Proteggere l’ecosistema delle dune costiere

Per il progetto “Ecosistema DUNA” realizzato da Legambiente Festambiente APS e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo intervistato Maurizio Zaccherotti, naturalista esperto della salvaguardia del litorale dunale.

Quali sono gli obiettivi generali del progetto Ecosistema DUNA?

Gli obiettivi del progetto sono la valorizzazione e la conservazione delle dune sabbiose costiere che si trovano in diversi comuni della provincia di Grosseto.
Le spiagge coinvolte sono belle e rinomate, richiamano molte persone, di conseguenza tutelare le dune diventa una priorità al fine di evitare che il turismo di massa possa distruggere un ecosistema così importante.
Questa tutela avviene sia attraverso azioni di ripristino e conservazione dell’ecosistema con degli aspetti più tecnici, sia tramite delle attività di formazione e sensibilizzazione. Con i fondi dell’8×1000 della Soka Gakkai abbiamo ritenuto importante dare molto spazio all’azione di educazione nelle scuole, la trasmissione dei valori del rispetto e dell’impegno sia alla cittadinanza che ai decisori politici, e la promozione di buoni stili di comportamento nei confronti degli stabilimenti balneari, attivando un documento programmatico per far sì che gli stessi stabilimenti diventino delle vere e proprie “sentinelle dell’ambiente”.
Recentemente nell’ambito del progetto è stato istituito un tavolo con alcuni rappresentanti dei Comuni e altri attori, con l’obiettivo di trovare insieme soluzioni per conservare questo meraviglioso ecosistema, che è un tesoro della nostra Provincia.

Perché tutelare le dune è così importante?

Le dune sono importanti perché rappresentano un sistema di filtraggio tra il mare e l’entroterra, sono un muro naturale contro l’ingresso del vento salmastro, per proteggere la pineta o i boschi retrostanti. L’apparato dunale è una “zona di mezzo” tra la spiaggia e il bosco ed è anche un corridoio dove si rifugiano diversi animali e dove le piante svolgono un ruolo fondamentale.
Negli anni Cinquanta, per strutturare gli stabilimenti balneari alcune dune sono state distrutte, in queste situazioni l’erosione dei venti è maggiore e si creano delle situazioni di degrado, come ad esempio la riduzione della biodiversità.
Le dune sono un ecosistema molto labile, i fattori che minano la loro integrità sono molteplici ma quello maggiore è il fattore antropico, come quando le persone stazionano con le tende oppure si spostano sulle dune senza utilizzare i corridoi naturali creando calpestio.
La maggior parte delle volte il danno delle persone non è intenzionale, esse credono che le dune siano semplicemente montagne di sabbia. Anche la presenza di cani talvolta è un rischio, durante il periodo della nidificazione di alcune specie importanti, se non sono controllati i cani vanno a mangiare le uova di questi animali.

Nel progetto è prevista la realizzazione di un Osservatorio sulla duna e una Banca del germoplasma. Puoi parlarci di cosa sono e perché è importante la loro realizzazione?

La cosa interessante è che il progetto sostenuto dai fondi 8×1000 della Soka Gakkai ha implementato qualcosa che, come Legambiente insieme a tutte le altre associazioni e istituti presenti sul territorio, abbiamo attivato ormai dai primi anni del 2000: l’Osservatorio Duna.
Questo osservatorio ha il compito di raccogliere le segnalazioni sia positive che negative di tutto il sistema costiero della nostra provincia e adesso abbiamo integrato anche la possibilità di fare un’analisi qualitativa e quantitativa più approfondita della duna.
Nel percorso con le scuole siamo andati con studenti e studentesse a fare dei veri e propri monitoraggi di natura costiera su larga scala, da Follonica a Capalbio, delle piante presenti sul sistema dunale e della presenza o meno di rifiuti e di erosione.
L’obiettivo dell’Osservatorio Duna e della Banca del germoplasma è raccogliere dati e, laddove possibile, del materiale, come ad esempio il seme di una pianta particolare o in difficoltà. Successivamente verranno piantumati i semi raccolti nelle dune, fatti poi germinare.

In che modo sono strutturate le attività formative per le scuole e che cosa sono le attività di citizen sciences?

La prima parte comprende delle lezioni teoriche e la spiegazione del progetto che si fa sul campo, la seconda parte è costituita da vere e proprie escursioni dislocate sull’apparato dunale di quasi tutta la Provincia. Per i giovani queste lezioni di ecologia applicata sono molto interessanti.
Durante le escursioni gli studenti hanno delle schede didattiche e proprio come dei ricercatori fanno un monitoraggio guidati dagli esperti. Nel tratto che va dal mare fino a venticinque metri nell’entroterra, identificano la presenza sia di alcune piante che della fauna, ma anche di rifiuti e dello stato di erosione delle dune. La scheda cartacea viene usata da loro per raccogliere tutte le informazioni. L’obiettivo è che le classi che hanno fatto il monitoraggio possano poi tornare nel momento in cui andiamo a ripiantumare le specie ritenute importanti per l’ecosistema.

C’è un messaggio che vorreste condividere con le lettrici e i lettori riguardo all’importanza di agire per la tutela delle spiagge e delle dune costiere?

Ognuno di noi può fare qualcosa. Le persone dovrebbero essere curiose e appassionate e non sentirsi solo turisti o abitanti che camminano lungo la costa.
Se nel nostro quotidiano quando andiamo in giro negli ambienti naturali notiamo qualcosa che non va è importante condividerlo. Ci sono ormai tantissime opportunità di condivisione.
Fino a qualche anno fa la conoscenza della natura e le sue risorse era riservata agli addetti ai lavori, i ricercatori, gli studiosi, ecc. Oggi il cittadino stesso diventa un ricercatore perché abbiamo la possibilità di conoscere le piante o di segnalare alle autorità competenti i casi in cui qualcuno o qualcosa crea disturbo a quell’ecosistema.
Noi abbiamo lanciato attraverso il progetto anche una mostra fotografica con questo obiettivo.
Chiunque può inviare le proprie foto fatte con il cellulare per valorizzare quell’ambiente al fine di migliorare la consapevolezza che quello è un ecosistema importante da preservare. In questo modo ognuno si trasforma in una “sentinella dell’ambiente”. Alla fine vorremmo stampare le foto migliori e allestire la mostra a Festambiente che si tiene ad agosto a Grosseto.
Negli ultimi anni è aumentata la pressione antropica però è anche aumentata la sensibilità ambientale, ad esempio la società civile si organizza per la pulizia della spiaggia o del bosco. Questo è sicuramente un messaggio positivo.

Il sindaco Gualtieri visita Refuge LGBT+ in apertura degli eventi per la Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia

All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia che sarà il 17 maggio, il Gay Center, insieme ad ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha organizzato un incontro per ribadire l’importanza dei servizi di supporto alla comunità LGBT+. All’evento ha partecipato anche l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che sostiene il progetto “Sostegno alle vittime di violenza familiare – Refuge LGBT+” tramite i fondi 8×1000.

