Comunicato stampa – Violenza tra adolescenti, indagine ActionAid – Ipsos

Sono stati pubblicati i risultati dell’indagine sulla violenza tra pari, realizzata da ActionAid e Ipsos nell’ambito del progetto di ActionAid “Youth for love” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Per 4 giovani su 5 una donna può sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Ancora 1 su 5 crede che le ragazze possano contribuire a provocare la violenza sessuale se mostrano un abbigliamento o un comportamento eccessivamente provocante. Gli e le adolescenti italiane sono concordi su chi commette atti di violenza nel nostro paese: i ragazzi maschi, soprattutto se in gruppo, e gli uomini adulti che è possibile incrociare anche fuori da scuola. Quasi 1 su 3 sostiene che molte persone che si identificano come non binarie/ fluide/trans stanno solo seguendo una moda del momento. È quanto emerge dall’indagine “I giovani e la violenza tra pari” condotta da Ipsos per ActionAid su un campione rappresentativo di circa 800 ragazze e ragazzi tra i 14 e i 19 anni. La ricerca ha fotografato le opinioni degli adolescenti su cosa pensano sia violenza, come reagiscono e si difendono da essa e quanto influiscono stereotipi di genere e pregiudizi sul loro vissuto. Non c’è accordo generale su quali comportamenti siano violenti e quali no, a riprova che esiste un forte gap di percezione rispetto a dove si annida la violenza e le conseguenze che ne derivano.  

“I dati confermano quanto ActionAid osserva nelle scuole da anni e cioè la necessità di occuparsi di violenza oltre le forme di bullismo e cyberbullismo, che colpiscono soprattutto gli under 14. La violenza tra adolescenti ha le radici nella società patriarcale che ancora oggi influenza il processo di crescita delle nuove generazioni e non permette di sovvertire dalle fondamenta la cultura dello stupro” spiega Maria Sole Piccioli, Responsabile Education di ActionAid 

“La proposta del Ministro Valditara di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole superiori non può bastare: è necessaria una formazione obbligatoria co-progettata per docenti e studenti di tutti i cicli scolastici con personale esperto autonomo e laico, la presenza a scuola di tutor per la prevenzione e la gestione dei casi; vanno introdotti di codici anti-molestia, di bagni neutri e delle Carriere Alias. Chiediamo che il Ministero dell’Istruzione e del Merito trasformi in politiche concrete queste proposte: vogliamo l’integrazione del Piano nazionale di educazione al rispetto del 2017 e fondi stabili per spazi e supporto psicologico, che devono essere presenti in ogni istituto scolastico” continua Maria Sole Piccioli, Responsabile Education di ActionAid.   

Al centro delle richieste di ActionAid c’è un’educazione all’affettività e sessualità che non si concentri solo sugli aspetti biologici, ma anche su quelli psicologici, sociali ed emotivi, come raccomandato dall’Unesco e dall’OMS. 

I dati Ipsos: ma perché si diventa oggetto di violenza? Al primo posto della ricerca Ipsos realizzata con il supporto dell’IBISG -Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai vengono indicate le caratteristiche fisiche (50%), poi l’orientamento sessuale (40%) e l’appartenenza di genere (36%). Il primo danno indicato dal 27% degli intervistati, senza distinzione di genere, è il malessere psicologico, al secondo posto isolamento e depressione (21%) e al terzo posto disagio e vergogna (18%). Non sempre i ragazzi e le ragazze che subiscono una qualche forma di violenza poi la denunciano. Il motivo principale è la vergogna nel raccontarlo al mondo adulto, seguita dalla paura a dirlo e l’inutilità della denuncia, timore di ulteriori minacce da parte dell’aggressore. Nella fascia di età 17-19 anni si registra la più alta frequenza di atti violenti subiti, che può derivare da una maggior consapevolezza di quanto viene vissuto. 

Cosa è violenza? Per l’80% dei giovani, quattro su cinque, è violenza toccare le parti intime di qualcuno senza il loro consenso, mentre uno su cinque non riconosce questa violenza. Al secondo posto è considerata violenza picchiare qualcuno, comportamento che registra il 79% dei consensi, in assoluto quello più citato dai maschi. Al terzo posto, con il 78%, fare foto/video in situazioni intime e diffonderle ad altre persone, soprattutto per le ragazze con 84% delle citazioni.  

Chi la subisce? Sono le ragazze, più dei ragazzi, a vivere con maggior frequenza atti di violenza tra pari, in qualsiasi forma essa si manifesti: molto più spesso dei coetanei assistono a gossip, prese in giro, insulti, scherzi, esclusione di persone dai gruppi, a situazioni in cui le parti intime di una persona vengono toccate senza il suo consenso, alla diffusione non consensuale di foto e video di situazioni intime. Inoltre, le ragazze rischiano più spesso di ricevere molestie verbali mentre camminano per strada, di essere toccate nelle parti intime, di essere vittime di scherzi o commenti a sfondo sessuale e della diffusione di foto/video che le ritraggono in situazioni intime. I ragazzi invece rischiano principalmente di essere picchiati e le persone transgender/fluide/non binarie di venire insultate.  

IL PROGETTO NELLE SCUOLE CON GLI STUDENTI. “Youth for love”  è un programma attivo da oltre quattro anni a livello italiano e europeo, realizzato in Italia da ActionAid. Tra le scuole italiane protagoniste dell’ultima edizione ci sono l’istituto cine-tv Roberto Rossellini di Roma, il Centro di Formazione Professionale Paullo e l’istituto Oriani Mazzini di Milano. Youth For Love è attivo in altre 10 scuole tra Milano, Roma, Agrigento, Palermo, Siracusa e Reggio Calabria nell’attuale edizione realizzata attraverso i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

L’obiettivo è prevenire, individuare e affrontare la violenza tra pari e la violenza di genere nelle scuole superiori (14-18 anni). Del programma integrato di formazione, empowerment e peer to peer hanno fatto parte 2800 studenti, 600 tra insegnanti e personale scolastico, 60 genitori/tutori dell’istruzione e secondaria di primo e secondo grado. Altri 150 giovani, 320 tra attori locali e istituzioni sono stati impegnati in percorsi di coprogettazione di pratiche comunitarie per prevenire e gestire la violenza e attività di advocacy nazionale. Intorno a tre milioni le persone coinvolte attraverso campagne online e un webgame interattivo dedicato agli adolescenti.  

Per approfondire leggi il comunicato stampa di ActionAid

Ognuno di noi può fare la differenza

Abbiamo intervistato alcune rappresentanti della ONG ACRA nell’ambito del progetto “Climate change? We act the change” finanziato per il secondo anno con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Lo scopo del progetto è accompagnare le giovani generazioni a rafforzare la propria coscienza ambientalista e il ruolo di protagonista nel proporre soluzioni concrete per contrastare il cambiamento climatico.

Quanto è in continuità il nuovo progetto con il progetto “Climate Change? Claim The Change!” recentemente conclusosi?

