Giovani, siate protagonisti del cambiamento!

Abbiamo intervistato Clara Masetti di Source International e responsabile del progetto “Langhe a scuola: azioni e voci per il clima” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha come obiettivo quello di formare studenti e studentesse, e insegnanti sulle cause e sulle azioni di adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.

Qual è la mission di Source International ONLUS?

È un’organizzazione non governativa che nasce in Italia, ma la sua missione è di fornire supporto scientifico e tecnico a tutte le comunità nel mondo che decidono di lottare per i diritti umani, in particolare per il diritto di vivere in un ambiente sano. Ad esempio, comunità che si trovano in situazioni di forte inquinamento a causa di grandi attività antropiche. 
In Italia accompagniamo il supporto scientifico e tecnico con una serie di attività di sensibilizzazione e educazione. Quindi, interveniamo da un lato con delle azioni concrete di impatto sul territorio, dall’altro con azioni per la prevenzione, la consapevolezza e la sensibilizzazione della popolazione.

È da poco iniziato il progetto “Langhe a scuola: azioni e voci per il clima”. Può raccontarci com’è nato e quali sono i suoi obiettivi?

Le Langhe sono un territorio piemontese che dal 2022 soffre una gravissima situazione di stress idrico, tanto che nel 2023 molti comuni della zona sono stati riforniti di acqua dalle autobotti.
Ci siamo interrogati sulle problematiche della zona e cosa si potesse fare. Insieme agli insegnanti dell’Istituto Comprensivo di Bossolasco-Murazzano è nata l’idea di un percorso educativo con studenti e studentesse, di scuola primaria e secondaria, incentrato sulla crisi idrica, la siccità e le strategie di mitigazione. Come prima cosa, poiché la maggior parte delle scuole montane sono dotate di orti scolastici, abbiamo installato delle cisterne per la raccolta di acqua piovana. Poi il percorso si è incentrato sull’importanza della biodiversità, in un’ottica di mitigazione del cambiamento climatico: le Langhe sono una zona caratterizzata da coltivazioni di viti e noccioli, un territorio quindi molto bello però poco biodiverso, con tutta una serie di criticità conseguenti.

Il progetto si sviluppa in tre azioni specifiche, puoi descriverle?

Il primo obiettivo è sviluppare un percorso insieme agli insegnanti, dove studenti e studentesse vengono sensibilizzati attraverso l’accesso alle informazioni su tematiche ambientali e sul cambiamento climatico. 
Il secondo è sviluppare delle azioni concrete per fare in modo che tutto questo si possa concretizzare con delle azioni d’impatto locali. Una di queste è la rigenerazione, da parte delle classi, di duemila metri quadrati  di terreno comunale abbandonato e la creazione di una foresta, piantumare quindi una serie di specie vegetali che si sono perse, che sono endemiche e tradizionalmente molto importanti per la cultura locale, ma che sono state sostituite dalle monocolture. 
La piantumazione di una foresta ha una prospettiva temporale molto lunga, quindi è una buona metafora per rappresentare quelle che sono le azioni di mitigazione del cambiamento climatico.
L’ultimo obiettivo è la creazione da parte di studenti e studentesse di una Graphic Novel di buone pratiche per il clima, ideare un fumetto che possa fungere da manuale di buone pratiche.

In che modo il progetto mira a mettere in pratica quanto stabilito nel Commento Generale n. 26 sui diritti dei bambini in relazione al cambiamento climatico delle Nazioni Unite?

Il commento dell’ONU vede i giovani come attori del cambiamento. 
Da un lato incoraggia a fornire un accesso alle informazioni e dare loro gli strumenti per comprendere tematiche attualissime, come il cambiamento climatico, la biodiversità e i processi possibili di partecipazione pubblica. Dall’altro far sì che la voce dei giovani sia ascoltata perché saranno loro a ereditare il mondo ed è giusto che si rendano conto di avere un grande potere. 
Il punto è incoraggiare i giovani a riappropriarsi del loro futuro. 
Per esempio, il secondo laboratorio sarà dedicato alla partecipazione pubblica giovanile, incentrato su quali strumenti esistono affinché i giovani possano avere una voce nelle politiche locali e partecipare alla vita politica del proprio territorio. 
Le nuove generazioni sono quelle più sensibili a tali tematiche e possono portare un contributo fondamentale nelle politiche di gestione, mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. 

