Il sindaco Gualtieri visita Refuge LGBT+ in apertura degli eventi per la Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia

All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia che sarà il 17 maggio, il Gay Center, insieme ad ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha organizzato un incontro per ribadire l’importanza dei servizi di supporto alla comunità LGBT+. All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

Marina Marini, coordinatrice Network Refuge LGBT+, di Gay Center, ha dichiarato:
«Ringraziamo il sindaco e tutte e tutti voi per essere qui in questo evento organizzato in occasione delle prossime iniziative del 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia, in cui desideriamo ribadire l’importanza dei servizi per la comunità LGBTQIA+.
L’associazione Gay Center, insieme alle altre associazioni partner ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha attivato proprio grazie al Comune di Roma nel 2005 il Contact Center Nazionale Gay Help Line 800 713 713, che nel 2026 compirà vent’anni, e che dall’inizio del servizio ha risposto ad oltre 350 mila contatti, con una media di circa 20 mila all’anno nell’ultimo lustro.
Il servizio della Gay Help Line è sempre stato garantito in questi anni, grazie al supporto dei volontari e volontarie e delle Istituzioni che ci hanno sostenuto, come l’Unar (ufficio nazionale antirazziale del ministero delle pari opportunità), la Regione Lazio, il Comune di Roma, e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai grazie ai fondi 8×1000 ed altri soggetti pubblici, Chiesa Valdese e privati. Ricordo con orgoglio che siamo ancora ad oggi il Contact Center ufficiale del Comune di Roma»

In risposta alle richieste di aiuto di giovani e giovanissimi LGBTQAI+, nel 2012 è stato avviato il progetto Refuge LGBT+, in collaborazione con la rete francese Le Refuge. Grazie a questa iniziativa, sono stati ospitati oltre 140 utenti in tre strutture, con un cohousing nel Municipio 1 di Roma. Il progetto ha fatto la storia, essendo la prima struttura in Italia ad accogliere minori affidati direttamente dai tribunali in una struttura LGBT+.

Inoltre Refuge LGBT+ ha accolto, per la prima volta in Italia, anche persone minori affidateci direttamente dai Tribunali.

Tamiko Kaneda, segretaria generale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha affermato:
«In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia, esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le persone LGBTQIA+ vittime di discriminazione e violenza.
Come Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, crediamo nella dignità di ogni essere umano e ci impegniamo per una società fondata sul rispetto, sull’inclusione e sulla pace; per questo siamo orgogliosi di sostenere, attraverso i fondi dell’8×1000, i progetti di Gay Center. Continueremo a fare la nostra parte affinché nessuna persona sia lasciata sola e ogni identità sia accolta con rispetto».

In seguito ha preso la parola Gianluca Lanzi, presidente del Municipio 11 di Roma, sottolineando la collaborazione con il Gay Center in diverse iniziative, inclusa una recente campagna presso le scuole, centri sportivi e farmacie del Municipio per Gay Help Line.

L’evento ha ricevuto i saluti di Erica Battaglia, presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma, che con noi ha fondato il progetto Refuge LGBT+.

«L’impegno della nostra amministrazione a sostegno di realtà come questa è e rimane costante. Questa struttura è fondamentale perché grazie al prezioso lavoro del personale specializzato è un punto di riferimento, di accoglienza, rifugio e difesa per tutte quelle persone che purtroppo ancora sono vittime di violenza omolesbobitransfobica e discriminazione. Un fenomeno che rimane molto preoccupante e caratterizzato da un sommerso a cui in parte arriviamo con il prezioso contributo della rete degli sportelli territoriali LGBT+ nei municipi.
Chi come noi amministra la città ha il dovere di fornire risposte e strumenti di aiuto concreti, non solo parole che usiamo per condannare gli episodi di discriminazione, che seppur preziose da sole non bastano»
ha affermato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

La natura come insegnante: un nuovo modo di fare agricoltura

“Ages: Agroforesta ecologica sociale” è un progetto realizzato dalla cooperativa sociale “Qualcosa di diverso” e finanziato con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Abbiamo intervistato Jacopo Volpicelli, ecologo della cooperativa sociale “Qualcosa di diverso”, che ci ha parlato degli obiettivi del progetto, in particolare quello di sperimentare un nuovo modo di fare agricoltura nel rispetto della biodiversità

Puoi parlarci degli obiettivi del progetto AGES: agroforesta ecologica sociale?