Risponde Dolma Bornengo, responsabile Partnership e Fundraising di ACRA
Il primo progetto “Climate Change? Claim the Change!” sostenuto con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato realizzato nell’immediato contesto post pandemico e rispondeva all’urgenza dei giovani di incontrarsi, motivarsi e mettersi in rete rispetto ai temi legati ai cambiamenti climatici e alla coscienza ambientale.
Il nuovo progetto raggiunge gli stessi gruppi, in più regioni italiane: docenti, studenti e giovani attivisti e attiviste, e lo fa rinnovando le metodologie che abbiamo trovato efficaci nell’esperienza maturata con la scorsa edizione.
Grazie ai corsi per docenti forniamo innovazioni didattiche, strumenti e metodologie, per aiutarli a trasmettere i concetti legati al cambiamento climatico e alla tutela ambientale. La loro formazione è molto importante perché ognuno gestisce più classi a cui trasmetterà quanto raccolto.
Nel lavoro con gli studenti trasmettiamo loro metodi pratici per ridurre il proprio impatto ambientale nelle attività quotidiane. Il tutto attraverso metodologie di didattica inclusiva e innovativa, come il teatro o l’outdoor education.
L’ultimo gruppo a cui si rivolge il progetto è quello dei giovani attivisti. Grazie al lavoro con loro raccogliamo le buone pratiche ed esperienze territoriali che affrontano il concetto di cambiamento climatico a partire dalla piccola scala. È stato istituito il bando “sfide ambientali” che ci ha consentito di mappare, da nord a sud, più di 100 realtà di giovani riunitisi in associazioni che affrontano ciascuno con il proprio punto di vista e approccio il contrasto ai cambiamenti climatici.
Anche in questa edizione ci sarà un momento finale, un campus residenziale, che permetterà ai giovani di incontrarsi e mettere in rete le proprie esperienze e buone pratiche. Tutto questo crea massa critica e rafforza sia la motivazione, sia l’impatto delle proprie soluzioni ambientali.
Con la prima edizione del progetto abbiamo formato oltre 100 docenti, raggiunto più di 1400 studenti e accompagnato 140 giovani su scala nazionale nell’attuare le loro soluzioni ambientali.
Il nuovo progetto si propone di rinnovare questi obiettivi e risultati con la formazione di oltre 100 docenti, arrivare ad ancora più studenti e coinvolgere i giovani attraverso un nuovo bando
“Sfide ambientali” raggiungendone circa 150.
Le persone che vengono coinvolte in maniera indiretta nel progetto sono molte di più: l’impatto di ogni attività avrà a cascata un beneficio sulle comunità in cui si realizzano.

C’è un messaggio che desidera dedicare ai giovani che hanno perso la speranza di poter agire per contrastare la crisi climatica o vivono una situazione di forte ansia legata al futuro del pianeta?

Quello che vorrei dire ai giovani, a nome di ACRA, è di confrontarsi con i propri coetanei che stanno già facendo molto per contrastare i cambiamenti climatici, affrontando le cause e le soluzioni che possono essere messe in atto. Grazie al bando “Sfide ambientali” abbiamo raccolto numerose proposte di piccole associazioni e gruppi giovanili che stanno già facendo molto su piccola scala.  È bello vedere cosa ognuno di noi può fare, insieme agli altri, per tutelare quotidianamente l’ambiente e ridurre il proprio impatto. Quindi ciò che noi consigliamo è di partire dal proprio territorio e impatto locale, per sviluppare su piccola scala la consapevolezza che ognuno di noi può fare la differenza!

Il progetto è finalizzato ad accompagnare le nuove generazioni nell’acquisizione e nel rafforzamento di una coscienza ambientalista e del proprio ruolo da protagonisti per contrastare il cambiamento climatico.
Cos’è per ACRA l’educazione alla cittadinanza globale e in che modo può contribuire alla formazione delle nuove generazioni?

Risponde Giulia Zivieri, Coordinatrice Area Educazione – Settore Italia Europa in ACRA
L’educazione alla cittadinanza globale è un approccio che mette al centro le persone come protagoniste del cambiamento, partendo dalla realtà che le circonda e mantenendo al contempo un’attenzione all’interdipendenza a livello globale.
Con ACRA cerchiamo di tradurre l’educazione alla sostenibilità ambientale per i ragazzi e le ragazze in una proposta in cui loro siano davvero protagonisti del cambiamento in prima persona, guardando cosa possono fare a livello territoriale e sapendo che i loro comportamenti e il loro agire a livello locale hanno un significato a livello globale. 
In questo modo il cambiamento del singolo, i comportamenti individuali, vengono inseriti in un sistema più ampio che riguarda le politiche e l’essere cittadini e cittadine attive. In tal modo i giovani vengono aiutati a scoprire quali competenze e conoscenze possono arricchire e implementare per migliorare sempre di più, guardando al futuro.

Una parte del progetto riguarda i corsi per docenti su agroecologia e su metodologie innovative collegate agli Obiettivi di sviluppo sostenibile che renderanno i docenti autonomi nel proporre percorsi di avvicinamento a queste. Quale impatto prevedete che avranno queste azioni?

I nostri corsi non hanno solo l’obiettivo di fornire conoscenze e dare informazioni, ma di supportare i docenti e le docenti offrendo strumenti per arricchire la propria didattica a partire dal curriculum standard di cui già si occupano quotidianamente.
Il fulcro dei corsi è la sostenibilità ambientale, l’agroecologia, e l’obiettivo è riuscire ad affrontarla in maniera trasversale, interdisciplinare.
I percorsi scolastici si sviluppano sia in modo verticale per accompagnare gli studenti nella crescita dal primo all’ultimo anno del ciclo di studi, sia in modo orizzontale tra le varie discipline.
Nei nostri corsi, i docenti mettono a confronto le loro esperienze e buone pratiche, soprattutto nell’ottica di intrecciare ciò che avviene dentro la scuola con l’esterno.
Parliamo di comunità educante quando ci chiediamo cosa può offrire il territorio alla scuola, cosa la scuola sta costruendo insieme ai propri studenti e studentesse e che contributo può portare al territorio.

Quanto è importante favorire una rete tra i giovani attivisti e condividere buone pratiche già in atto nei territori?

Risponde Elena Muscarella, Project Manager – Programmi Italia-Europa in ACRA
La messa in rete di associazioni giovanili che promuovono iniziative di sostenibilità ambientale a livello locale è molto importante e strategico, perché può aiutare a influenzare le politiche a livello locale.
Nella nostra esperienza, abbiamo visto che molto spesso le ragazze e i ragazzi propongono iniziative puntuali legate a bisogni reali, che nascono dalla volontà di produrre un cambiamento sul proprio territorio e migliorare situazioni sulle quali spesso c’è poca consapevolezza da parte degli altri attori.
È fondamentale avere un atteggiamento di ascolto nei loro confronti, facilitando la possibilità di conoscersi reciprocamente e mettersi in rete. Nei territori, anche se differenti per situazione geografica, per contesto sociale o localizzazione, vengono proposte iniziative molto simili in termini di obiettivi da raggiungere.

Nell’ambito del progetto può condividere una testimonianza particolarmente significativa?

Grazie al supporto dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai abbiamo potuto sostenere un’iniziativa che per noi è particolarmente innovativa in termini di incisività, che è quella dell’Associazione Cosmonauti di Piacenza. È un’associazione giovanile che nasce per far dialogare due mondi che apparentemente sembrano lontani: l’agricoltura e l’inclusione sociale di persone con disturbo dello spettro autistico.
L’associazione ha preso in carico la gestione di uno spazio che prima era abbandonato ora adibito a orto comunitario, grazie anche al supporto del Comune di Piacenza. In poco tempo il progetto di agricoltura sociale è diventato un progetto di educazione diffusa per le scuole del territorio.
Nell’orto, infatti, l’Associazione propone anche dei laboratori didattici per bambini e bambine della scuola primaria, creando così dei ponti tra scuola e territorio.

Insieme per ricostruire i sogni dei giovani

Nell’ambito del progetto “Giovani neet per la sostenibilità” abbiamo intervistato Simona Fernandez, presidente dell’Associazione Salam e Sadat, un giovane beneficiario degli interventi. Il progetto ha l’obiettivo di creare opportunità di formazione e lavoro, che tutelino l’ambiente e promuovano un’economica etica, destinate ai giovani NEET dell’Appennino teramano.