Ci sono delle azioni che i cittadini possono fare per ridurre l’impatto che il massiccio uso di acqua, come avviene ad esempio per le monocolture, sta avendo sul territorio piemontese?

Di azioni ce ne sono! Le abbiamo chieste a studenti e studentesse. L’anno scorso hanno creato un Manuale del risparmio idrico mettendo insieme idee fantasiose e altre più realistiche per i cittadini di questa zona. Noi come Source International abbiamo una serie di strumenti scientifici e tecnici che possiamo fornire, ma senza la conoscenza del territorio della comunità locale e la loro capacità di intervenire non andiamo da nessuna parte.
Come azioni da fare ad esempio è possibile installare una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana che permette di immagazzinare l’acqua nei periodi di forti precipitazioni e di irrigare l’orto in modo che il terreno la possa riassorbire più diluita nel tempo. Oppure ridurre le monocolture.
Pensando al giardino di casa, si possono adottare alcuni princìpi dell’agroecologia e associare diverse piante in un’ottica di introdurre delle specie più resistenti alla siccità. I cambiamenti climatici sono una cosa reale che dobbiamo affrontare e la siccità di conseguenza, quindi, dobbiamo riprendere una serie di pratiche che possano aumentare la resilienza del territorio, per esempio riprendendo tutte quelle specie antiche che erano molto più resistenti agli stress ambientali.
A livello comunale è importante creare delle oasi come la foresta per la biodiversità che stiamo realizzando grazie al progetto, oasi di tutela ambientale fondamentali per la ricchezza di specie. La creazione di reti di scambio è fondamentale per la buona riuscita di ogni progetto e per avere un impatto sul territoriale locale. Soprattutto in zone di questo tipo dove i territori sono poco popolati e i Comuni possono fare rete tra loro e con le associazioni presenti. È fondamentale dare visibilità ai progetti in ambito ambientale, realizzati a livello locale, affinché siano replicabili in altre zone.

Quando si parla di azioni per il clima ogni luogo ha le sue peculiarità oppure ci sono soluzioni che interessano tutti?

I problemi legati all’acqua e biodiversità colpiscono o colpiranno tutti i territori. Ci sono territori che sono più resilienti perché hanno più capacità naturale o infrastrutturale. 
Rendersi conto dell’importanza di buone pratiche per la biodiversità è molto importante per tutti i territori, perché una caratteristica diffusa è quella di sostituire le specie vegetali tipiche che invece sono fondamentali per la biodiversità animale, per il suolo e l’ecosistema.
Dovremmo stimolare una visione più ecosistemica e uscire dalle dinamiche di utilitarismo e da una visione antropica. Dovremmo fare delle azioni che abbiano delle ripercussioni a lungo termine, benefici in termini di anni, e non considerare solo un impatto breve e vantaggioso per noi esseri umani.

Proteggiamo l’ecosistema marino nel Golfo di Palermo

Abbiamo intervistato Madia Mauro della Fondazione Marevivo, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “3R per il mare”, che ha come obiettivo quello di rigenerare, recuperare e rispettare l’ambiente marino-costiero nel Golfo di Palermo.

Come è nato il progetto “3R per il mare” e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto si svolge in Sicilia, nel Golfo di Palermo, un’area marina particolarmente degradata e ha tre obiettivi: contribuire ai processi di ricolonizzazione delle praterie di posidonia oceanica (pianta acquatica fondamentale nell’ecosistema marino) strutturando un’operazione di trapianto, attivare delle azioni di contrasto all’inquinamento marino con il recupero di pneumatici abbandonati nei fondali e sensibilizzare docenti e studenti della scuola superiore tramite attività educative.
La prima R del progetto (3R per il mare) è “Rigenerare”, dare cioè nuovo respiro alle risorse naturali. Questa prima fase intende preservare l’ambiente marino costiero attraverso l’intervento di riforestazione di posidonia oceanica che produce ossigeno.
La seconda R consiste nel “Recuperare” per contrastare l’inquinamento. In questo punto nei fondali si trovano pneumatici di grandi dimensioni abbandonati illegalmente, che nel tempo si deteriorano e rilasciano microparticelle che si disperdono nell’ambiente. Alcuni pneumatici recuperati avranno una nuova vita. Dopo trattamenti in impianti specializzati si otterrà un granulato polverino di gomma che potrà essere utilizzato per la produzione di asfalti modificati, pavimentazioni, manufatti, superfici sportive, materiale per l’isolamento e l’arredo urbano.
L’ultima R del progetto è “Rispettare”. Dobbiamo tutelare l’ambiente in cui viviamo e che ci ospita perché se non è in buona salute anche noi rischiamo di non esserlo. Per rispettare dobbiamo conoscere. Questo terzo punto riguarda, appunto, le attività di educazione ambientale, coinvolgendo le istituzioni scolastiche.