AGES – Agroforesta ecologica sociale è un progetto che interessa terreni confiscati alla criminalità organizzata e in condizione di grave dissesto nelle campagne tra San Vito dei Normanni e Latiano, nella provincia di Brindisi. 
Il processo di agroforestazione è una pratica agricola che rispetta la biodiversità e che si contrappone alle monocolture (coltivazione di una sola specie di piante).
L’obiettivo del progetto è di implementare questa tecnica agricola in un’area gravemente deteriorata che porti beneficio all’ecosistema e che sviluppi allo stesso tempo una coscienza collettiva modificando il modo di fare agricoltura, riducendo i gravi impatti ambientali pur mantenendo allo stesso tempo una produttività elevata. 
L’introduzione di quasi 5.000 alberi e piante sarà accompagnata da attività di formazione e coinvolgimento della comunità locale, delle istituzioni, della comunità agricola, con particolare attenzione ai giovani e ai giovanissimi che saranno coinvolti non solo come forza lavoro, ma anche come testimoni e supporter del progetto AGES.
Uno degli obiettivi è anche l’inserimento lavorativo di persone con svantaggio sociale. In quest’ottica, l’agricoltura permette di generare lavoro ma anche di affrontare temi estremamente importanti, come quello dell’inclusione. Il desiderio è che il nostro lavoro possa diventare un manifesto di buone pratiche e far vedere che si può realizzare lavoro equo, e che tutto può avvenire nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

Perché avete scelto di utilizzare un sistema agroforestale?

Fino al 2020 gran parte del nostro lavoro come cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, è stato incentrato sul recupero dei terreni che presentavano una monocoltura, che erano gli ulivi. È stata una sfida trasformare il sistema agricolo che abbiamo ereditato, in un sistema sostenibile.
Poi dalla trasformazione dei terreni recuperati, abbiamo iniziato a progettare un’agroforesta.
La coltivazione di una sola specie oltre a nuocere all’ambiente mette a rischio anche l’economica. Per fare un esempio, in Puglia c’è un batterio che da dodici anni sta distruggendo la produzione olivicola. Il patogeno si è espanso anche per via del fatto che tante altre specie sono state eliminate dall’uomo per la realizzazione di monocolture. In questo caso specifico se ci fossero state altre piante oltre all’ulivo, anche se l’agente patogeno avesse distrutto tutti gli uliveti, gli agricoltori avrebbero potuto beneficiare della presenza di altri prodotti da vendere sul mercato.

Avete previsto anche il coinvolgimento dei giovani e giovanissimi nel progetto. In cosa consiste la loro partecipazione e quali sono i risultati che avete riscontrato?

Nell’ambito del progetto finanziato, all’interno dell’agroforesta è stato realizzato un campo estivo per bambini, per studenti delle scuole superiori e per ragazzi che si trovavano nel carcere minorile che hanno svolto diversi corsi con noi. La formazione ha come obiettivo di conoscere la vita nella sua diversità, ma saperla apprezzare non è semplice. Il range di età andava dai 3 ai 18 anni. I bambini hanno raccolto l’uva, mentre i ragazzi più grandi hanno ricevuto una formazione didattica, comprendendo meglio che cosa è la biodiversità.
All’interno di questi percorsi i più grandi li abbiamo coinvolti nel piantare gli alberi, realizzando quindi una formazione al lavoro. Durante questi corsi non mi aspettavo che tutti fossero interessati a quello che facciamo, ma alcuni sono rimasti colpiti e hanno espresso il desiderio di poter iniziare a lavorare con noi. Per me questo è stato un bellissimo risultato!

Nel progetto si parla della creazione di un ecosistema dinamico, come vedono gli agricoltori locali questo sistema?