Il progetto “Giovani neet per la sostenibilità” coinvolge i giovani, tra i 15 e i 29 anni, che non lavorano e non studiano al fine di sviluppare competenze che riguardano attività profondamente radicate nel territorio e attente alla tematica ambientale. Come nasce e in cosa consiste il progetto?

Il progetto intende creare tre filiere produttive sostenibili, una mellifera, una per l’elicicoltura e una casearia, in cui i giovani NEET verranno formati e inseriti lavorativamente.
L’idea è nata a seguito dei terremoti e delle grandi nevicate che hanno interessato le zone soprastanti l’Isola del Gran Sasso e il conseguente spopolamento.
Soprattutto per i giovani ci sono molte difficoltà a coltivare delle prospettive lavorative e a individuare le potenzialità presenti sul territorio.
Questi territori da sempre sono votati prevalentemente all’agricoltura e alla pastorizia, ma cercare di inserire un giovane – tra i pochi che ci sono – all’interno di tali contesti non è facile, perché loro si vedono più proiettati nelle grandi città in contesti di consumo, economia e marketing.
Il progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai parla infatti di riattivazione.
Le calamità naturali che hanno colpito la zona non solo hanno distrutto le infrastrutture ma anche la capacità dei giovani di vedere questo territorio come il proprio territorio.
Ci piace usare come metafora l’inserimento delle duecento api fatto grazie al progetto. Sappiamo che il lavoro delle api non è solo il miele, ma innanzitutto l’impollinazione, che è vitale per la rinascita del territorio.
Uno degli obiettivi del progetto è favorire la creazione di una rete in cui le esigenze dei piccoli produttori possano incontrare quelle dei giovani NEET e dei consumatori, nell’ottica di integrare, riattivare, ridurre gli sprechi e ottimizzare le materie prime. Inoltre, i prodotti delle filiere sono diffusi in punti vendita locali e sul sito e-commerce appositamente creato.
Riattivare un senso di comunità all’interno di un territorio come questo non è facile ma è sicuramente il lavoro più importante che possiamo fare. Abbiamo messo insieme circa 35 NEET che comprendono ragazzi e ragazze, migranti e italiani.
Inoltre, grazie ai fondi 8×1000 della Soka Gakkai e alla collaborazione con l’Università di Teramo, al fine di acquisire delle conoscenze in ambito agricolo, sono stati attivati dei corsi universitari in veterinaria, biotecnologie in ambiente agricolo e per la trasformazione degli alimenti.

Voi lavorate a stretto contatto con tanti e tante giovani che grazie al progetto trovano nuove speranze per il loro futuro. Quali sono gli ostacoli che riscontrate maggiormente e che minano la motivazione dei giovani? Come incoraggiarli quando non hanno prospettive per il futuro?        

Il progetto supporta uno sportello di ascolto affiancato da uno psicologo. Spesso i giovani, sia italiani che stranieri, arrivano allo sportello insoddisfatti perché hanno tentato varie volte di realizzare un loro sogno lavorativo, e talvolta per motivi economici, talaltra per la poca volontà delle famiglie di accogliere il loro sogno, si sono ritrovati ad un certo punto a screditarlo e ad abbandonarlo… da qui, anche l’amarezza di sentirsi inadeguati.
In questi casi non basta semplicemente una pacca sulla spalla.
Il progetto prevede la disposizione di doti da utilizzare per i giovani che, a seguito dei colloqui, ritrovano la motivazione per intraprendere percorsi di formazione in qualsiasi ambito, la ripresa degli studi universitari o l’avvio di un’attività commerciale. 
Per i casi più delicati c’è una presa in carico molto più profonda, fatta con l’assistente sociale. Alcuni migranti ad esempio giungono qui mandati dalle famiglie per motivi economici e qualsiasi lavoro è quello giusto. Trovano lavori in ambito agricolo dove trovano molto sfruttamento e poca dignità.
La persona non è semplicemente una macchina che lavora, quando ci sono l’amore e il rispetto per quello che si fa, la persona è capace di attivarsi a un livello più profondo e far emergere nuove risorse interiori e potenzialità inespresse fino a quel momento.
Il fatto che giovani NEET abbiano l’opportunità di studiare, significa riconoscere a quella persona delle aspettative di vita che vanno oltre “il raccogliere pomodori” immaginando che possa diventare un veterinario o un ingegnere dell’agricoltura, se lo desidera… purtroppo la discriminazione è anche il non riconoscere l’altro come portatore di valori e di conoscenze.

INTERVISTA A SADAT – GIOVANE BENEFICIARIO DEL PROGETTO

Mi chiamo Sadat, ho 23 anni e vengo dall’Afghanistan, mi interessano molto i temi legati all’agricoltura sostenibile che qui posso studiare e approfondire.
Grazie al progetto frequento un corso per migliorare la lingua italiana e sto studiando all’Università di Teramo, per me è una grande opportunità. Contemporaneamente, il progetto mi dà la possibilità di mettere in pratica ciò che studio ad esempio imparando a fare il miele o il formaggio, accumulando esperienza e acquisendo più fiducia in me stesso. Sento che sto cambiando pian piano le mie prospettive di vita.
Ho avuto un’esperienza precedente in Afghanistan, dove ho studiato per due anni Economia applicata all’agricoltura e anche lì avevamo una parte pratica.
Quando tornerò in Afghanistan condividerò i nuovi metodi di agricoltura che sto imparando, che sono diversi da quelli che usiamo noi. Il mio desiderio è riuscire a condividere l’esperienza che stiamo realizzando qui, affinché sia replicabile in altri contesti. 
Fin dalla prima volta che sono venuto qui desideravo imparare qualcosa per poi tornare nel mio Paese e condividere tutte le mie idee e i risultati. Come ho detto prima, in Afghanistan abbiamo un’agricoltura tipica, molto antica e tradizionale. Vorrei veramente ringraziare l’Associazione Salam e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai per questa occasione.

Puoi destinare il tuo 8×1000 all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

È possibile destinare l’8×1000 dell’IRPEF all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, come previsto dall’art. 18 L. 130/2016, con apposita sottoscrizione nella dichiarazione dei redditi (Certificazione Unica, Modello 730 o Modello Unico). 
Nella sezione dedicata alla scelta del destinatario del proprio 8×1000, è sufficiente selezionare la casella corrispondente; non viene richiesto il codice fiscale del destinatario.

Abbracciando il valore dell’umanesimo buddista come principio ispiratore, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, in coerenza con la delibera del Consiglio Nazionale del 2 ottobre 2016, ha deciso di destinare l’8×1000 a sostegno di attività sociali e umanitarie.

Sulla base degli indirizzi di programmazione per l’utilizzo dei fondi 8×1000 del 2023, le aree di intervento su cui verranno orientati lo sviluppo e il finanziamento dei nuovi progetti sono: Diritti Umani, Educazione, Ambiente e Cultura.

Mantenendo una forte attenzione ai princìpi guida della Soka Gakkai, sono stati individuati come obiettivi prioritari l’educazione ai diritti umani, la tutela dell’ambiente e il disarmo, con particolare attenzione alle fasce sociali più fragili e alla creazione di reti di solidarietà.

Comunicato Stampa — ActionAid e Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Prevenire e contrastare la violenza di genere tra adolescenti: ActionAid e l’Istituto Buddista italiano Soka Gakkai lanciano il progetto Youth for Love Italia. Il progetto si rivolge a 300 studenti e 100 docenti e rappresentanti delle istituzioni ed è attivo nelle scuole di Calabria, Lazio, Lombardia e Sicilia offrendo percorsi di sensibilizzazione e rafforzamento delle competenze per contrastare bullismo e violenza fra pari.

I fenomeni di violenza tra pari, online e offline, colpiscono spesso soggetti più vulnerabili e a rischio discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale, del genere, di vulnerabilità fisiche o cognitive e delle origini. La violenza – anche quella giovanile – può assumere molte forme, tra cui quelle fisica, verbale, psicologica e sessuale.  