In cosa consistono le attività educative?

Le attività di educazione ambientale coinvolgono sia docenti che studenti, attraverso i laboratori didattici realizzati dai nostri operatori. Questi si svolgono all’interno del nostro Centro di educazione ambientale Baia del Corallo, di recente inaugurazione, una splendida struttura attrezzata, situata in un’area marina protetta nel Golfo di Palermo.
I laboratori hanno l’obiettivo di spiegare agli studenti le caratteristiche del mare, la sua preziosa funzione di regolatore del clima, l’importanza delle praterie di posidonia, il legame tra il mare e il patrimonio di tradizioni e saperi locali e di sensibilizzare sulla necessità di proteggere la biodiversità in tutta la sua complessità poiché la nostra vita è legata in maniera inequivocabile a quella del mare e dell’ambiente.
Il materiale divulgativo realizzato favorisce una corretta informazione e comprensione del valore dell’ambiente e della necessità di tutelarlo. Le future generazioni saranno i decisori di domani. Solo “entrando” nelle scuole si avvierà una conversione culturale. È attraverso la consapevolezza che possiamo pensare di affrontare il difficile futuro che l’umanità ha davanti, mettendo in atto la transizione ecologica che il mondo ci chiede. Questo progetto, che prevede la presenza di personale specializzato e un grande lavoro di rete tra diversi partner, non sarebbe stato possibile senza il sostegno dei fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Siamo felici di poter intervenire in questo territorio così fortemente degradato e ridare ossigeno a una “perla” del Mediterraneo.

Perché il mare è così importante per mantenere l’equilibro nell’ecosistema?

Il mare produce più del 50% dell’ossigeno che respiriamo, anche se in molti non lo sanno. Lo produce tramite gli organismi fotosintetici, come le piante marine che andremo a piantumare, tra cui la posidonia oceanica, che producono ossigeno e assorbono anidride carbonica.
L’Oceano assorbe 24 milioni di tonnellate al giorno di anidride carbonica contribuendo a mitigare gli effetti delle emissioni antropiche che causano il riscaldamento globale. Le attività umane infatti creano più del 90% del calore in eccesso che, immagazzinato dalla Terra negli ultimi 50 anni, si trova principalmente nell’oceano.
La causa principale di inquinamento marino è rappresentata dalle plastiche e dalle microplastiche che sono dei frammenti molto piccoli chiaramente erosi e lavorati dall’acqua. Stazionano nei fondali e possono mettere in pericolo la vita degli animali marini. Le microplastiche sono state trovate anche nel nostro corpo, nel sangue, nella placenta umana, persino nel cervello. Tutto è collegato.

Cosa possiamo fare nel quotidiano per sviluppare una coscienza ecologica in noi stessi anche negli altri?

Ovviamente servono delle leggi per tutelare l’ambiente marino e che mettano limiti dell’over fishing, vietino i grandi eventi su siti naturali e semi naturali, contrastino la pesca illegale, o come la petizione europea che stiamo sostenendo per chiedere l’abolizione della pratica brutale dello spinnamento degli squali, ma è importante essere consapevoli che ognuno con le proprie azioni può portare un cambiamento, anche se piccolo.
Un gesto come buttare a terra un mozzicone di sigaretta può essere fatto in maniera inconsapevole ma sicuramente ha un impatto enorme sull’ambiente. Possiamo fare la differenza con le nostre scelte come ridurre il consumo di plastica monouso, utilizzare borracce, comprare gli alimenti sfusi invece che confezionati, fare scelte alimentari e acquisti sostenibili e consapevoli, evitare l’abbigliamento sintetico che in lavatrice rilascia microplastiche che finiscono in mare, e tanto altro.
In questo modo non solo riduciamo il nostro impatto ma siamo anche di esempio per gli altri, come i nostri figli e le persone che ci stanno intorno, innescando un meccanismo virtuoso in linea con i princìpi della transizione ecologica.
Ciascuno di noi può e deve fare la differenza, per essere parte del cambiamento.