Marina Marini, coordinatrice Network Refuge LGBT+, di Gay Center, ha dichiarato:
«Ringraziamo il sindaco e tutte e tutti voi per essere qui in questo evento organizzato in occasione delle prossime iniziative del 17 maggio, Giornata mondiale contro l’omolesbobitransfobia, in cui desideriamo ribadire l’importanza dei servizi per la comunità LGBTQIA+.
L’associazione Gay Center, insieme alle altre associazioni partner ArcigayDifferenza Lesbica e Azione Trans, ha attivato proprio grazie al Comune di Roma nel 2005 il Contact Center Nazionale Gay Help Line 800 713 713, che nel 2026 compirà vent’anni, e che dall’inizio del servizio ha risposto ad oltre 350 mila contatti, con una media di circa 20 mila all’anno nell’ultimo lustro.
Il servizio della Gay Help Line è sempre stato garantito in questi anni, grazie al supporto dei volontari e volontarie e delle Istituzioni che ci hanno sostenuto, come l’Unar (ufficio nazionale antirazziale del ministero delle pari opportunità), la Regione Lazio, il Comune di Roma, e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai grazie ai fondi 8×1000 ed altri soggetti pubblici, Chiesa Valdese e privati. Ricordo con orgoglio che siamo ancora ad oggi il Contact Center ufficiale del Comune di Roma»

In risposta alle richieste di aiuto di giovani e giovanissimi LGBTQAI+, nel 2012 è stato avviato il progetto Refuge LGBT+, in collaborazione con la rete francese Le Refuge. Grazie a questa iniziativa, sono stati ospitati oltre 140 utenti in tre strutture, con un cohousing nel Municipio 1 di Roma. Il progetto ha fatto la storia, essendo la prima struttura in Italia ad accogliere minori affidati direttamente dai tribunali in una struttura LGBT+.

Inoltre Refuge LGBT+ ha accolto, per la prima volta in Italia, anche persone minori affidateci direttamente dai Tribunali.

Tamiko Kaneda, segretaria generale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha affermato:
«In occasione della Giornata Mondiale contro l’Omobitransfobia, esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le persone LGBTQIA+ vittime di discriminazione e violenza.
Come Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, crediamo nella dignità di ogni essere umano e ci impegniamo per una società fondata sul rispetto, sull’inclusione e sulla pace; per questo siamo orgogliosi di sostenere, attraverso i fondi dell’8×1000, i progetti di Gay Center. Continueremo a fare la nostra parte affinché nessuna persona sia lasciata sola e ogni identità sia accolta con rispetto».

In seguito ha preso la parola Gianluca Lanzi, presidente del Municipio 11 di Roma, sottolineando la collaborazione con il Gay Center in diverse iniziative, inclusa una recente campagna presso le scuole, centri sportivi e farmacie del Municipio per Gay Help Line.

L’evento ha ricevuto i saluti di Erica Battaglia, presidente della Commissione Cultura del Comune di Roma, che con noi ha fondato il progetto Refuge LGBT+.

«L’impegno della nostra amministrazione a sostegno di realtà come questa è e rimane costante. Questa struttura è fondamentale perché grazie al prezioso lavoro del personale specializzato è un punto di riferimento, di accoglienza, rifugio e difesa per tutte quelle persone che purtroppo ancora sono vittime di violenza omolesbobitransfobica e discriminazione. Un fenomeno che rimane molto preoccupante e caratterizzato da un sommerso a cui in parte arriviamo con il prezioso contributo della rete degli sportelli territoriali LGBT+ nei municipi.
Chi come noi amministra la città ha il dovere di fornire risposte e strumenti di aiuto concreti, non solo parole che usiamo per condannare gli episodi di discriminazione, che seppur preziose da sole non bastano»
ha affermato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

La natura come insegnante: un nuovo modo di fare agricoltura

“Ages: Agroforesta ecologica sociale” è un progetto realizzato dalla cooperativa sociale “Qualcosa di diverso” e finanziato con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Abbiamo intervistato Jacopo Volpicelli, ecologo della cooperativa sociale “Qualcosa di diverso”, che ci ha parlato degli obiettivi del progetto, in particolare quello di sperimentare un nuovo modo di fare agricoltura nel rispetto della biodiversità

Puoi parlarci degli obiettivi del progetto AGES: agroforesta ecologica sociale?

AGES – Agroforesta ecologica sociale è un progetto che interessa terreni confiscati alla criminalità organizzata e in condizione di grave dissesto nelle campagne tra San Vito dei Normanni e Latiano, nella provincia di Brindisi. 
Il processo di agroforestazione è una pratica agricola che rispetta la biodiversità e che si contrappone alle monocolture (coltivazione di una sola specie di piante).
L’obiettivo del progetto è di implementare questa tecnica agricola in un’area gravemente deteriorata che porti beneficio all’ecosistema e che sviluppi allo stesso tempo una coscienza collettiva modificando il modo di fare agricoltura, riducendo i gravi impatti ambientali pur mantenendo allo stesso tempo una produttività elevata. 
L’introduzione di quasi 5.000 alberi e piante sarà accompagnata da attività di formazione e coinvolgimento della comunità locale, delle istituzioni, della comunità agricola, con particolare attenzione ai giovani e ai giovanissimi che saranno coinvolti non solo come forza lavoro, ma anche come testimoni e supporter del progetto AGES.
Uno degli obiettivi è anche l’inserimento lavorativo di persone con svantaggio sociale. In quest’ottica, l’agricoltura permette di generare lavoro ma anche di affrontare temi estremamente importanti, come quello dell’inclusione. Il desiderio è che il nostro lavoro possa diventare un manifesto di buone pratiche e far vedere che si può realizzare lavoro equo, e che tutto può avvenire nel rispetto dell’ambiente e delle persone.

Perché avete scelto di utilizzare un sistema agroforestale?

Fino al 2020 gran parte del nostro lavoro come cooperativa sociale “Qualcosa di Diverso”, è stato incentrato sul recupero dei terreni che presentavano una monocoltura, che erano gli ulivi. È stata una sfida trasformare il sistema agricolo che abbiamo ereditato, in un sistema sostenibile.
Poi dalla trasformazione dei terreni recuperati, abbiamo iniziato a progettare un’agroforesta.
La coltivazione di una sola specie oltre a nuocere all’ambiente mette a rischio anche l’economica. Per fare un esempio, in Puglia c’è un batterio che da dodici anni sta distruggendo la produzione olivicola. Il patogeno si è espanso anche per via del fatto che tante altre specie sono state eliminate dall’uomo per la realizzazione di monocolture. In questo caso specifico se ci fossero state altre piante oltre all’ulivo, anche se l’agente patogeno avesse distrutto tutti gli uliveti, gli agricoltori avrebbero potuto beneficiare della presenza di altri prodotti da vendere sul mercato.

Avete previsto anche il coinvolgimento dei giovani e giovanissimi nel progetto. In cosa consiste la loro partecipazione e quali sono i risultati che avete riscontrato?

Nell’ambito del progetto finanziato, all’interno dell’agroforesta è stato realizzato un campo estivo per bambini, per studenti delle scuole superiori e per ragazzi che si trovavano nel carcere minorile che hanno svolto diversi corsi con noi. La formazione ha come obiettivo di conoscere la vita nella sua diversità, ma saperla apprezzare non è semplice. Il range di età andava dai 3 ai 18 anni. I bambini hanno raccolto l’uva, mentre i ragazzi più grandi hanno ricevuto una formazione didattica, comprendendo meglio che cosa è la biodiversità.
All’interno di questi percorsi i più grandi li abbiamo coinvolti nel piantare gli alberi, realizzando quindi una formazione al lavoro. Durante questi corsi non mi aspettavo che tutti fossero interessati a quello che facciamo, ma alcuni sono rimasti colpiti e hanno espresso il desiderio di poter iniziare a lavorare con noi. Per me questo è stato un bellissimo risultato!

Nel progetto si parla della creazione di un ecosistema dinamico, come vedono gli agricoltori locali questo sistema?