Con l’obiettivo di offrire percorsi di sensibilizzazione e di rafforzamento delle proprie competenze a studenti, docenti e personale scolastico, ActionAid in collaborazione con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai lancia Youth For Love Italia, un progetto che nel corso di un anno coinvolgerà le scuole secondarie di I e II grado di Calabria, Lazio, Lombardia e Sicilia. Attraverso la metodologia del Whole School Approach, che punta a rafforzare gli spazi di partecipazione nella scuola per migliorare il benessere e la salute degli studenti richiamando alla responsabilità educativa ogni soggetto della comunità scolastica ed educante, più di 300 studenti e oltre 100 tra docenti e rappresentanti delle istituzioni saranno chiamati ad apprendere nuovi modi e strategie per affrontare, gestire e prevenire la violenza fra i giovani. Inoltre, gli studenti delle scuole coinvolte potranno sperimentare ambienti e modalità di apprendimento partecipativi e innovativi per rafforzare le loro competenze individuali.  

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce la violenza giovanile come un importante problema di salute pubblica. Secondo i dati della piattaforma ELISA, strumento di monitoraggio finanziato dal MIUR, nel 2021-22, il 22,3% degli studenti ha dichiarato di essere stato vittima di bullismo mentre il 18,2% ha preso attivamente parte a episodi di bullismo verso un compagno o una compagna. L’8,4% di studenti e studentesse ha subito episodi di cyberbullismo. Il 7% risulta aver subito prepotenze a causa del proprio background etnico, il 6,4% di tipo omofobico, mentre il 5,4% risulta aver subito bullismo per una propria disabilità. 

“Gran parte di questi fenomeni spesso non emerge e resta all’oscuro della scuola e dei docenti. La sfida che portiamo avanti con Youth for Love Italia è quella di prevenire e combattere la violenza in tutte le sue forme aiutando proprio i giovani e i loro insegnanti a riconoscere determinati segnali e a intervenire facendo emergere e lavorando sulle cause profonde dei comportamenti discriminatori, del bullismo e della violenza nelle sue diverse forme in modo da poterli affrontare non in modo punitivo ma nell’ ottica di rispetto dei diritti e anche della privacy di ogni studente” dichiara Maria Sole Piccioli, Responsabile Education di ActionAid.  

“L’educazione è tra i valori fondanti della nostra organizzazione e ricopre un ruolo fondamentale nel nostro operato. Il buddismo la intende come una forza trasformativa capace di liberare le persone dal senso di impotenza e sfiducia, facendo emergere e valorizzando il potenziale positivo insito in ognuna. Siamo dunque felici di poter sostenere un’azione educativa di così ampio raggio, che parte dalle giovani generazioni ed è in grado di contribuire alla costruzione di un futuro libero da ogni forma di violenza” afferma Valerio Baci, membro della Commissione 8×1000 dell’IBISG. 

Youth For Love Italia è realizzato attraverso i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e si ispira al progetto più ampio che ActionAid implementa in partenariato dal 2019, attraverso un programma educativo integrato nelle scuole superiori di quattro Paesi europei (Italia, Grecia, Belgio e Romania) e punta a creare percorsi di sensibilizzazione ed empowerment differenziati per target, aumentare consapevolezza e competenze al fine di prevenire e contrastare la violenza tra pari e di genere nella scuola e sul territorio, ponendo al tempo stesso le basi per una co-progettazione a livello territoriale che coinvolga e renda protagonisti di azioni peer to peer gli adolescenti e la comunità educante. 

Comunicato Stampa — Save the Children e Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Povertà: Save the Children, in Italia aumentano le disuguaglianze educative. Le famiglie meno abbienti aumentano le spese per l’abitazione e riducono l’investimento nell’istruzione dei propri figli. L’Organizzazione ha supportato le famiglie con percorsi educativi personalizzati messi in campo grazie al progetto “DOTi” realizzato con il contributo dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il 38,6% delle doti è stato finalizzato per assicurare a bambine/i e adolescenti il diritto allo studio, più di 1 su 20 per la frequenza di corsi professionali o l’acquisto di divise necessarie.

In Italia, la povertà economica delle famiglie ha un forte impatto anche sui percorsi educativi di bambine, bambini e adolescenti. Nel nostro Paese, infatti, la spesa delle famiglie per l’istruzione è in media molto bassa ed in diminuzione negli ultimi anni, in particolare nei quintili più poveri della popolazione e nelle regioni del Sud. Una famiglia con minore capacità di spesa (cioè appartenente al quintile con reddito più basso) e residente nel Mezzogiorno, ad esempio, spende in media circa 5 euro al mese per costi legati all’ istruzione dei figli, a fronte dei 33 spesi da una famiglia che vive nella stessa area, ma appartiene al quintile più ricco della popolazione. La forbice nei consumi educativi tra le famiglie di diverse condizioni economiche si allarga nelle regioni del Nord, dove a fronte di una quota di spesa destinata all’istruzione pari allo 0,6% del totale tra le famiglie in condizioni economiche più deprivate, tale valore raggiunge il 2,2% per quelle più abbienti[1], come emerge dalle elaborazioni di Save the Children su dati ISTAT.

L’Organizzazione sottolinea come il tema della crescita delle diseguaglianze educative sia legato anche all’aumento dell’inflazione degli ultimi due anni che ha generato un aumento dei prezzi al consumo soprattutto per i beni alimentari e i prodotti energetici. 

Dai dati, risulta evidente che gli aumenti dei prezzi di alcuni beni e servizi hanno determinato un cambiamento in alcune voci di spesa delle famiglie, indicando un aumento delle disuguaglianze educative. Ad esempio, nel Mezzogiorno le famiglie con minore capacità di spesa hanno ridotto la quota destinata ai prodotti alimentari (passata dal 33% al 31,5%) e aumentato quella destinata alle spese dell’abitazione (dal 39,5% al 41,2%), mentre la quota destinata all’istruzione, che era già la più bassa nel 2020, è diminuita ulteriormente nel 2021, passando dallo 0,5% del totale allo 0,37%. Anche le famiglie meno abbienti nel Nord del Paese hanno ridotto la quota della spesa per l’istruzione, che è passata dall’1,06% del totale allo 0,57%.. Nel Nord, invece, le famiglie appartenenti al quintile più alto hanno sì ridotto le spese per alimentazione e aumentato quelle per abitazione e consumi energetici, ma hanno anche aumentato la quota di spesa destinata all’istruzione[2].

Tali dati assumono un significato particolarmente importante se si considera che il tasso di minori in povertà assoluta in Italia è quasi triplicato negli ultimi 10 anni, raggiungendo il picco del 14,2% (quasi 1,4 milioni di minori). Inoltre, la povertà materiale incide anche sull’apprendimento dei più piccoli ed è spesso una delle cause determinanti dell’abbandono precoce dei percorsi scolastici.  C’è, infatti, una forte correlazione tra condizioni di povertà familiare e mancato raggiungimento di livelli di apprendimento adeguati, come emerge dai dati Invalsi[3].

Come sottolinea Save the Children, la necessità di sostenere i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti per scongiurare il rischio che la povertà materiale delle famiglie porti all’abbandono precoce degli studi, si fa ancora più forte se si considera l’impatto dell’inflazione e del carovita sui nuclei familiari.

Per contrastare questo fenomeno e assicurare a tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti la possibilità di apprendere e di far fiorire i propri talenti e le proprie aspirazioni, l’Organizzazione ha promosso, grazie al sostegno dell’Istituto Buddista Italiano, il progetto “DOTi – Diritti ed Opportunità per Tutte e tutti”, attraverso il quale duemila minori, dal 2020 al 2023 riceveranno una “dote educativa”. Le doti già erogate, da ottobre 2020 a dicembre 2022, sono 1430[4].

