riguarda il coinvolgimento delle aziende sensibili a tematiche di diversity inclusion.

Ci sono approcci particolari o innovativi che vengono utilizzati con i beneficiari?

Come Associazione La Rotonda abbiamo un’ottima capacità capillare di intercettare il disagio, essendo molto calati in una realtà territoriale che presenta delle condizioni di fragilità. Il fatto di avere molteplici servizi ha facilitato il lavoro di intercettazione ed emersione del bisogno lavorativo.
La forte connessione tra i servizi fa sì che il beneficiario venga preso in carico a 360 gradi.
Questo aspetto si unisce al percorso altamente individualizzato che portiamo avanti con i beneficiari, i miei colleghi fanno un grandissimo lavoro di ascolto, dedicando tante ore di colloquio, con l’obiettivo di far emergere chiaramente il bisogno che altrimenti resterebbe nascosto.

Il progetto ha già ottenuto molti risultati, può condividerne alcuni? Quali sono i principali risultati che vi aspettate per questa seconda fase?

Nella prima fase del progetto siamo riusciti a supportare 160 beneficiari nella fascia d’età 15-29 anni e abbiamo coinvolto circa 80 risorse umane delle aziende esterne.
La seconda edizione del Festival In & Aut che si è tenuto a maggio è stato un grosso risultato in termini di rete, di collegamenti con aziende e con chi si occupa da più tempo di persone con neuro divergenze.
L’altro risultato importante è stato lavorare in modo più strutturato con le fragilità estreme, ovvero non solo quella socioeconomica ma con ragazzi con disabilità che non sono certificate.
Sono disabilità a tutti gli effetti perché li rendono meno abili a lavoro, meno performanti o capaci di entrare nel mondo del lavoro, si tratta di una “fascia grigia” ma molto consistente di giovani che non riescono a sostenere un colloquio di lavoro emotivamente o ad essere puntuali… magari fanno tirocini ripetuti all’infinito. Stiamo continuando a migliorare questo aspetto anche grazie all’inserimento nel nostro organico della figura dell’operatore diversity inclusion.

Quali sono state le principali sfide incontrate finora nella realizzazione del progetto?

Molte aziende oggi sono interessate al tema della diversity inclusion, ci sono anche molti sgravi per loro, ma abbiamo l’impressione che siano più interessate sulla carta che nella realtà dei fatti. Quindi la prima sfida è la sensibilizzazione e l’ampliamento della nostra rete con le aziende.
L’altro aspetto riguarda invece il coinvolgimento del beneficiario, infatti può capitare che a prescindere da tutto il lavoro che si fa con loro, alcuni a un certo punto non si presentano più, non rispondono più, e non necessariamente sono quelli con maggiori disabilità o problematiche di tipo psichiatrico.
Dopo la pandemia abbiamo riscontrato un peggioramento nei giovanissimi della capacità di attenzione e di impegnarsi a partire dalla puntualità. La fase due del progetto spinge molto di più sull’orientamento scuola-lavoro. Lavoriamo trasversalmente tra servizi, ad esempio i ragazzi dal servizio doposcuola possono transitare direttamente a quello sull’orientamento al lavoro.

Ci sono altre organizzazioni o enti coinvolti nel progetto? Invece, in che modo la comunità locale è coinvolta?

Come Associazione La Rotonda noi lavoriamo tantissimo in rete, non possiamo avere tutte le competenze del mondo!
Collaboriamo con una fondazione che ha un grosso programma sui diritti e doveri dei lavoratori, che contribuiscono sia alla formazione dei beneficiari sia a quella del nostro personale.
Altre associazioni attivano a livello amministrativo i nostri tirocini, collaboriamo anche con altri enti formativi accreditati dalla Regione Lombardia. Abbiamo una serie di soggetti che fanno parte della nostra rete che sono focalizzati sul lavoro e ognuno contribuisce dandoci un supporto nella ricerca di opportunità lavorative o per l’attivazione di corsi di formazione.
In termini di coinvolgimento della comunità locale – come già detto – noi siamo molto presenti sul territorio, ad esempio il nostro centro si trova proprio in mezzo al quartiere e offre una scuola di italiano, incontri per gli anziani del quartiere, doposcuola per i bambini, lo sportello lavoro e lo sportello migrazioni. Il servizio è anche un modo per attivare la comunità; infatti, lo sportello aveva dei volontari che adesso sono transitati al Centro d’ascolto o su altri servizi.
Oppure dei ragazzi che frequentavano il dopo scuola adesso fanno volontariato per aiutare i bambini delle elementari. Noi siamo ben felici di accogliere volontari, questo aiuta i giovani nello sviluppo delle competenze soft.