Un ecosistema è per definizione dinamico. Anche una monocoltura di ulivo o di grano è un ecosistema, ma viene definito ecosistema statico.
Quando si coltiva un’unica specie si deve regolare l’ecosistema attraverso l’inserimento di molteplici prodotti nel terreno. Senza questi input esterni, l’ecosistema si regolerebbe autonomamente portando alla crescita di diverse specie naturali… un bosco per produrre non ha bisogno degli input inseriti dall’essere umano!
L’obiettivo è di trovare un punto di incontro tra il rispetto della natura e la sua capacità di rigenerarsi e gestirsi autonomamente e il bisogno dell’essere umano di guadagnare attraverso i prodotti della natura.
All’inizio del nostro inserimento siamo stati visti come agricoltori “non conformi”, le cui tecniche e modalità di lavoro risultano incomprensibili, questo perché chi fa agricoltura da quaranta o cinquant’anni ha sempre lavorato terreni con un’unica specie di pianta.
Questo genere di agricoltori spesso pensa che ciò che stiamo facendo equivale a tornare indietro ed è facile comprendere la loro visione, perché stiamo riproponendo un modo di fare agricoltura simile a quello dei loro nonni. Piano piano però abbiamo trovato punti di incontro con sempre più persone. Siamo consapevoli che stiamo affrontando una sfida intergenerazionale con diversi agricoltori del posto con cui stiamo creando molti legami e collaborazioni.

Quali sono i prossimi obiettivi?

Recentemente grazie al progetto abbiamo creato una struttura con un laboratorio di trasformazione. Adesso il nostro focus è la produzione di verdure che vendiamo a livello locale e fare formazione, continuando anche la produzione di olio e vino.
Un altro obiettivo è di riuscire ad arrivare sempre di più ai policy makers e avere un impatto sul modo di fare agricoltura in Italia. Per riuscire in questo è necessario conoscere quali sono le altre realtà che come noi stanno portando avanti progetti agroforestali. Negli ultimi anni, grazie al supporto di uno dei nostri partner (Deafal), abbiamo realizzato una mappatura in diverse zone in Italia con lo scopo di individuare chi sta portando avanti progetti simili al nostro e di dare una definizione unica di cosa significa agroforesta.
Forse ci sono già migliaia di realtà che portano avanti progetti di questo tipo, ma si definiscono tutte con nomi diversi ed è quindi complesso individuarle e lavorare insieme. Ad esempio, tramite l’individuazione di queste realtà abbiamo realizzato una tavola rotonda dei sistemi agroforestali pugliesi, chiedendoci insieme perché è importante portare avanti queste attività e impegnandoci a superare le differenze che esistono anche tra di noi.

Coltiviamo insieme il cambiamento positivo

Il tuo 8×1000 all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai semina speranza per il futuro

Puoi destinare l’8×1000 dell’IRPEF all’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, come previsto dalla Legge di Intesa con lo Stato italiano (art. 18 L.130/2016).
Basta firmare nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi (Certificazione Unica, Modello 730 o Modello Unico) e selezionare la casella corrispondente. Non serve indicare il codice fiscale.
Ispirandosi ai valori dell’umanesimo buddista, la Soka Gakkai italiana ha scelto di destinare i fondi dell’8×1000 al sostegno di attività sociali e umanitarie.
Secondo le linee guida per l’utilizzo dei fondi, i nuovi progetti vengono implementati in quattro aree principali: Diritti Umani, Educazione, Ambiente e Cultura.
Proseguendo il sostegno a progetti già attivi per la tutela dell’ambiente e il disarmo nucleare, nell’annualità 2025/2026 si rafforzeranno ulteriormente gli interventi legati all’educazione e ai diritti umani.

Giovani in azione per il clima

Abbiamo intervistato Roxani Roushas del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) di Roma, e coordinatrice del progetto “Youth4Climate” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Giovani tra i 18 e 29 anni provenienti da tutto il mondo elaborano progetti innovativi a sostegno delle sfide dell’emergenza climatica

Il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) è stato istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1966. Di cosa si occupa nello specifico il centro UNDP di Roma?

L’UNDP è la più grande agenzia delle Nazioni Unite che lavora per lo sviluppo sostenibile, la sede centrale è a New York ma abbiamo uffici in centosettanta paesi e territori.
La presenza così forte sul territorio ci permette di lavorare a stretto contatto con i governi.
Operiamo con la consapevolezza che le sfide dello sviluppo sostenibile sono complesse e per questo vanno affrontate in modo integrato, poiché sono tutte interconnesse.
Per quanto riguarda il Centro UNDP a Roma è una parte relativamente nuova, da qui gestiamo diversi programmi, tra questi Youth4Climate (giovani per il clima) che è un programma globale e finanziato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Gli altri programmi del Centro si focalizzano sul finanziamento climatico ed energetico, sempre in stretta collaborazione con il Governo italiano e con l’Africa come regione prioritaria.

Come è nato il progetto “Youth4climate” e quali sono i suoi obiettivi?

Nel 2021 il governo italiano – tramite il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica –in preparazione della Cop26 (ventiseiesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico), ha ospitato a Milano il “Youth4Climate Summit” (Summit di giovani per il clima) offrendo ai giovani da oltre 180 paesi l’opportunità di presentare idee e proposte concrete su alcune delle questioni più urgenti dell’agenda climatica.
Da questo incontro è emerso un documento, il Manifesto Youth4Climate, un piano per l’azione climatica.
Il governo italiano ha deciso di proseguire questo processo e ha avviato una partnership con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) per sviluppare e lanciare l’iniziativa Youth4Climate. 
Dal 2023, il programma Youth4Climate, anche grazie al supporto dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana, ha già completato due cicli di una “Call for Solutions”, un invito a identificare, amplificare, supportare e far crescere le innovazioni climatiche guidate dai giovani. Questo programma interviene in uno spazio essenziale, quello di mettere i giovani innovatori in condizione di sviluppare le proprie idee in proposte concrete. È stato pertanto identificato dal Vertice G7 del 2024 come una best practice da seguire da parte dei governi del G7 per contribuire in modo tangibile a supportare il ruolo dei giovani come attori protagonisti nella lotta al cambiamento climatico. 100 giovani tra i 18 e i 29 anni e organizzazioni giovanili hanno ricevuto finanziamenti diretti fino a 30.000 dollari ciascuno per implementare i loro progetti vincitori del bando. I progetti finanziati fino ad ora si trovano in 52 paesi mentre l’iniziativa mira ad assegnare ulteriori finanziamenti attraverso la sua Call for Solutions del 2025, attualmente aperta: https://community.youth4climate.info/dashboard/call-solutions-2025.
Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo dei giovani come attori legittimi nel processo decisionale e nell’azione sul cambiamento climatico.

Per conoscere alcuni dei progetti finanziati in questo video girato durante l’evento Youth4Climate svolto al Politecnico di Torino nell’ottobre 2024: https://www.youtube.com/watch?v=U0pqrT2O0wk&t=8s.

Quanto è importante il ruolo dei giovani nella lotta al cambiamento climatico?

I giovani hanno tante, grandi idee e sono i più colpiti dai cambiamenti climatici. Eppure sono quelli che hanno meno sostegno politico e finanziario per realizzare le loro idee. Quindi il nostro obiettivo è quello di lavorare per colmare questa lacuna e dare riconoscimento, visibilità e risorse all’azione per il clima guidata dai giovani. Il nostro compito è anche quello di lavorare con i governi in ogni paese, e spingere affinché i giovani, le donne e le comunità indigene, siano inclusi nella progettazione e nell’attuazione dei piani che hanno stabilito i governi per contrastare il cambiamento climatico. 
Il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è estremamente importante e in linea con lo spirito con cui noi lavoriamo, perché abbiamo l’obiettivo condiviso di sostenere i giovani e combinare l’azione locale con il cambiamento globale. Essere in grado di presentare il proprio lavoro a una scena internazionale può avere un impatto enorme nella vita di questi giovani, e questo è anche un modo in cui combiniamo l’azione locale con la solidarietà globale.