Le doti educative, ideate e sviluppate all’interno del programma Illuminiamo il futuro di Save the Children, presso i Punti Luce, consistono in un intervento personalizzato di sostegno rivolto a bambine, bambini e adolescenti che vivono in situazioni di grave svantaggio socio-economico. In concreto, la dote educativa fornisce beni o servizi ai minori che si trovano in condizioni certificate di fragilità e vulnerabilità socio-economica, attestate dai servizi sociali e dalla scuola. La peculiarità dell’intervento è data dalla capacità di intercettare il bisogno specifico e rispondere allo stesso in maniera puntuale, generando un meccanismo virtuoso capace di rafforzare la resilienza di ciascun beneficiario. Ogni dote viene assegnata a seguito di un patto educativo sottoscritto dal minore e dalla famiglia.

L’analisi delle doti erogate nell’ultimo anno, restituisce un quadro delle gravi difficoltà che affrontano le famiglie nel garantire ai propri figli le opportunità educative, di istruzione e/o semplicemente di socializzazione indispensabili per il loro sviluppo.

Delle oltre 1400 doti, già erogate, emerge che il 38,6% delle doti è stato finalizzato per assicurare a bambine/i e adolescenti il diritto allo studio. In particolare, le doti sono state necessarie per l’acquisto dei libri scolastici (con una media di 315 euro di spesa), per l’accesso alla mensa (con una media di 111 euro). Il 6,5% delle doti ha consentito a ragazzi e ragazze a rischio di dispersione scolastica, di accedere a corsi di formazione professionale che altrimenti non avrebbero potuto frequentare, a causa dei costi per le rette o per le divise professionali che hanno costi variabili dai 400 agli 800 euro (che arrivano fino ai 1.650 euro se si vuole frequentare corsi specializzanti come quello da  saldatore)  Non meno rilevante, evidenzia Save the Children, il sostegno assicurato tramite le doti alla realizzazione di attività extrascolastiche fondamentali per la crescita e spesso precluse a troppi bambine e bambini a causa di costi elevati, tra cui  l’accesso ad attività sportive.

“Il progetto DOTi, realizzato grazie al contributo dell’8Xmille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dimostra come un investimento personalizzato in campo educativo produca degli effetti concreti nel ridurre i rischi di dispersione scolastica e nel promuovere i talenti delle bambine, dei bambini e degli adolescenti che vivono in contesti più svantaggiati. I dati ci dicono quanto sia necessario, in questo momento di difficoltà economica, un intervento immediato da parte delle Istituzioni per assicurare gratuitamente  le forniture scolastiche fondamentali a tutti i bambini e agli adolescenti, a partire dai territori maggiormente deprivati, per garantire il loro diritto all’istruzione e per ridurre le disuguaglianze e il rischio di esclusione sociale” sottolinea Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Childrenl’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine e garantire loro un futuro.

Crediamo fortemente nel valore di questo progetto — afferma Anna Conti, vicepresidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai  — che valorizza bisogni e desideri delle generazioni più giovani e a partire da questi coinvolge, attraverso cerchi concentrici sempre più ampi, le loro famiglie e la comunità educante, arrivando infine a portare valore all’intera comunità. In questo modo, quello che poteva sembrare solamente un sogno diventa un vero e proprio strumento di empowerment. Ciò è perfettamente in linea con i valori fondanti della Soka Gakkai in quanto organizzazione buddista basata sulla pace, la cultura e l’educazione.

Come sottolinea Save the Children, le doti non solo contribuiscono a contrastare la povertà educativa e materiale, ma forniscono a bambine, bambini e adolescenti gli strumenti necessari per sviluppare i propri talenti e sentirsi al pari con gli altri anche attraverso l’acquisizione di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Ne è un esempio la storia di Federico* che proviene da un contesto deprivato dove è lui il punto di riferimento di sua madre e sua sorella, Federico aveva bisogno di tornare alla sua dimensione di adolescente, schiacciata da tante, troppe responsabilità. Federico è stato beneficiario di una dote che include il materiale didattico necessario per seguire le lezioni scolastiche e i laboratori di cucina, nell’istituto alberghiero che frequenta. “Mi sono sentito per la prima volta parte della classe e non un macellaio a causa di un vecchio camice che la mamma aveva riadattato come meglio poteva”, ha raccontato il ragazzo allo staff dell’Organizzazione.

Oppure Lea*, che frequentava in modo discontinuo e problematico un istituto professionale quinquennale e che ha deciso da un paio di anni di iscriversi a un corso professionale per acconciatore e la scuola le ha chiesto di acquistare dei libri ed un kit di articoli professionali troppo costoso per la sua famiglia. Lea, grazie alla dote educativa, ha concluso il suo corso ed oggi ha iniziato uno stage presso un salone di parrucchiere, dove si è integrata con lo staff, iniziando il suo percorso professionale.

“Queste storie testimoniano come le doti educative cambino non solo la quotidianità di bambine bambini, ragazze e ragazzi, ma anche la prospettiva a lungo termine, infondendo autostima e fiducia nel futuro. Stimolano la voglia di impegnarsi e di realizzarsi al di là della situazione familiare o del contesto di partenza” conclude Raffaela Milano.

I partner implementatori del progetto “DOTi” sono: AppStart Cooperativa Sociale Onlus, Associazione Get Up, Associazione Inventare Insieme Onlus, Associazione Laboratorio Zen Insieme, Cooperativa Antropos Onlus, Cooperativa Santi Pietro e Paolo, Cooperativa Sociale Comunità del Giambellino, CSI Catania, Associazione Futuro Domani.

[1] Fonte: Elaborazioni Save the Children su dati ISTAT 2021

[2] Cfr. Nota 4

[3] https://invalsi-areaprove.cineca.it/docs/2022/Rilevazioni_Nazionali/Rapporto/Rapporto_Prove_INVALSI_2022.pdf Il Rapporto INVALSI del 2022, ad esempio rileva come il vantaggio medio per gli allievi della scuola media che provengono da una famiglia socialmente favorita è di 8,3 punti.

[4] Il progetto è stato implementato in 9 regioni italiane, nello specifico sui territori di: Brindisi, Catania, L’Aquila, area della Locride, Milano, Palermo, Potenza, Prato, Roma, Udine.

A lavoro per l’inclusione

Abbiamo intervistato Samantha Lentini, presidente dell’associazione La Rotonda, per parlare insieme del progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Voi siete tra i vincitori del bando “Giovani NEET” promosso con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Come nasce e in cosa consiste il progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione”? 

Il progetto In & Aut nasce dall’osservazione di un bisogno: quello di portare allo scoperto ragazzi e ragazze che sono una grande risorsa per il nostro Paese e per loro stessi, creando dei percorsi di inclusione in cui ciascuno di loro può dare il massimo.
In questa ottica abbiamo individuato due gruppi di giovani che ancora non stavano ricevendo una risposta adeguata: i ragazzi con autismo e quelli con fragilità in senso lato. Quella fragilità che sfugge anche agli inquadramenti, perché non sono così gravi da essere considerati disabili ma non sono neanche così capaci per poter accedere in autonomia a percorsi lavorativi.
Il primo passo è stato creare una modalità di accesso affinché questi ragazzi fossero innanzitutto individuati ‒ impresa non facile ‒ e poi costruire una rete di aziende che potessero ospitarli. 
Successivamente abbiamo organizzato il primo festival nazionale che ha dato luce alle pratiche di inclusione lavorativa per le persone con autismo e disabilità. 
Grazie al festival In & Aut abbiamo percepito tutta l’importanza del progetto, non solo per le aziende perché hanno avuto la possibilità di toccare con mano la valenza di una persona disabile o con fragilità inserita nel lavoro, ma anche per le famiglie perché finalmente si sono sentite ascoltate.