Una struttura di Co-Housing destinata a giovani LGBT+

Roma. Con il sostegno dei fondi 8×1000 dell’IBISG è stata aperta la prima struttura di co-housing nel centro storico di Roma destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti (Refuge Co-Housing LGBT+).

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma.

Il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma.

La struttura, avviata questa estate, ospita in regime di semiautonomia sino a 3 persone LGBT+ che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

In occasione dell’inaugurazione della struttura sono intervenuti Lorenza Bonaccorsi, presidente Municipio 1 del comune di Roma, Claudia Santoloce, assessora Pari Opportunità Municipio 1, Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+ e Francesco Sangregorio per l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

I due ragazzi che attualmente risiedono in Refuge Co-Housing LGBT+ hanno accolto gli ospiti preparando un dolce che hanno loro offerto per la colazione e, nel frattempo, li hanno intrattenuti raccontando le proprie esperienze e condividendo l’importanza di questa opportunità e di un tale sostegno per ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, avendo la possibilità di esprimere al massimo il proprio potenziale.

Comunicato stampa

GIOVANI LGBT+ SALVATI GRAZIE A REFUGE CO-HOUSING LGBT+

Refuge Co-Housing LGBT+ è la struttura di Co-Housing, gestita da Gay Center, destinata a giovani LGBT+ vittime di violenza e discriminazione e/o migranti, per un progetto di piena inclusione per la prima volta nel centro storico di Roma, il progetto ha il sostegno dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che ne garantiscono la gestione, Flying Tiger Copenaghen che ha co-finanziato le spese di ristrutturazione, mentre la struttura è un bene confiscato alla mafia che è stata assegnata grazie all’impegno del Municipio 1 del Comune di Roma

La struttura, avviata questa estate ospita sino a 3 persone LGBT+, in regime di semiautonomia, che provengono da situazioni di violenza e discriminazioni per la prima volta nel centro di Roma.

“Ogni anno, attraverso il servizio della Gay Help Line 800 713 713, riceviamo centinaia di richieste di aiuto da parte di persone LGBT+, prevalentemente giovani, che subiscono violenze all’interno delle proprie famiglie e necessitano di un luogo sicuro in cui rifugiarsi. L’apertura, questa estate, del Refuge Co-Housing LGBT+ ha rappresentato un’aggiunta significativa al nostro Network Refuge LGBT+, permettendoci di accogliere oltre 140 persone dal 2016 a oggi. Questa struttura è specificamente dedicata a coloro che hanno superato la fase più traumatica e sono pronti a intraprendere un percorso verso l’autonomia. Refuge Co-Housing LGBT+ offre loro l’opportunità di proseguire studi specialistici o post-diploma, percorsi che gli utenti non potrebbero affrontare da soli, con l’obiettivo di garantire migliori opportunità lavorative e superare le discriminazioni che le persone LGBT+ affrontano nel mondo del lavoro. Questo grande traguardo è stato possibile grazie al prezioso contributo dei partner che ci sostengono” dichiara Marina Marini, Responsabile del Network Refuge LGBT+

“Come membri della Soka Gakkai, siamo profondamente convinti che la vera dignità di ogni persona si realizzi solo con l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e pregiudizio. Sostenere il progetto Refuge Co-Housing LGBT+ rappresenta per noi un impegno concreto nel garantire spazi sicuri e tutele concrete, dove giovani persone LGBT+ possano ritrovare speranza e costruire un futuro libero dalla paura, esprimendo al massimo il proprio potenziale” ha affermato Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