Come vedete l’evoluzione del progetto nei prossimi anni?

Da una parte vogliamo consolidare ciò che sta funzionando ma dall’altra siamo sempre pronti a rivedere e rinnovare.
Pensando al futuro, penso sia importante potenziare la nostra offerta formativa. Attualmente abbiamo un corso di formazione di sartoria e un laboratorio di ciclo officina che interessa i giovani del doposcuola di 14-17 anni e vorremmo potenziarlo in un corso di formazione.
Le nostre offerte formative ci consentono di porre maggiore attenzione all’individualità, non solo alle competenze tecniche ma anche alla socializzazione. Per esempio, i beneficiari che lavorano insieme organizzano uscite e creano un ambiente molto accogliente. Potremmo così introdurre idee e uno stile più nostro, più personale.

C’è qualche aspetto in particolare che ritieni importante sottolineare riguardo alla tua esperienza all’interno del progetto “In & Aut”?

Se parlo in veste di progettista, è stata un’esperienza davvero positiva. Negli anni di esperienza ho visto tantissimi donatori, quello che ho sperimentato con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato avere un dialogo e un confronto costante, con un’ottica di lavoro di medio periodo. Questo è stato davvero rincuorante. Davanti alle difficoltà, grazie al confronto, si sente di poter affrontare e superare le varie cose che succedono. È stata un’esperienza estremamente positiva di scambio, condivisione e strutturazione di una metodologia di lavoro che sta diventando patrimonio comune della nostra associazione. Come dipendente dell’Associazione La Rotonda è stato molto bello e sfidante veder crescere un’area – come quella dedicata al lavoro – che rispondeva a un bisogno forte sul territorio e che ha preso in carico una fascia di giovani molto vulnerabili. Direi un successo su tutti i fronti!

Tutelare la culla della vita

Il progetto “Piramidi nel Blu” promosso dall’Associazione Martin Pescatori e sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, mira al ripristino e alla tutela della biodiversità marina e alla salvaguardia della piccola pesca, rispettosa dell’ecosistema marino. Per sapere di più sulle finalità del progetto abbiamo intervistato Franca Ferreri, Presidente dell’Associazione ed Emanuele Troli, Direttore della Blu Marine Service, partner del progetto.

 

Come è nato il progetto “Piramidi nel blu” e quali sono i principali obiettivi?

È nato dalla volontà di preservare e migliorare lo stato delle risorse marine che costituiscono non solo un patrimonio di biodiversità, ma anche una fonte di reddito per la marineria. L’associazione Martin Pescatore è sempre stata attenta alla sostenibilità delle azioni di pesca, ha collaborato attivamente in passato a progetti di ripopolamento e conservazione, costruendo un proficuo rapporto con l’università e con enti di ricerca in campo marino.
Insieme alla società Blu Marine Service, che ha notevole esperienza nel settore della ricerca marina, si è pensato al progetto Piramidi nel blu che prevede tecniche estremamente semplici ma efficaci per favorire il ripopolamento e la conservazione delle risorse marine costiere.
Le risorse finanziarie dedicate alla difesa dell’ambiente messe a disposizione nei diversi bandi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sono opportunità estremamente interessanti per la realizzazione di progetti concreti ed efficaci per la tutela ambientale.

Che cosa sono e come funzionano le “piramidi”?

Le piramidi sono strutture sottomarine costruite con materiali naturali, ricoperte da teli di iuta, con telaio portante in acciaio inox, per resistere alle correnti galvaniche e alle mareggiate.
Abbiamo anche utilizzato per la loro costruzione dei vasi realizzati in lolla di riso, un materiale estremamente resistente e totalmente naturale derivato dalla lavorazione del riso. Queste “tane”, sono oggi le case di polpi, seppie, granchi, pesci insieme ad altre innumerevoli specie marine.
Dopo neanche trenta giorni di permanenza in mare le strutture erano già colonizzate da numerose specie. In brevissimo tempo sono diventate delle piccole oasi di biodiversità in cui gran parte delle risorse marine costiere dell’Adriatico trova riparo.
Gli animali utilizzano le nostre strutture per numerose ragioni: per riprodursi, proteggersi; accrescersi, accoppiarsi. Un esempio è quello del polpo che ha la tana in quasi tutte le piramidi. I polpi sono degli animali molto importanti anche per l’ecosistema perché, anche se da noi il granchio blu non è ancora un problema, in alcune aree come la laguna di Venezia o come la costa romagnola, questo animale ha invaso le acque costiere divenendo un problema critico per l’ecosistema.
Uno dei pochi antagonisti di questa specie è proprio il polpo che è in grado di fronteggiare granchi anche di grosse dimensioni. Inoltre, in un fondale come quello dell’Adriatico, caratterizzato da vaste aree sabbiose in cui gli affioramenti rocciosi, a causa della pesca intensiva, sono stati quasi completamente distrutti, queste piccole strutture aggregano in maniera molto efficace tutte le risorse che si devono riprodurre perché altrimenti avrebbero difficoltà a trovare ambienti dove deporre le uova.