Un ecosistema è per definizione dinamico. Anche una monocoltura di ulivo o di grano è un ecosistema, ma viene definito ecosistema statico.
Quando si coltiva un’unica specie si deve regolare l’ecosistema attraverso l’inserimento di molteplici prodotti nel terreno. Senza questi input esterni, l’ecosistema si regolerebbe autonomamente portando alla crescita di diverse specie naturali… un bosco per produrre non ha bisogno degli input inseriti dall’essere umano!
L’obiettivo è di trovare un punto di incontro tra il rispetto della natura e la sua capacità di rigenerarsi e gestirsi autonomamente e il bisogno dell’essere umano di guadagnare attraverso i prodotti della natura.
All’inizio del nostro inserimento siamo stati visti come agricoltori “non conformi”, le cui tecniche e modalità di lavoro risultano incomprensibili, questo perché chi fa agricoltura da quaranta o cinquant’anni ha sempre lavorato terreni con un’unica specie di pianta.
Questo genere di agricoltori spesso pensa che ciò che stiamo facendo equivale a tornare indietro ed è facile comprendere la loro visione, perché stiamo riproponendo un modo di fare agricoltura simile a quello dei loro nonni. Piano piano però abbiamo trovato punti di incontro con sempre più persone. Siamo consapevoli che stiamo affrontando una sfida intergenerazionale con diversi agricoltori del posto con cui stiamo creando molti legami e collaborazioni.

Quali sono i prossimi obiettivi?

Recentemente grazie al progetto abbiamo creato una struttura con un laboratorio di trasformazione. Adesso il nostro focus è la produzione di verdure che vendiamo a livello locale e fare formazione, continuando anche la produzione di olio e vino.
Un altro obiettivo è di riuscire ad arrivare sempre di più ai policy makers e avere un impatto sul modo di fare agricoltura in Italia. Per riuscire in questo è necessario conoscere quali sono le altre realtà che come noi stanno portando avanti progetti agroforestali. Negli ultimi anni, grazie al supporto di uno dei nostri partner (Deafal), abbiamo realizzato una mappatura in diverse zone in Italia con lo scopo di individuare chi sta portando avanti progetti simili al nostro e di dare una definizione unica di cosa significa agroforesta.
Forse ci sono già migliaia di realtà che portano avanti progetti di questo tipo, ma si definiscono tutte con nomi diversi ed è quindi complesso individuarle e lavorare insieme. Ad esempio, tramite l’individuazione di queste realtà abbiamo realizzato una tavola rotonda dei sistemi agroforestali pugliesi, chiedendoci insieme perché è importante portare avanti queste attività e impegnandoci a superare le differenze che esistono anche tra di noi.

Coltiviamo insieme il cambiamento positivo

Il tuo 8×1000 all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai semina speranza per il futuro

Puoi destinare l’8×1000 dell’IRPEF all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, come previsto dalla Legge di Intesa con lo Stato italiano (art. 18 L.130/2016).
Basta firmare nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi (Certificazione Unica, Modello 730 o Modello Unico) e selezionare la casella corrispondente. Non serve indicare il codice fiscale.
Ispirandosi ai valori dell’umanesimo buddista, la Soka Gakkai italiana ha scelto di destinare i fondi dell’8×1000 al sostegno di attività sociali e umanitarie.
Secondo le linee guida per l’utilizzo dei fondi, i nuovi progetti vengono implementati in quattro aree principali: Diritti Umani, Educazione, Ambiente e Cultura.
Proseguendo il sostegno a progetti già attivi per la tutela dell’ambiente e il disarmo nucleare, nell’annualità 2025/2026 si rafforzeranno ulteriormente gli interventi legati all’educazione e ai diritti umani.

Giovani in azione per il clima

Abbiamo intervistato Roxani Roushas del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) di Roma, e coordinatrice del progetto “Youth4Climate” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Giovani tra i 18 e 29 anni provenienti da tutto il mondo elaborano progetti innovativi a sostegno delle sfide dell’emergenza climatica

Il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) è stato istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1966. Di cosa si occupa nello specifico il centro UNDP di Roma?