Quali opportunità vengono offerte ai giovani selezionati per esprimere il loro potenziale?

Ci sono circa 1,5 miliardi di giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni nel mondo, quindi una grande fetta della popolazione globale.
Ma il 75% di questi giovani si trovano in paesi in via di sviluppo e subiscono ancora di più gli effetti del cambiamento climatico, come le emissioni di carbonio, l’inquinamento atmosferico e gli effetti sulla salute, sul lavoro e su ogni ambito della loro vita. I bambini e i giovani, infatti, sono i più vulnerabili. Nonostante questo, sono le persone più competenti in quest’ambito e quando i giovani partecipano a diverse conferenze internazionali, dimostrano tutte le loro competenze e conoscenze.
Oltre a finanziare completamente i progetti selezionati che propongono li supportiamo con un sistema di tutoraggio, attraverso consigli tecnici, ma anche sviluppo del business e altre esigenze che potrebbero dover affrontare. E poi offriamo loro visibilità e connessioni con altre persone, mettendoli in contatto con gli uffici nazionali di UNDP e con i partner con i quali collaboriamo. Inoltre, coinvolgiamo i giovani in tutto il processo decisionale, nella valutazione e nella selezione dei progetti per rendere la candidatura il più accessibile possibile. Forniamo anche supporto durante il processo di candidatura, in modo che possano sempre parlare con qualcuno riguardo la pianificazione del lavoro e il budget, perché a volte questa è la parte più complessa della progettazione di una proposta.

Come il progetto contribuisce alla giustizia climatica e alla costruzione di un futuro più sostenibile?

Contribuire alla giustizia climatica significa porre al centro i diritti umani in ogni decisione concernente il clima.
L’approccio per perseguire la realizzazione della giustizia climatica non riguarda solo i giovani, ma anche altri gruppi come le popolazioni indigene e le donne. La crisi climatica minaccia non solo la vita nel presente, ma anche i diritti umani delle generazioni future.
Investire sui giovani, sulle loro idee e potenzialità è già agire per la giustizia climatica, soprattutto dare loro la possibilità di poter presentare i propri progetti a prescindere dal tipo di formazione che hanno avuto o dal luogo in cui vivono. Inoltre, per contribuire alla giustizia climatica, nel processo di valutazione prendiamo in considerazione non solo l’impatto ambientale ma anche il potenziale impatto sulla comunità. Per fare un esempio concreto, uno dei progetti vincitori è nato in Bolivia, un paese in cui vi è un grande problema di sicurezza alimentare perché il cibo non è prodotto localmente e ci si affida alle consegne che provengono da altri paesi. Un gruppo di giovani ha realizzato un sistema per la coltivazione di ortaggi utilizzando l’acqua invece del terreno. Questi sistemi sono già presenti in molte scuole pubbliche della capitale e vengono utilizzati anche per realizzare dei progetti di educazione ambientale e migliorare la consapevolezza riguardo all’importanza di un’alimentazione sana e della sicurezza alimentare per i bambini e i loro familiari.  Da una parte il progetto garantisce che i bambini dispongano di cibo sano e locale, dall’altra di realizzare una maggiore consapevolezza.

C’è un incoraggiamento che vorrebbe dare ai giovani che vivono una sensazione di impotenza davanti alla crisi climatica?

Penso che sia normale sentirsi sopraffatti e ansiosi quando c’è così tanta incertezza nel mondo.
La cosa importante è trovare giovani che, condividendo questa preoccupazione, possano discutere di questi problemi. Riunirli e sviluppare delle soluzioni insieme. Questo può essere un ottimo modo per evitare di essere bloccati dalle preoccupazioni: quali soluzioni ci sono, quali hanno un maggiore impatto e come poterle adattare al contesto locale?
Vorrei dire ai giovani di tirare fuori il coraggio, di non aver paura di fallire e di sviluppare un pensiero critico.

Proteggere e sostenere i diritti delle donne in Afghanistan

Abbiamo intervistato Massimo Angeli di Medici Senza Frontiere per il progetto K.H.O.ST che si occupa di cure e trattamenti dedicati alle donne in età fertile e ai bambini in Afghanistan. Il progetto è finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Dal punto di vista sanitario, qual è la situazione che stanno vivendo le donne in Afghanistan?

La situazione sanitaria delle donne in Afghanistan è grave, soprattutto per quanto riguarda la mortalità materna.
I numeri erano già allarmanti, si parla di circa 4.300 donne che ogni anno muoiono a causa di complicazioni durante la gravidanza e l’accesso alle cure è sempre più difficile, in alcune zone impossibile, a causa di un consistente aumento del costo dei trasporti, delle visite mediche, dei farmaci. I nostri operatori ci raccontano che alcune donne raggiungono l’ospedale in condizioni critiche e spesso quando arrivano è troppo tardi, anche perché dal 2023 c’è l’obbligo per le donne di avere un accompagnatore maschile anche per camminare per strada.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Il progetto si focalizza sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne (SRH) e per fare questo fornisce servizi gratuiti di alta qualità per l’assistenza sanitaria, materna e pediatrica nella provincia di Khost, in Afghanistan. Medici Senza Frontiere gestisce un ospedale materno infantile, che accoglie i casi più gravi e complicati ma supporta anche otto centri dislocati nella provincia che sono più vicini alle donne e hanno un bacino di utenza di circa un milione di persone. Supportiamo questi centri attraverso le forniture mediche, attrezzature, ambulanze e formazione del personale.
I costi di un progetto del genere sono ingenti e in tal senso il contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato fondamentale e si traduce nell’acquisto di medicine o macchinari come ad esempio l’ecografo. Inoltre, dal punto di vista delle risorse umane, grazie a questo contributo, possiamo coprire i costi di ostetriche formate e competenti, che rappresentano una risorsa estremamente preziosa non solo per il valore degli interventi erogati ma anche per ciò che possono poi trasmettere a tutta la comunità.
Grazie al progetto, in cui adottiamo un modello innovativo, riusciamo a valorizzare le donne afgane sia come pazienti ma anche in quanto operatrici sanitarie: infatti oltre il 90% del personale del nostro ospedale è composto da donne afgane. Attualmente non sono molte le realtà autorizzate ad assumere personale femminile e noi possiamo dare alle donne l’occasione di lavorare e ricevere una formazione.
Proprio perché ci sono centinaia di donne che lavorano nel nostro ospedale e nei centri dislocati, abbiamo potuto aprire un asilo nido in cui le madri accompagnano i bambini prima di iniziare a lavorare in ospedale… come potete immaginare questi servizi sono rari nel paese.

A questo proposito come collaborate con il sistema sanitario locale?

Abbiamo avuto interlocuzioni a più livelli, sia un accordo nazionale con il Ministero della salute pubblica afgano, sia un accordo specifico con il Dipartimento della salute pubblica della provincia di Khost.
In questo modo abbiamo creato un solido coordinamento a livello locale con le autorità e le strutture sanitarie, e abbiamo implementato una strategia di decentralizzazione che ha rafforzato i centri locali evitando di congestionare l’ospedale materno infantile che così si concentra a gestire i casi più gravi.
A livello di partner abbiamo stabilito collaborazioni informali con i leader delle comunità locali, che partecipano alle nostre riunioni per renderle luoghi di aggregazione e conoscenza del territorio.
Questo tipo di relazioni sono essenziali per il futuro perché avere un sostegno informale da parte della comunità locale di riferimento è una sicurezza per la durata e la sostenibilità del progetto stesso.