Stiamo vivendo un periodo complesso, anche per quanto riguarda l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, in particolare in quei contesti di povertà multidimensionale in cui il progetto si inserisce. Quali sono le principali difficoltà per i giovani che hanno vulnerabilità fisiche e/o mentali?

Per i giovani, soprattutto con fragilità, è sempre più complicato approcciarsi al mondo del lavoro ma è proprio nel contesto di povertà come quello in cui ci troviamo in cui è fondamentale investire su questo aspetto. 
Ai giovani viene chiesto sempre meno cosa desiderano fare da grandi e l’orizzonte nell’ambito del desiderio si è un po’ appiattito rispetto al bisogno effettivo che c’è di lavorare.
Il progetto In & Aut che abbiamo promosso insieme, grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha consentito di dare delle risposte concrete. 
Alle aziende che abbiamo formato per poter includere i ragazzi con fragilità, è stato chiesto di individuare delle mansioni che ancora non avevano all’interno dei loro contesti. Tra le mansioni più importanti che hanno identificato non c’erano solo quelle di natura tecnica ma che richiedevano delle soft skill (competenze di natura comportamentale e relazionale) che in genere i ragazzi con fragilità portano all’interno dei contesti lavorativi. 
I ragazzi con la sindrome di Asperger ad esempio, hanno una grande sensibilità da mettere a disposizione dell’azienda, un’attitudine al lavoro continuativo e collegano la loro mansione all’obiettivo da raggiungere… finché non lo raggiungono danno il massimo. 
Le aziende hanno ricevuto un grande valore aggiunto dalla loro inclusione e questa ci sembra una modalità importante che vorremmo modellizzare, facendola diventare un nuovo modo di approcciarsi al lavoro non solo per i giovani ma per le aziende in generale.

 

Nel 2022 nell’ambito del progetto In & Aut. A lavoro per l’inclusione promosso con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, si è tenuto il primo festival italiano dedicato all’inclusione sociale e al lavoro delle persone autistiche. Quale impatto avete evidenziato a seguito di questo importante evento? 

Durante i tre giorni di In & Aut Festival c’è stata un’onda positiva che si è diffusa da Milano in tutta Italia. Si è avuto un grandissimo impatto mediatico e una capacità di includere non soltanto gli addetti ai lavori o le famiglie di ragazzi autistici, come spesso capita in questi contesti, ma soprattutto le istituzioni nazionali.
Hanno partecipato la presidente del Senato, il presidente e la vicepresidente della Regione Lombardia, il sindaco di Milano e tanti altri sindaci, a significare che questo è un tema trasversale. 
Quando l’Italia potrà dire di aver affrontato questo tema trasversale, avremo fatto un passo di civiltà di avanzamento per tutti. 
Sono stati approfonditi i temi dell’inclusione al lavoro attraverso la voce diretta di chi fa inclusione al lavoro, dal terzo settore ai genitori che, non trovando risposta nei percorsi istituzionali, hanno provato a dare una loro risposta al problema.
Esperti nel settore hanno portato lo stato di avanzamento della scienza nella comprensione di questo diverso modo di funzionare delle persone. Perché l’autismo non è semplicemente una disabilità, è proprio un altro modo di funzionare.
L’onda d’urto ha coinvolto aziende e multinazionali insospettabili che fino a quel momento non avevano mai affrontato il tema dell’autismo. 
Quelle giornate hanno consentito a ciascuno, secondo il proprio punto di vista, di comprendere che possiamo fare la differenza. A esempio, oggi è in atto la legge Comincini che consente alle aziende start up che includono persone con autismo al lavoro di avere una serie di sgravi contributivi e consente alla persona disabile di conservare la pensione di invalidità che normalmente, quando trova lavoro, viene cancellata. Questa è stata un’importante svolta dal punto di vista normativo e il festival ha sicuramente contribuito ad accelerarlo. 
L’onda d’urto di questo festival continua tuttora nelle aziende perché hanno potuto beneficiare di una formazione.

Come presidente dell’associazione La Rotonda è stata testimone di numerose esperienze virtuose, cosa consiglierebbe a quei giovani che hanno perso la speranza di diventare autonomi dal punto di vista economico e abitativo? 

Il consiglio che darei alle famiglie che talvolta si sentono sole è che ci sono delle esperienze virtuose che stanno nascendo, in parte anche grazie al festival, perché stiamo vivendo un momento di contagio positivo rispetto all’inclusione lavorativa delle persone con autismo o disabilità. 
È importante incontrare le organizzazioni che si stanno già muovendo in questo senso per essere inclusi in questi percorsi. 
Ai giovani, consiglio di non fermarsi, di esprimere e di andare fino in fondo al loro bisogno. 
Una ragazza che grazie al progetto sta facendo un’esperienza di borsa lavoro presso un’importante agenzia di comunicazione a Roma, nel raccontarmi il suo percorso di vita mi ha detto: «Sentivo di essere diversa dagli altri, ma allo stesso tempo non sentivo di essere diversa. Ho sofferto molto finché non sono riuscita a dare un nome a ciò che avevo e ho capito che semplicemente ho un altro modo di approcciarmi alle cose».
Oggi questa ragazza ha trovato il suo posto nel mondo dando il suo contributo unico ed è diventata una persona di fiducia per l’agenzia di comunicazione. La nostra borsa lavoro si trasformerà in un’assunzione lavorativa. 
Grazie al progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai abbiamo potuto dare delle borse di lavoro a ragazzi con Asperger e non ci siamo fermati all’ambito di Milano ma abbiamo iniziato a includere altre realtà sul territorio nazionale. Uno dei messaggi più importanti da dare ai giovani è che ognuno deve scoprire la propria e unica strada; anche se qualcuno ha bisogno di un mentore che sia in grado di accompagnarli lungo il percorso, è certo che alla fine la troveranno.

Insieme si crea il futuro

Abbiamo intervistato Julia Di Campo, esperta nazionale di Save the Children in povertà educativa, per parlare insieme del progetto “DOTi: diritti e opportunità per tutti e per tutte” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Uno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 è «garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva». Il progetto “DOTi: diritti e opportunità per tutte e per tutti” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è esattamente in linea con questo obiettivo. Come nasce e in cosa consiste il progetto?

Fin dal 2014 hanno preso avvio iniziative di Save the Children al fine di contrastare la povertà educativa in Italia e in tale contesto nascono i Punti Luce, spazi educativi che intendono dare supporto diretto a bambini/e e ragazzi/e dai 6 ai 17 anni.
Nel corso del tempo si sono sviluppate azioni sempre più concrete per perseguire gli obiettivi di equo accesso alle opportunità educative, di studio e culturali, che nel nostro Paese ‒ le evidenze statistiche lo dimostrano ‒ non sono alla portata di tutti giovani.
Durante il percorso abbiamo incrociato l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e l’unione di intenti ci ha permesso di avviare una nuova azione in diversi territori italiani dove gli indicatori di povertà educativa ci dimostrano che bambini/e e ragazzi/e vivono in condizioni di forte privazione culturale e di diritti. 
L’obiettivo del progetto non è solo di farli partecipare alle attività ma di inserirli nella rete della comunità aiutandoli a mettersi in gioco, provare nuove esperienze e dove possono sperimentarsi grazie alle possibilità che purtroppo non sono sempre così scontate per tutti.