Quali sono le principali cause di degrado della biodiversità nell’Adriatico centrale?

La pesca intensiva è la principale causa dell’impoverimento di risorse dell’Adriatico e del bacino del Mediterraneo. Tra i mari italiani, l’Adriatico è il mare più pescoso e sfruttato e quindi le flotte di pescherecci che lo solcano sono molto numerosi. Sono rarissime – almeno  nel centro Adriatico – aree di mare in cui la pesca sia vietata.
Abbiamo la piccola pesca con un minimo impatto sui fondali che opera fino a tre miglia, però nella stessa fascia abbiamo anche le turbosoffianti per le vongole, che hanno un impatto devastante sull’ambiente, perché danneggiano il fondale marino utilizzando acqua ad altissima pressione, che impatta su gran parte degli animali che abitano il fondale. Se ci spostiamo più a largo abbiamo lo strascico, che è la tecnica più distruttiva in assoluto per i fondali e per la mancanza di selettività degli attrezzi utilizzati.
Ringraziando la natura, l’Adriatico è un mare ancora produttivo ma rispetto al passato abbiamo il 50-60% in meno di quantitativi pescati. Negli ultimi anni la capacità del mare di rigenerarsi è stata aiutata anche dalla politica europea della pesca, che prevede lo smantellamento dei vecchi pescherecci: non ci sono più nuove licenze e questo fa sì che le marinerie pian piano diventino sempre più piccole.
Un’altra causa di degrado della biodiversità è l’inquinamento da plastiche. Stamattina ne abbiamo raccolti almeno dieci chili tra buste, salvagenti, gonfiabili e oggetti vari.

Che cosa si intende per approccio sostenibile all’attività di pesca e in che modo può essere realizzato questo approccio?

Martin Pescatori è un’associazione della piccola pesca costiera che ha un impatto minimo sulle specie marine, poiché utilizza tecniche di pesca come le nasse e le reti da posta che sono molto diverse dalle reti usate dai pescherecci industriali. Nella piccola pesca la trappola viene messa in mare e il pescatore ha la capacità di valutare se tenere un pesce oppure liberarlo vivo, cosa che le altre tecniche non permettono perché per esempio, le reti a strascico non sono selettive prelevando tutto quello che incontrano e uccidendo gran parte delle risorse prelevate anche se non commercialmente utilizzabili.

In che modo è strutturato il percorso didattico previsto dal progetto?

Il percorso didattico prevede un percorso esperienziale per gli alunni delle scuole elementari. Abbiamo fatto toccare con mano molte delle creature che attualmente stanno popolando le piramidi che abbiamo in mare, come: polpi, seppie, calamari, granchi, gasteropodi. Durante gli incontri le risorse marine vengono prelevate dal mare, e con estrema cura vengono conservate all’interno di ampi contenitori, garantendo attraverso aeratori e altre tecnologie, parametri di ossigeno e di temperatura dell’acqua più che soddisfacenti, alcune specie vengono anche fatte tenere in mano dai bambini, e questo li aiuta a capire quanto sia affascinante questo mondo. Dopo aver permesso ai bambini di osservare da vicino questi animali, si procede con la loro liberazione in mare. L’obiettivo è trasmettere un messaggio sull’importanza di rispettare le creature marine e di sensibilizzare i giovanissimi su quanto sia importante imparare a preservare e proteggere il mare.
Il progetto ha coinvolto in primis gli alunni delle elementari perché si vuole trasmettere alle nuove generazioni i valori quali il rispetto delle risorse naturali, la protezione dell’ambiente, la conservazione della biodiversità. Abbiamo puntato sulle nuove generazioni sia per mostrare loro la biodiversità presente nel nostro mare, sia per diffondere dei messaggi volti alla sensibilizzazione nei confronti della natura e delle creature che la abitano. Siamo abituati a chiamare questo pianeta “Terra”, ma il 70% di questa Terra è ricoperta dall’acqua dei mari e degli oceani! Viviamo in un pianeta più blu che verde e quando abbiamo incontrato i bambini abbiamo cercato di far capire loro che la vita sulla terra è nata nel mare. Riuscire a fare qualcosa per preservare le risorse marine è come tutelare la culla della vita.

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