Immaginiamo che lavorare in un contesto in cui il rispetto dei diritti è a rischio non sia semplice, come selezionate il personale?

Molti dei nostri progetti sono situati in aree in conflitto. Il contesto è spesso caotico, instabile e ci troviamo a lavorare con grandi gruppi di persone in difficoltà.
Anche nelle zone più stabili, i carichi di lavoro e la vita in team possono essere fonte di stress.
Bisogna essere in grado di far fronte a un ambiente difficile e imprevedibile.
Proprio per queste ragioni, offriamo un servizio di stress management (gestione dello stress) agli operatori umanitari, prima, durante e dopo la missione.
Inoltre, per MSF è fondamentale la formazione delle persone che arrivano dall’estero e sicuramente c’è l’obiettivo di valorizzare sia le risorse assunte localmente sia quelle a livello internazionale, per lavorare in sinergia in modo efficiente ed efficace.
Per lavorare come operatore umanitario di MSF è necessario avere una buona capacità di resilienza ma anche un certo grado di adattabilità, flessibilità e capacità di problem solving in base al contesto specifico. Lo staff di MSF che rientra dall’Afghanistan riporta sempre di aver imparato tantissimo dalle donne, perché nonostante la loro vita sia molto difficile, sono animate da una grandissima forza.

Sostenere la preziosità di ogni individuo

Abbiamo intervistato Francesco Pastorello, Presidente della Croce Rossa Italiana – Comitato Area Metropolitana di Roma Capitale – in relazione al progetto Spazio Plus, sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il progetto mira a sostenere le persone vittime di omolesbobitransfobia nell’ambito lavorativo.

Com’è nato il progetto “Spazio Plus”?

Il progetto nasce in un contesto di sensibilità della Croce Rossa nei confronti delle persone LGBTQIA+. La volontà di impegnarsi su questo tema si era già manifestata una decina di anni fa con il network Andrea. L’esperienza concretizzata nel corso degli anni anche con la realizzazione di una casa rifugio, Casa+, ci ha fatto rendere conto della necessità di offrire un supporto nella ricerca di un lavoro e di sostenere i beneficiari nel loro processo di empowerment. Il nostro obiettivo è ridurre gli ostacoli nell’accesso al mondo del lavoro, così da consentire una maggiore emancipazione e libertà dal punto di vista socioeconomico.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

Il progetto mira a sostenere le persone vittime di omolesbobitransfobia nell’ambito lavorativo, non solo agendo su un piano individuale, ma anche culturale, attraverso azioni volte a rafforzare l’inclusione nelle diverse realtà lavorative, eliminando ogni forma di discriminazione.
Non c’è mai una soluzione univoca: l’obiettivo è sostenere ciascuna persona nel suo ingresso nel mondo del lavoro. Per raggiungerlo dobbiamo capire cosa vuole realizzare quella persona, quali sono le sue risorse e i suoi strumenti, mettendo in luce i punti di forza di ogni individuo e migliorando alcune competenze. Ad esempio, per alcune persone beneficiarie del progetto di origine straniera, la possibilità di imparare la lingua italiana è sicuramente un incentivo per realizzare quell’indipendenza e autonomia che sono scopo del progetto.

Che difficoltà principali devono affrontare le persone LGBTQIA+  nell’ambito del mondo lavorativo? Negli ultimi anni avete registrato un peggioramento o un miglioramento relativo all’inclusione?

Le difficoltà principali sono quelle legate al pregiudizio e alla discriminazione: dall’uso di un linguaggio sessista fino ad aperte e dichiarate ostilità nei confronti delle persone LGBTQIA+ , che possono arrivare anche al diniego del posto di lavoro o di ottenere un colloquio.
Non è possibile dire se c’è stato o meno un miglioramento in termini oggettivi. Quello che possiamo affermare è che con un’attività di follow-up delle persone che seguiamo e assicurando un percorso il più inclusivo possibile, abbiamo più volte riscontrato che le persone riescono a realizzare i loro obiettivi personali. Siamo certi che risolvendo il problema di una singola persona si possono raggiungere obiettivi più grandi.
L’impegno in questo ambito ha permesso anche a noi di Croce Rossa Roma di diventare più inclusivi. Parlare di temi che di solito si preferisce non affrontare, come la discriminazione o l’inclusione, consente di migliorare molto.

Che cosa significa concretamente progettazione personalizzata?

Si tratta di una metodologia di approccio incentrata sull’individuo. Una persona si rivolge allo sportello e fa un colloquio nel quale si presenta: racconta cosa sa fare, le proprie esperienze lavorative, ma anche il trascorso personale. Noi approfondiamo quali sono le aspirazioni di ciascuno e le sue attitudini. In seguito, si costruisce un progetto anche con la creazione di percorsi individuali e personalizzati, con un intervento formativo o con tirocini all’interno delle aziende.
Gli Enti pubblici, ad esempio, stanno rispondendo molto bene, in particolare gli Enti di prossimità come i Municipi di Roma. Sul territorio non ci sono molti servizi come questo, che garantiscono una presa in carico multidisciplinare, pertanto gli Enti trovano in noi la risposta alle esigenze di una parte della cittadinanza che altrimenti non riuscirebbero a soddisfare. Gli Enti privati, quindi partner e soggetti con cui abbiamo svolto dei tirocini, sono molto soddisfatti, anche grazie a una generale attenzione e sensibilità nei confronti delle tematiche che il progetto affronta.

Spazio Plus propone il servizio polifunzionale aperto al pubblico. Che tipo di attività svolge il centro polifunzionale?

All’interno di questo centro avviene la maggior parte delle attività, tra cui il bilancio delle competenze, l’orientamento sociale nel quale la persona può ricevere supporto anche su altri fronti, come una consulenza di tipo legale per documenti scaduti oppure per l’accesso ai servizi sanitari, ma anche un supporto di carattere psicologico, educativo e sociale.
Anche dal punto di vista alloggiativo, lo spazio Casa+ ci permette di dare una sistemazione temporanea per chi non ha una residenza stabile. Un’altra attività è quella di sensibilizzazione e formazione. A oggi abbiamo ottomila volontari nella provincia di Roma e organizziamo diversi incontri anche per promuovere i nostri servizi.

​​C’è un’esperienza di una persona che ha beneficiato del progetto che volete brevemente condividere?

Una storia che vogliamo condividere è quella di Sofia (nome di fantasia), donna transgender che dopo un lungo periodo segnato da difficoltà, durante il quale ha lavorato come sex worker, ha scelto con coraggio di rivolgersi al nostro sportello per esplorare nuove opportunità e ricostruire il proprio futuro.
Grazie alla multidisciplinarietà prevista all’interno dell’équipe, siamo riusciti a fornirle un supporto completo, partendo dall’assistenza legale per tutelare i suoi diritti e proseguendo con un percorso di inserimento lavorativo. Insieme a Sofia abbiamo individuato un’opportunità di tirocinio che fosse in linea con le sue capacità e i suoi interessi.
Attualmente – gennaio 2025 – il tirocinio sta per concludersi e con molta probabilità le verrà proposto un contratto stabile. Questo risultato rappresenta un importante passo avanti nel suo percorso di autonomia e stabilità lavorativa. Questa esperienza dimostra come un sostegno adeguato e mirato possa aiutare le persone a superare situazioni difficili e raggiungere i propri obiettivi professionali e personali. La storia di questa donna è un esempio concreto di come sia possibile costruire un futuro migliore attraverso opportunità reali e percorsi strutturati.