Il presidente Daisaku Ikeda nella sua Proposta di pace 2022 inviata alle Nazioni Unite ha affermato che «l’essenza dell’educazione consiste nel piantare pazientemente i semi della possibilità nel cuore dei bambini e delle bambine, seguendoli con il massimo impegno affinché giungano a piena fioritura». Nella situazione di crisi e di trasformazione sociale che stiamo vivendo molti giovani rischiano di rinunciare ai loro sogni. In che modo il progetto DOTi stimola il loro empowerment?

Il progetto si rivolge a un’ampia platea di beneficiari, dai 6 ai 17 anni, e interviene con svariate modalità per rispondere a bisogni diversi, al fine di stimolare il loro potenziale. 
Un aspetto centrale è dare la possibilità di comprendere quali sono i loro ambiti di interesse.  Ad esempio: come posso sapere se mi piace nuotare oppure se preferisco studiare qualcosa nello specifico? Posso saperlo solo se lo sperimento. Sembra una banalità ma non lo è. Mettere in condizione i più giovani di sperimentare qualcosa di nuovo e mettersi alla prova è fondamentale per la loro crescita. 
La pedagogia afferma che per sviluppare il proprio benessere è necessario sperimentarsi attraverso prove ed errori, comprendere con l’esperienza quali sono gli ambiti nei quali stare bene e come potersi realizzare. 
Il progetto fornisce queste opportunità, che possono riguardare percorsi di accompagnamento allo studio, praticare un’attività sportiva, frequentare un centro culturale oppure corsi di teatro ma anche di sperimentarsi in attività di gruppo come i campi estivi, in cui tra pari si impara a vivere in una comunità. In questo senso il contributo dell’Istituto Buddista Italiano è stato ed è fondamentale.

Un aspetto cruciale del progetto è la sua capacità di creare delle reti di fiducia e solidarietà partendo dalla comunità locale. Non sostiene unicamente il singolo bambino o ragazzo, ma coinvolge in questo processo tutta la comunità educante. Questo aspetto della creazione di reti è stato ulteriormente implementato in questa seconda annualità di progetto appena trascorsa, sostenuta attraverso i fondi 8×1000 della Soka Gakkai, attraverso le cosiddette “doti di comunità”. Potrebbe dirci di cosa si tratta e come funzionano?

Intorno al minore gravitano diversi attori della comunità territoriale, come la famiglia, la scuola, gli educatori, le associazioni sportive o culturali. Le doti di comunità intendono essere una potente azione strettamente connessa al territorio che unisce tutti gli sguardi degli attori che hanno competenze e ruoli diversi. Sono un “volano” per fare comunità mettendo al centro le necessità dei più giovani.
Dopo aver ascoltato i loro desideri, insieme, si traccia un percorso, un patto educativo con una durata specifica. Creare un circolo virtuoso di attori intorno al minore garantisce di tracciare un percorso di crescita che può riuscire a realizzare, percorso che può esser cambiato o ricalibrato nel tempo. 
Abbiamo potuto constatare quanto l’azione delle doti di comunità abbia permesso di connetterci con le comunità di riferimento, rafforzare la volontà di un approfondimento sulla povertà educativa e comprendere che possediamo ancora pochi strumenti concreti attorno ai quali unirci per lavorare come adulti responsabili.
A seguito di un percorso di formazione ‒ realizzato nell’ambito del progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Soka Gakkai ‒ in cui si approfondivano tematiche legate alla povertà educativa che ha coinvolto direttamente i servizi sociali e le realtà educative di alcuni territori, è stato proposto un incremento delle doti di comunità. Tutto ciò ha stimolato l’interesse di nuovi Comuni come possibili aderenti al progetto.

C’è un messaggio di speranza che desidera dedicare ai giovani che si trovano in un momento di difficoltà, e alle famiglie e alla comunità educante che li stanno sostenendo?

Ai giovani dico di non smettere mai di esercitare il loro diritto di parola, di afferrarlo in tutti i sensi e con tutte le modalità, perché attraverso il loro diritto di parola chi è capace di ascoltare può accogliere ciò che è necessario per loro.
Alle famiglie e alle comunità dico di continuare ‒ o incominciare ‒ ad ascoltare responsabilmente.
Le declinazioni della povertà educativa sono diverse a seconda dei territori in cui operiamo e le doti di comunità portano alla luce le maggiori criticità. Ci sono zone in cui i minori provengono da diversi contesti etnici in cui si arriva anche a ventitré etnie differenti per quartiere. In quel caso si opera prevalentemente all’interno di bisogni educativi speciali connessi alla lingua e allo studio.
In altri territori ci si trova di fronte a necessità concrete come l’acquisto dei libri scolastici o di un abbonamento per i trasporti pubblici. In altri ancora si lavora sulle pratiche sportive, culturali o con i corsi di informatica. Conoscere le declinazioni della povertà educativa è essenziale per intercettare quei bisogni che sono taciuti. 

Educare ai diritti e al rispetto della diversità di genere

Abbiamo intervistato Maria Sole Piccioli, responsabile del settore educativo di Action Aid nell’ambito del progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Scopo del progetto è prevenire la violenza di genere fra pari tramite percorsi di sensibilizzazione ed empowerment nelle scuole secondarie.

Abbiamo da poco commemorato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre). Voi vi occupate di prevenzione della violenza di genere tra pari negli anni dell’adolescenza. Com’è in Italia la situazione attuale tra i giovani?

Gli adolescenti sono il target più a rischio di violenza tra pari e non hanno molte occasioni di essere ascoltati. La scuola superiore infatti offre poche attività di prevenzione perché è molto incentrata sui contenuti e i programmi da rispettare, tralasciando talvolta tematiche che riguardano il benessere giovanile a 360 gradi.
Dalle ricerche non emergono dati organici e statistici sulla violenza nel target adolescenziale poiché negli ultimi anni è stata data priorità a raccogliere i dati sul bullismo e il cyber-bullismo.
Per questa ragione nelle scuole dove lavoriamo, tramite l’osservazione dei gruppi e la somministrazione di questionari, cerchiamo di capire come la violenza colpisce direttamente o indirettamente i ragazzi e le ragazze. Queste ricerche ovviamente danno dei dati leggermente diversi a seconda dei contesti più o meno vulnerabili.
Ciò che emerge è che nella maggior parte dei casi si tratta di violenza psicologica che si esprime con commenti sulle problematiche fisiche o sulla provenienza d’origine. È il singolo a essere “attaccato” da un gruppo di pari, inoltre è in estremo aumento la violenza online che spesso e volentieri non viene riconosciuta perché non è percepita come realtà vera e propria. Sono molto alti i dati di chi assiste alla violenza.
Dalle ragazze emerge che, soprattutto in contesti vulnerabili, le forme di violenza sono quotidiane e si esprimono nel linguaggio e in alcuni atteggiamenti.
Di questi tempi gli adolescenti se hanno lo spazio per farlo si confrontano e non hanno timore di esternare sia le loro problematiche, sia se hanno avuto loro stessi dei comportamenti violenti. Questa è una differenza che noi notiamo con le generazioni precedenti, dove invece la violenza era quasi un tabù… non si parlava di queste cose.
Un altro dato importante che emerge dalle nostre esperienze è che, contrariamente a quanto si pensa, gli adolescenti cercano il supporto dei genitori quando subiscono violenza. Il ruolo più importante resta dunque quello delle famiglie. Chiedono aiuto anche ai docenti, soprattutto quelli più empatici.

Il progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana lavora sulla prevenzione sviluppando percorsi di sensibilizzazione per studenti e insegnanti. In cosa consistono le azioni di prevenzione per contrastare la violenza di genere?