L’UNDP è la più grande agenzia delle Nazioni Unite che lavora per lo sviluppo sostenibile, la sede centrale è a New York ma abbiamo uffici in centosettanta paesi e territori.
La presenza così forte sul territorio ci permette di lavorare a stretto contatto con i governi.
Operiamo con la consapevolezza che le sfide dello sviluppo sostenibile sono complesse e per questo vanno affrontate in modo integrato, poiché sono tutte interconnesse.
Per quanto riguarda il Centro UNDP a Roma è una parte relativamente nuova, da qui gestiamo diversi programmi, tra questi Youth4Climate (giovani per il clima) che è un programma globale e finanziato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Gli altri programmi del Centro si focalizzano sul finanziamento climatico ed energetico, sempre in stretta collaborazione con il Governo italiano e con l’Africa come regione prioritaria.

Come è nato il progetto “Youth4climate” e quali sono i suoi obiettivi?

Nel 2021 il governo italiano – tramite il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica –in preparazione della Cop26 (ventiseiesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico), ha ospitato a Milano il “Youth4Climate Summit” (Summit di giovani per il clima) offrendo ai giovani da oltre 180 paesi l’opportunità di presentare idee e proposte concrete su alcune delle questioni più urgenti dell’agenda climatica.
Da questo incontro è emerso un documento, il Manifesto Youth4Climate, un piano per l’azione climatica.
Il governo italiano ha deciso di proseguire questo processo e ha avviato una partnership con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per sviluppare e lanciare l’iniziativa Youth4Climate. 
Dal 2023, il programma Youth4Climate, anche grazie al supporto dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana, ha già completato due cicli di una “Call for Solutions”, un invito a identificare, amplificare, supportare e far crescere le innovazioni climatiche guidate dai giovani. Questo programma interviene in uno spazio essenziale, quello di mettere i giovani innovatori in condizione di sviluppare le proprie idee in proposte concrete. È stato pertanto identificato dal Vertice G7 del 2024 come una best practice da seguire da parte dei governi del G7 per contribuire in modo tangibile a supportare il ruolo dei giovani come attori protagonisti nella lotta al cambiamento climatico. 100 giovani tra i 18 e i 29 anni e organizzazioni giovanili hanno ricevuto finanziamenti diretti fino a 30.000 dollari ciascuno per implementare i loro progetti vincitori del bando. I progetti finanziati fino ad ora si trovano in 52 paesi mentre l’iniziativa mira ad assegnare ulteriori finanziamenti attraverso la sua Call for Solutions del 2025, attualmente aperta: https://community.youth4climate.info/dashboard/call-solutions-2025.
Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo dei giovani come attori legittimi nel processo decisionale e nell’azione sul cambiamento climatico.

Per conoscere alcuni dei progetti finanziati in questo video girato durante l’evento Youth4Climate svolto al Politecnico di Torino nell’ottobre 2024: https://www.youtube.com/watch?v=U0pqrT2O0wk&t=8s.

Quanto è importante il ruolo dei giovani nella lotta al cambiamento climatico?

I giovani hanno tante, grandi idee e sono i più colpiti dai cambiamenti climatici. Eppure sono quelli che hanno meno sostegno politico e finanziario per realizzare le loro idee. Quindi il nostro obiettivo è quello di lavorare per colmare questa lacuna e dare riconoscimento, visibilità e risorse all’azione per il clima guidata dai giovani. Il nostro compito è anche quello di lavorare con i governi in ogni paese, e spingere affinché i giovani, le donne e le comunità indigene, siano inclusi nella progettazione e nell’attuazione dei piani che hanno stabilito i governi per contrastare il cambiamento climatico. 
Il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è estremamente importante e in linea con lo spirito con cui noi lavoriamo, perché abbiamo l’obiettivo condiviso di sostenere i giovani e combinare l’azione locale con il cambiamento globale. Essere in grado di presentare il proprio lavoro a una scena internazionale può avere un impatto enorme nella vita di questi giovani, e questo è anche un modo in cui combiniamo l’azione locale con la solidarietà globale.