L’educazione come strumento di resilienza e di pace

Abbiamo intervistato Ambra Malandrin, referente del progetto “Costruire futuri: promuovere la pace attraverso l’educazione” finanziato dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e promosso dall’Associazione Un Ponte Per. Il progetto promuove la pace attraverso l’educazione non formale e iniziative di protezione nella città di Raqqa, in Siria.

In che cosa consiste il progetto “Costruire futuri: promuovere la pace attraverso l’educazione”. Quali sono i suoi obiettivi?

La situazione di crisi umanitaria in Siria è molto delicata, ci sono gravi carenze dei servizi essenziali, tra cui l’istruzione. Si stima che 2.4 milioni di bambini siano fuori dal sistema educativo e si assiste a un altissimo tasso di analfabetismo. I minori della fascia 12-14 anni vengono mandati a lavorare e le bambine sono costrette a sposarsi.
La città di Raqqa è ancora segnata dall’occupazione dell’ISIS (Daesh, così definito in vari paesi mediorientali. Il termine Daesh è preferito a ISIS, perché delegittima l’organizzazione, evitando di riconoscerla come Stato o rappresentante dell’Islam, e riflette il rifiuto delle comunità locali, che lo usano per sottolineare la loro opposizione). Questa occupazione ha sfaldato il tessuto sociale e ha portato all’aumento del lavoro minorile, dato che le famiglie vivevano in condizioni economicamente degradanti.
Uno degli obiettivi del progetto è di fornire un’educazione non formale per eliminare il divario tra chi va a scuola e chi no: a causa dei costi elevati e della mancanza di strutture molte famiglie non riescono a sostenere la formazione dei figli e delle figlie. Attraverso il progetto forniamo loro alfabetizzazione e competenze numeriche di base per donne analfabete, corsi di recupero scolastico per bambine e bambini fuori dal sistema educativo, per facilitarne il reinserimento nella scuola formale; corsi di supporto extrascolastico per bambine e bambini che, nonostante frequentino la scuola, incontrano difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo.
Nell’ambito dell’educazione non formale rientrano anche la formazione alla costruzione della pace e alla risoluzione dei conflitti. Un altro obiettivo invece riguarda la protezione e il supporto psico-sociale che mira a sostenere lo sviluppo di una resilienza personale per superare problemi derivanti da situazioni di crisi e traumi e per contrastare abusi, lavoro minorile e violenza di genere.

Il progetto è stato sostenuto con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai per la terza annualità. Potete condividere i risultati raggiunti fino ad ora?

Il vostro contributo è stato fondamentale, a partire dal 2022 abbiamo raggiunto in soli sei mesi 4.400 individui con progetti di protezione, attraverso sostegno individuale, attività ricreative e supporto psico-sociale. Nel 2023 abbiamo raggiunto 18.000 persone tramite campagne radio e sessioni individuali, con iniziative di sensibilizzazione incentrate su temi quali: la prevenzione alla violenza di genere, la protezione dei minori, i diritti delle donne e delle persone con disabilità.  Abbiamo assistito a un impatto positivo sulla popolazione, in particolare a Raqqa dove sono stati realizzati degli spazi sicuri per le ragazze sopravvissute alla violenza di genere. Quest’anno, con l’inserimento di altre attività educative e di peace-building, abbiamo raggiunto in soli tre mesi circa 130 bambini e donne con attività educative, 160 con interventi di protezione e più di 10.000 persone con un programma radio per la Giornata Internazionale della pace. Inoltre, facciamo formazione allo staff locale sui temi della violenza di genere in modo da rendere il progetto sostenibile per il futuro.

In che modo si sviluppa l’educazione non formale e quali sono i risultati che vi aspettate da essa?

L’educazione “non formale” è flessibile e risponde a diverse esigenze delle persone. Tre sono le sue componenti fondamentali: integrare nel sistema educativo nazionale i bambini che sono rimasti esclusi, andando a colmare quel vuoto formativo che non gli permette di seguire le lezioni con i loro coetanei. La seconda componente è la preparazione scolastica, ossia i corsi dopo scuola, per sostenere i ragazzi che hanno difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo ed economico e per questo motivo lasciano la scuola. Questo aspetto dell’educazione non formale include un tutoraggio per alcune materie, come la matematica, le scienze e l’inglese. Nei nostri centri c’è una stanza dove i bambini possono rimanere tra un corso e un altro per svolgere i compiti con un insegnante che li aiuta, in modo che possa essere per loro un’occasione di approfondimento.
L’ultima componente è il calcolo di base e alfabetizzazione per le tutrici. In questo modo vengono migliorate le competenze pratiche delle donne ma anche rafforzato il loro ruolo educativo all’interno della famiglia, promuovendo una maggiore autonomia e aumentando le loro possibilità lavorative. Si integra sempre l’educazione alla pace all’interno delle attività ricreative, ad esempio della risoluzione dei conflitti e del cambiamento climatico e sono previste sessioni miste con circa 500 partecipanti per creare un dialogo con la comunità e ridurre le tensioni intergenerazionali, ma anche per sviluppare una maggiore consapevolezza civica.

Che cosa sono gli spazi sicuri e che tipo di attività prevedono?

Gli spazi sicuri di UPP-DOZ sono ambienti protetti dove donne e bambini possono accedere a supporto psicosociale, attività educative e servizi di protezione in un contesto inclusivo e rispettoso. Uno di questi Spazi sicuri è dedicato alle ragazze e un altro a bambini e adolescenti. Il loro fine è quello di garantire protezione, ad esempio al loro interno vi è un approccio integrato che prevede sessioni educative di empowerment, come educazione emotiva e di pace.
Si parla anche di violenza di genere, matrimonio precoce e lavoro minorile. I casi di violenza di genere sono ancora molto elevati, uno fra questi è il matrimonio forzato che vede circa l’80% delle bambine di 15 anni costrette a sposarsi.
Per questa ragione all’interno dei nostri centri le donne trovano staff formato da UPP (case workers) che possono effettivamente sostenerle nei casi di violenza e possono accedervi più facilmente perché si trovano negli stessi luoghi dove le donne si recano per altre attività; quindi, non sono tenute a dichiarare apertamente ai propri familiari (spesso gli stessi abusanti) che stanno andando al centro antiviolenza per chiedere un supporto.
Vi sono inoltre attività ricreative e ludiche e sessioni di formazione genitoriale, che hanno l’obiettivo di implementare la capacità di protezione dei minori all’interno delle famiglie. Molti sono i corsi che prevedono il rafforzamento del sostegno reciproco tra donne perché a Raqqa è molto forte l’isolamento femminile. Vi è anche un luogo predisposto a prendersi cura dei bambini più piccoli così che le tutrici possano partecipare alle altre attività mentre i bambini sono a contatto con esperti nella cura dell’età infantile.

Che tipo di futuro vorreste veder realizzato grazie al progetto?

L’impatto che vorremmo vedere è radicale e duraturo con un’enfasi sull’educazione non formale perché questa per noi è la chiave per il progresso e l’emancipazione e va portata avanti in maniera olistica.
Miriamo a realizzare opportunità di crescita aumentando l’autonomia delle persone con cui lavoriamo e questo è necessario per prevenire delle problematiche contestuali come il lavoro minorile e la violenza. Ovviamente l’educazione pacifica serve anche a questo, a rafforzare il tessuto sociale.
Vorremmo creare e mantenere degli ambienti sicuri e sostenere le persone a superare le difficoltà momentanee, come quelle attuali, in cui la popolazione siriana si trova nuovamente a vivere un momento di dura crisi, ma vorremmo che questi strumenti avessero anche un impatto a lungo termine, in quanto strumenti di resilienza, per costruire un tessuto di pace che parta dalle stesse comunità locali.