Per noi la prevenzione parte dalla scuola.
Come prima cosa eseguiamo una fotografia delle caratteristiche di quella scuola e le azioni che eventualmente ha già messo in campo sul contrasto alla violenza di genere.
Il passo successivo è la realizzazione di laboratori nelle classi, sviluppati in percorsi pluriennali. Alcuni moduli del laboratorio sono svolti direttamente dal docente che ha partecipato alla nostra formazione con il supporto dell’educatore Action Aid.
Nei laboratori viene usata una metodologia partecipativa di ascolto attivo e nella prima fase lavoriamo sul contrasto degli stereotipi che facciamo emergere tramite dei giochi di ruolo e attività di cooperative learning (apprendimento tramite la cooperazione).
Un’altra parte del laboratorio si concentra sulle varie forme di violenza. Ad esempio, a partire dall’immagine dell’iceberg della violenza riflettiamo sulle forme visibili e invisibili. Abbiamo notato che in questa fase emerge fortemente l’impatto della violenza online.
Un’ultima parte è incentrata su come si affronta la violenza, gli strumenti da mettere in campo nelle diverse situazioni. Si riflette su cosa ognuno di noi, in gruppo o individualmente, può fare.
Qui si approfondiscono le opportunità e i servizi già presenti sul territorio e in alcuni casi invitiamo anche dei soggetti esterni, dall’assessore alle operatrici dei Centri antiviolenza o dei centri giovanili.
La terza componente del progetto è la formazione dei docenti svolta in modalità laboratoriale e immersiva, affinché possano interiorizzare le metodologie e le tematiche, e continuare a lavorare con la classe anche quando il nostro percorso finisce.
Il progetto agisce poi sulle procedure scolastiche che servono a migliorare gli aspetti di mala gestione che producono dei meccanismi che non aiutano la persona che subisce violenza o chi l’agisce. Noi suggeriamo una base da inserire nei regolamenti scolastici e poi la discutiamo insieme ai docenti, portando anche le voci degli studenti. Tante loro richieste riguardano l’avere degli spazi autogestiti o di discussione, attivare delle attività di peer to peer (svolte tra pari) e avere più tutor con cui parlare di queste problematiche.
Infatti nel progetto è previsto che i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato ai laboratori, vengono coinvolti nel portare la loro esperienza nelle altre classi di studenti più piccoli e anche nel fare una restituzione del percorso alla comunità.
Grazie al progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai tanto lavoro riguarderà anche l’ampliamento della rete di associazioni già attive nel contrasto e prevenzione della violenza di genere.

In base alla sua esperienza, cosa consiglierebbe a un giovane o una giovane che sta subendo violenza di genere, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? Come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza di genere? C’è una storia significativa che vuole condividere?

Suggerirei di identificare delle persone di fiducia all’interno della famiglia o della scuola con cui poter condividere questo tipo di esperienza dolorosa. È molto importante la sensibilizzazione su questo tema affinché la persona vittima di violenza non si senta l’unica a vivere questa situazione e quindi riesca a condividerla.
Non bisogna aver paura di fermare la violenza, soprattutto nei casi gravi è importante agire subito, spesso il passaggio è dalla violenza verbale a quella psicologica, per poi passare a quella fisica.
Ad oggi le forze dell’ordine non sono formate sugli adolescenti, mentre i servizi come i Centri antiviolenza hanno maggiori strumenti e sanno come approcciarsi a loro.
Per chi agisce la violenza, la questione è non criminalizzare. Chi agisce la violenza vive delle problematiche che riflette sugli altri con atti di violenza e quindi è su quelle che bisogna lavorare tanto. Tanto dipende dal contesto in cui si cresce, quale discriminazione ha vissuto, tante forme di violenza nascono da contesti culturali.
Un esempio che vorrei condividere riguarda il percorso fatto con una classe che ha portato alla denuncia di alcuni atti di violenza agita da adulti.
Le vittime hanno denunciato la violenza subita con l’aiuto del gruppo delle compagne.
La soddisfazione è che la scuola ha reagito secondo le procedure di cui avevamo parlato loro prestando attenzione alla tutela dei ragazzi e delle ragazze.
Consapevoli degli atti di violenza, i ragazzi e le ragazze hanno organizzato una manifestazione e questo ci ha convinti di aver lavorato bene sulla consapevolezza dei loro diritti e anche delle azioni che possono intraprendere per contrastare la violenza di genere. Forti di questo tipo di esperienza, vogliamo portare avanti il progetto Youth4love per aiutare giovani e insegnanti ad affrontare la violenza di genere con metodologie didattiche e strumenti educativi nuovi, che aumentino la consapevolezza sul tema e aiutino a far sì che all’interno della scuola diventi inaccettabile qualsiasi forma di violenza.

ACRA – “Climate Change? Claim the Change!”

Riportiamo i risultati e alcune testimonianze riguardo al progetto “Climate Change? Claim the Change!” che la fondazione ACRA ha realizzato tra il 2021 e il 2022, finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Da poco si è concluso il progetto “Climate Change? Claim the Change!” gestito da fondazione ACRA e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto, finalizzato a incoraggiare i comportamenti che contrastano il cambiamento climatico partendo dall’educazione e dall’empowerment dei giovani e della comunità educante.
Più di 90 docenti hanno partecipato ai corsi di formazione con l’obiettivo di acquisire strumenti efficaci con cui affrontare in classe il tema della tutela ambientale e della responsabilità individuale.
Inoltre, 1600 alunni hanno preso parte attivamente a laboratori nella scuola primaria e secondaria di primo grado in otto regioni italiane.

Nel contesto educativo extrascolastico il progetto ha visto l’organizzazione di quattro campus residenziali e semiresidenziali, sui temi del cambiamento climatico che hanno accolto 90 giovani provenienti da diverse regioni italiane. Le metodologie educative utilizzate maggiormente sono state: l’outdoor education, il teatro, il cinema, la narrazione, il disegno e lo sport.

In tutta Italia si sono attivate azioni locali per contrastare il cambiamento climatico che hanno coinvolto attivamente 13 associazioni giovanili in venti comuni italiani.
Tra le iniziative portate avanti nell’ambito del progetto, il 20 settembre si è tenuta la premiazione dei cortometraggi realizzati da giovani under 25 sul tema della sostenibilità ambientale, tenuto durante il Festival del Cinema di Orvieto, a cui hanno partecipato alcune rappresentanti dell’IBISG (vedi NR, 777, 21).

Di seguito riportiamo alcune testimonianze di beneficiari e formatori che sono stati i protagonisti delle iniziative da cui emerge il grande valore di questi interventi.
Come afferma Sara Marazzini, responsabile dei progetti ACRA in Italia e in Europa: «Il nostro obiettivo è far comprendere come ogni nostra scelta qui e ora ha una relazione diretta con tutto quello che accade altrove, su dinamiche ambientali, migrazioni… Con i nostri interventi vogliamo favorire un senso di comunità che va oltre i confini e riconosca una comune appartenenza a una casa comune» (NR, 738, 15).

Testimonianze
I diari dalle regioni: testimonianze dalle varie iniziative di ACRA

In Umbria

…a Gubbio
«Ad aprile siamo stati con la nostra classe alla scoperta della natura, per conoscere i lavori dell’orto, le erbe aromatiche e gli animali della fattoria! Abbiamo capito che la natura va conosciuta a fondo per essere amata e protetta! Abbiamo capito che fare la raccolta differenziata può essere anche divertente».
Alunna della scuola primaria Montessori di Gubbio

… a Spoleto
«Abbiamo guanti e pinze per pulire i sentieri. Così non dobbiamo chinarci e toccare gli oggetti con le mani. A fine giornata abbiamo raccolto due sacchi di rifiuti! Ho capito che chiunque può fare la differenza, partendo da piccole e semplici azioni di cura e attenzione per l’ambiente che ci circonda!».
I ragazzi della Cooperativa Il Cerchio che hanno partecipato a una giornata di cittadinanza attiva per ripulire i sentieri delle montagne spoletine in collaborazione col CAI di Spoleto

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