Quali opportunità vengono offerte ai giovani selezionati per esprimere il loro potenziale?

Ci sono circa 1,5 miliardi di giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni nel mondo, quindi una grande fetta della popolazione globale.
Ma il 75% di questi giovani si trovano in paesi in via di sviluppo e subiscono ancora di più gli effetti del cambiamento climatico, come le emissioni di carbonio, l’inquinamento atmosferico e gli effetti sulla salute, sul lavoro e su ogni ambito della loro vita. I bambini e i giovani, infatti, sono i più vulnerabili. Nonostante questo, sono le persone più competenti in quest’ambito e quando i giovani partecipano a diverse conferenze internazionali, dimostrano tutte le loro competenze e conoscenze.
Oltre a finanziare completamente i progetti selezionati che propongono li supportiamo con un sistema di tutoraggio, attraverso consigli tecnici, ma anche sviluppo del business e altre esigenze che potrebbero dover affrontare. E poi offriamo loro visibilità e connessioni con altre persone, mettendoli in contatto con gli uffici nazionali di UNDP e con i partner con i quali collaboriamo. Inoltre, coinvolgiamo i giovani in tutto il processo decisionale, nella valutazione e nella selezione dei progetti per rendere la candidatura il più accessibile possibile. Forniamo anche supporto durante il processo di candidatura, in modo che possano sempre parlare con qualcuno riguardo la pianificazione del lavoro e il budget, perché a volte questa è la parte più complessa della progettazione di una proposta.

Come il progetto contribuisce alla giustizia climatica e alla costruzione di un futuro più sostenibile?

Contribuire alla giustizia climatica significa porre al centro i diritti umani in ogni decisione concernente il clima.
L’approccio per perseguire la realizzazione della giustizia climatica non riguarda solo i giovani, ma anche altri gruppi come le popolazioni indigene e le donne. La crisi climatica minaccia non solo la vita nel presente, ma anche i diritti umani delle generazioni future.
Investire sui giovani, sulle loro idee e potenzialità è già agire per la giustizia climatica, soprattutto dare loro la possibilità di poter presentare i propri progetti a prescindere dal tipo di formazione che hanno avuto o dal luogo in cui vivono. Inoltre, per contribuire alla giustizia climatica, nel processo di valutazione prendiamo in considerazione non solo l’impatto ambientale ma anche il potenziale impatto sulla comunità. Per fare un esempio concreto, uno dei progetti vincitori è nato in Bolivia, un paese in cui vi è un grande problema di sicurezza alimentare perché il cibo non è prodotto localmente e ci si affida alle consegne che provengono da altri paesi. Un gruppo di giovani ha realizzato un sistema per la coltivazione di ortaggi utilizzando l’acqua invece del terreno. Questi sistemi sono già presenti in molte scuole pubbliche della capitale e vengono utilizzati anche per realizzare dei progetti di educazione ambientale e migliorare la consapevolezza riguardo all’importanza di un’alimentazione sana e della sicurezza alimentare per i bambini e i loro familiari.  Da una parte il progetto garantisce che i bambini dispongano di cibo sano e locale, dall’altra di realizzare una maggiore consapevolezza.

C’è un incoraggiamento che vorrebbe dare ai giovani che vivono una sensazione di impotenza davanti alla crisi climatica?

Penso che sia normale sentirsi sopraffatti e ansiosi quando c’è così tanta incertezza nel mondo.
La cosa importante è trovare giovani che, condividendo questa preoccupazione, possano discutere di questi problemi. Riunirli e sviluppare delle soluzioni insieme. Questo può essere un ottimo modo per evitare di essere bloccati dalle preoccupazioni: quali soluzioni ci sono, quali hanno un maggiore impatto e come poterle adattare al contesto locale?
Vorrei dire ai giovani di tirare fuori il coraggio, di non aver paura di fallire e di sviluppare un pensiero critico.

Come firmare
Questo sito è registrato su wpml.org come sito di sviluppo. Passa a una chiave del sito di produzione per remove this banner.