A seguito dei recenti spostamenti forzati dovuti ai cambiamenti politici e al rischio di occupazione militare, dai primi giorni di dicembre 2024, Raqqa sta affrontando una situazione emergenziale in cui tutte le scuole pubbliche sono state convertite in centri collettivi per accogliere oltre 50.000 sfollati in poche settimane. Questo ha lasciato migliaia di bambini senza accesso all’istruzione, aggravando il divario educativo già esistente. I bambini sfollati, inoltre, non frequentano la scuola, aumentando ulteriormente il bisogno di interventi di educazione non formale in contesti di emergenza. Nei prossimi mesi, monitoreremo con attenzione i cambiamenti e la crescente domanda, come dimostrato dalle lunghe liste d’attesa per i nostri corsi di educazione non formale, che superano di gran lunga le risorse attualmente disponibili.

Conservare la memoria per trasformare la realtà

Abbiamo intervistato Raffaella Bolini, vicepresidente nazionale Arci che ci ha parlato del portale “Pace in movimento. Storia del pacifismo italiano”, un progetto finanziato dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, volto alla divulgazione della storia del movimento pacifista italiano; perché se è tanto importante conoscere gli errori della storia, è bene conoscere anche quali sono le storie positive del nostro paese, quelle che ci danno il coraggio di continuare a impegnarci nella realizzazione della pace.

Come è nata l’idea di realizzare questo “Portale del pacifismo italiano” e perché avete ritenuto fosse importante?

Il progetto del Portale è un’impresa collettiva che coinvolge tre organizzazioni: ARCI, “Un ponte per” e “Sbilanciamoci”. L’idea è nata per la congiunzione tra due storie. Quella di Tom Benetollo, presidente indimenticato dell’ARCI e quella del pacifismo italiano. Mentre pensavamo a cosa fare per ricordare Tom, visto che quest’anno cade il ventesimo anniversario della sua morte, abbiamo riflettuto su ciò che sta avvenendo ora in Ucraina e a Gaza. Queste guerre ci danno l’idea che tutti i limiti, in termini di orrore, sono stati superati.
Crediamo fortemente che la memoria di ciò che è stato, sia qualcosa che abbiamo il dovere di trasmettere a chi viene dopo di noi. Gli alberi senza le radici non crescono e siccome la storia dei movimenti sociali e soprattutto del pacifismo non è molto conosciuta, vogliamo raccontarla in modo corretto.
Faccio parte della generazione pacifista che ha mosso i primi passi negli anni ’80 e, seppur continuiamo ad essere attivi, questo è il tempo di una generazione nuova che si affaccia all’attivismo sociale ma che sta affrontando anche delle sfide incredibili.
Quando abbiamo iniziato, si aveva la percezione di poter aspettare affinché gli effetti del movimento pacifista potessero concretizzarsi. Abbiamo visto gli effetti di quelle battaglie per la pace: la nostra generazione ha lottato per l’abbattimento del muro di Berlino ed è caduto, abbiamo combattuto per la liberazione di Nelson Mandela e assistito alla sua scarcerazione. Ora invece le nuove generazioni devono combattere con il fattore “tempo” perché quello che accade sta mettendo in pericolo la sopravvivenza stessa dell’umanità.
La mia generazione non deve dare lezioni ai più giovani, che hanno sfide molto grandi di fronte a sé, poiché ogni generazione costruisce la propria cultura anche rompendo con le generazioni passate. Tuttavia, conoscere la storia permette di avere delle solide basi su cui poter progettare il futuro.

Come è strutturato il portale e chi può averne accesso?

Il portale è ad accesso libero, tutti possono fruirne. Al suo interno è strutturato con diverse sezioni.
Una di queste sezioni racconta le radici del pacifismo prima degli anni ’80, includendo anche il pacifismo precedente alla Prima Guerra mondiale. Un’altra sezione è incentrata sugli anni ’80, sulla lotta al disarmo nucleare e l’abbattimento del muro di Berlino. Poi si raccontano gli anni ’90, in cui il pacifismo si è effettivamente diffuso nel mondo, il decennio delle guerre balcaniche e dell’impegno per la pace in Medio-Oriente.
Si passa poi alla sezione dedicata agli anni 2000, il decennio in cui il movimento pacifista si intreccia con il movimento per la giustizia globale, sociale e climatica. In quel periodo il pacifismo non è più un movimento a parte, ma incorpora tante istanze e l’esistenza di una rete globale che sfocia nella protesta contro la guerra in Iraq che fa dire al New York Times che quel movimento è la seconda super potenza mondiale. Gli anni successivi sono quelli del rafforzamento dell’estrema destra che inizia a prendere piede ovunque, come risposta reazionaria alle paure delle persone di fronte alla crisi globale. Infine, l’ultimo decennio, quello contemporaneo, che ha di fronte a sé una guerra mondiale “a pezzetti”, che rischia di diventare totale.

Nel 2018 il premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel e il presidente Daisaku Ikeda hanno lanciato un appello ai giovani del mondo in cui scrivono: «In questo XXI secolo, l’umanità è chiamata ad affrontare continui cambiamenti e difficili prove. Bisogna conservare la memoria perché essa illumina il presente e genera la capacità e la resilienza dei popoli per costruire nuove alternative, luci di speranza per far sì che “un altro mondo sia possibile”». Qual è il ruolo della memoria nella costruzione di “un altro mondo possibile”?

Le persone tendono a connettere la memoria con le tragedie passate e non alla storia che trasforma il mondo, agli eventi positivi, alla lotta, all’entusiasmo, alla determinazione e alla pazienza che hanno pian piano cambiato le cose.
Tendiamo a non soffermarci sulla storia positiva che ha contribuito al cambiamento ma raccontiamo molto di più le storie tragiche.
È importante secondo me trasmettere alle nuove generazioni che la “strada” su cui camminano è una storia colma di energia positiva e di persone che hanno lottato prima di loro. Il filo rosso che lega la lotta per l’emancipazione e la liberazione degli esseri umani arriva da lontanissimo, ed è un filo che interseca tantissime culture, ideologie, esperienze diverse. La storia pacifista è un filo che corre lungo tutta la storia dell’umanità, comprende le rivolte dei contadini nel ‘500, delle persone bruciate sui roghi, le tante storie di ribellione contro l’ingiustizia. Dovremmo sentirle tutte come storie nostre. Siamo figli di un’immensa narrazione che è riuscita a combattere contro poteri giganteschi orientati verso il dominio.
La memoria significa essere consapevoli che veniamo da un percorso lunghissimo che è passato anche attraverso grandi sconfitte. Un esempio è la storia del movimento di liberazione in Italia dal nazifascismo. Noi celebriamo la sua vittoria, la parte relativa alla liberazione, ma non sappiamo molto della storia precedente, quella che riguarda tutti i partigiani che hanno lottato e perso la vita in un momento in cui il fascismo sembrava essere infallibile. Ma senza di loro, il 25 aprile non ci sarebbe stato. Dobbiamo riappropriarci di tutta la storia di coloro che hanno lottato per liberarci dalla sopraffazione e dal dominio che l’essere umano tenta di manifestare nel controllare l’altro e la natura. In questo modo possiamo pensare che “un altro modo sia possibile”.

Come saranno organizzati gli incontri di sensibilizzazione e quali risultati vi aspettate?

L’idea è di organizzare delle iniziative che coinvolgano attivamente le persone, che siano aderenti ai bisogni di chi ce le chiederà. Per esempio, unire la presentazione del Portale a una discussione su come essere migliori pacifisti oggi, con il coinvolgimento dei giovani e degli studenti.
Vorremmo usare il Portale per darci la forza di discutere su come fare ora per essere pacifisti attivi. In una recente iniziativa che abbiamo organizzato a Piacenza, c’erano molti attivisti, una ragazza ha affermato che seppur lei credeva nella nonviolenza, nel mondo contemporaneo ha iniziato a pensare che forse la violenza sia l’unica opzione possibile. Allora, le ho raccontato di quando ero un’attivista giovane negli anni ’70, un movimento che poi degenerò in violenti scontri di piazza. Questo mi portò ad allontanarmi dalla politica in quel periodo, per paura.
Negli anni ’80 ricominciai a seguito di una manifestazione per la pace in cui vidi la partecipazione di tante persone nonviolente. Lì compresi che la forza della non violenza è il mezzo per esprimere il massimo livello di partecipazione. Infatti, grazie alla non violenza tutti esprimono il dissenso senza bisogno di delegare nessuno per la paura di essere coinvolti in un conflitto violento.
La nonviolenza è l’esperienza massima di manifestazione del conflitto – un elemento sempre presente nella storia dell’essere umano – che ha la forza di potersi esprimere pacificamente da parte di tutte e tutti, anche dalle persone più vulnerabili.

Supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia

Abbiamo intervistato Andrea Bellardinelli, coordinatore di Programma Italia di EMERGENCY, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia, che ha come obiettivo quello di rispondere alle necessità sociosanitarie di braccianti agricoli vittime di sfruttamento lavorativo e in condizioni di vulnerabilità.

Come nasce il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia?

L’Italia ha un’enorme produzione ortofrutticola, è tra i più grandi e migliori produttori in Europa. Le nostre primizie sono di qualità eccellente, e tale produzione è una spina dorsale della nostra economia. In alcune situazioni però questo è il risultato di un grandissimo sfruttamento, di caporalato e contratti fittizi. In questi contesti, i braccianti sono costretti a lavorare in situazioni allucinanti per dieci o dodici ore al giorno, in un clima asfissiante, senza protezioni e la maggioranza risiede in edifici fatiscenti o insediamenti informali, senza acqua potabile e servizi igienici.
È estenuante vedere le condizioni di vita di persone a cui viene promesso un lavoro florido e ben retribuito, ma poi vengono sfruttate. Lo scopo di EMERGENCY, attraverso il progetto in supporto ai braccianti agricoli in Campania, Calabria e Sicilia è fare in modo che queste persone siano curate perché è un loro diritto fondamentale, e anche che siano consapevoli dei propri diritti. Il progetto trova il suo fondamento nell’articolo 32 della Costituzione che affronta il tema dell’universalità delle cure che devono essere garantite a ogni individuo presente sul nostro territorio, e non a ogni cittadino.

In cosa consiste il progetto?

In stretta collaborazione con le ASL locali, il progetto risponde alle necessità socio-sanitarie di braccianti agricoli in gravi condizioni di vulnerabilità attraverso l’offerta di mediazione, supporto socio-amministrativo e supporto al percorso di cura, e attraverso l’erogazione diretta di prestazioni mediche, infermieristiche e psicologiche.
Questo non significa sostituirsi al sistema sanitario esistente ma implementare un approccio che tenga in considerazione le diverse determinanti sociali della salute.
I migranti e i lavoratori stagionali che sono vittime di sistemi di sfruttamento lavorativo, spesso non sono consapevoli dei loro diritti. Faticano a orientarsi nel sistema sanitario anche per la quasi totale assenza di mediatori culturali, per gli ostacoli di tipo amministrativo e burocratico, ma anche banalmente la difficoltà pratica di raggiungere i presidi sanitari.
Come EMERGENCY abbiamo investito moltissimo sulla figura del mediatore culturale, grazie a loro si può risparmiare molto tempo perché orientano le persone e fanno capire velocemente al personale sanitario di che cosa c’è bisogno, a quel punto il paziente diventa autonomo.
Il progetto si avvale di cliniche mobili che girano nelle campagne sparse, polverizzate, infatti uno dei problemi più grandi è l’accesso alle cure. Lavoriamo spesso dalle 15.00 alle 21.00 perché è il momento in cui intercettiamo la fine del lavoro nei campi e loro hanno tempo per farsi visitare.
Quando non sai come muoverti o gli orari degli ambulatori delle ASL non rispettano i tuoi orari di lavoro, non puoi perdere una giornata di lavoro perché significa che poi non hai da mangiare.
Siamo testimoni di molte esperienze virtuose grazie al progetto, ad esempio persone di seconda generazione che lavoravano nelle serre in Sicilia e hanno visto i genitori spezzarsi la schiena.
Alcune di loro sono riuscite a laurearsi e sono diventate degli asset per il programma Italia di EMERGENCY.
Sono dei professionisti incredibili proprio per via dell’esperienza vissuta e sanno cogliere immediatamente il problema della persona, specialmente se viene dalla stessa area geografica. Queste persone sono portatrici di una conoscenza nuova, di un nuovo pezzo di vita con la quale per forza dovremo interagire.

Avete attivato delle collaborazioni e delle reti con competenze complementari alle vostre affinché la presa in carico delle persone vada anche al di là di quella sanitaria?

Il gruppo multidisciplinare di EMERGENCY è nato proprio per dare una risposta organica e ha sviluppato una proficua collaborazione con una rete di partner presenti sul territorio (pubblica amministrazione, ASL, attori del Terzo Settore ed enti privati).
Associazioni come ASGI, con cui ci interfacciamo per la parte della tutela del diritto di accesso alle cure, i gruppi GrIS che sono la “propaggine” territoriale della SIMM, la Rete Castel Volturno Solidale che si occupa anche della parte legale e sociale. Prendendo come esempio il territorio di Castel Volturno, cito in particolare la collaborazione con l’Ex Canapificio di Caserta per la tutela legale e i Missionari Comboniani per l’accompagnamento sociale.
Ogni territorio ha le sue specificità ma la rete è sempre attivata a doppio senso, proprio per fare in modo che ogni realtà possa dare al beneficiario il massimo delle competenze possibili. Tutto questo, al netto delle difficoltà strutturali di un Paese che investe troppo poco sul welfare e sulla sanità, permette di fare il massimo con le risorse disponibili e proprio per questo, quando si riesce, il lavoro prodotto ha un valore molto importante, non solo per la persona ma anche per la stessa struttura della rete.

Cosa ti spinge a fare questo lavoro e cosa diresti ai giovani?

Spesso ci sono più frustrazioni che soddisfazioni e la tendenza è che ti porta giù nello sconforto più totale. A volte la sera arrivo che vorrei mollare tutto però poi la mattina ricomincio… finché funziona così va bene. È un lavoro che porta tante frustrazioni ma c’è anche tanto valore all’interno di quello che si fa.
Se c’è un grande valore, poi si superano anche tutte le difficoltà.
La mia fortuna è avere dei colleghi incredibili, delle persone veramente fantastiche.
Mi piacerebbe vedere molti più giovani in posizioni di responsabilità nei luoghi di decisione, in Italia noi tendiamo a non aver fiducia, e questo è un errore fondamentale.
Ai giovani voglio dire: abbiate fiducia, rompete le scatole, andate avanti per quello che credete ed esigete responsabilità se siete persone competenti. Una persona giovane è di per sé rivoluzionaria, ha voglia di mettere in gioco tutto e quindi non dovete avere paura di pretendere la dignità di ciò che avete capitalizzato anche solo se in una fase breve della vita. Il tempo è relativo, conta anche la qualità e la forza di certe esperienze. Non ascoltate quella voce che vi dice che non ce la farete.

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