“In Italia siamo ancora molto indietro per l’accoglienza delle vittime di omobitranfobia, che molto spesso sono vittime di violenza familiare e non hanno un posto sicuro dove stare, per questo come Municipio 1 di Roma, abbiamo deciso di dedicare questa casa sequestrata alla mafia per supportare le a comunità LGBT+. Questo servizio si aggiunge anche allo sportello che abbiamo dedicato alle persone LGBT+, in questo modo il nostro Municipio mostra concretamente di essere in prima linea per i diritti LGBT+” affermano Lorenza Bonaccorsi Presidente Municipio 1 e Claudia Santoloce Assessora Pari Opportunità Municipio 1

Si riportano di seguito le dichiarazioni dei primi utenti di Refuge Co-Housing LGBT+

Mario (ragazzo transgender di 24 anni):

Essere ospitato da Refuge Co-Housing LGBT+ è prima di tutto una fonte di rassicurazione, qui vivo con l’angoscia costante di un futuro incerto. Finalmente posso smettere di annegare nei dubbi e iniziare a credere nei miei sogni, anche se piccoli, come quello di trovare un angolo di pace. Un luogo dove non devo sempre pensare a come sopravvivere, a come proteggermi dalle persone che mi feriscono per sentirsi meglio con sé stesse. Qui ho capito che esistono davvero persone che mi aiutano e mi danno la possibilità di formarmi per avere un futuro migliore. E questo, per me, è prezioso. Refuge LGBT+ per me rappresenta anche una sfida: è il tentativo di riprendere in mano la mia vita e diventare autonomo, nonostante le difficoltà.

Jacopo (ragazzo gay di 20 anni):

Per me Refuge LGBT+ è stata una seconda possibilità di vita. A 17 anni, sono stato vittima di violenze e discriminazione in casa perché gay, e mi sono sentito perso, come se il mondo mi avesse voltato le spalle. Entrare in questa casa famiglia ha significato non solo avere un tetto sopra la testa, ma soprattutto ricevere affetto, che è la cosa più importante. Qui, ho trovato persone che mi hanno accettato per quello che sono e mi hanno permesso di crescere senza subire violenze e la paura di essere giudicato. Grazie al sostegno di Refuge LGBT+ sono riuscito a diplomarmi e ora sto continuando a inseguire i miei sogni, grazie a Refuge Co-Housing LGBT+ che mi consente di studiare all’università.
Nonostante lavori part time, posso contare sulla casafamiglia, riuscendo a dedicare molte ore allo studio, cosa che diversamente non avrei potuto fare. Posso essere me stesso, con i miei tempi, senza la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Qui ho trovato la libertà di costruire il mio futuro, con amore e comprensione.

Ancora natura per il Col di Lana

Il progetto “Ancora natura per il Col di Lana”, promosso dall’associazione PEFC Italia e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, si sviluppa in un’area forestale di 150 ettari del Col di Lana, in Veneto, duramente colpita dalla tempesta Vaia avvenuta tra il 26 e il 30 ottobre 2018.

Può raccontarci brevemente la storia del progetto “Ancora natura per il Col di Lana”? Come è nato e quali sono i suoi principali obiettivi e risultati previsti o già raggiunti?

Eleonora Mariano (PEFC Italia), responsabile di progetto: Il progetto nasce a ottobre 2018 con la tempesta Vaia, un evento estremo che ha messo in difficoltà moltissime aree del nord est e la provincia di Belluno. In poche ore sono caduti circa nove milioni di metri cubi di alberi, che corrispondono a ciò che si raccoglie in sette anni di attività di selvicoltura naturalistica, quindi attenta alla natura.
È stato un evento disastroso.
A seguito di questo evento PFEC Italia (Programma di Valutazione degli schemi di certificazione forestale), insieme a Coldiretti e a Rete Clima, ha voluto dare il via a un’attività in un’area in particolare, il Col di Lana, per aiutare la natura a fare quello che avrebbe fatto da sola ma in tempi più lunghi.
Gli obiettivi del progetto sono di favorire la rinascita della natura con un’attività di ripristino e di riforestazione, creare un sentiero naturalistico e promuovere la sensibilizzazione e il coinvolgimento dei giovani studenti della zona.
I fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana sono stati fondamentali perché ci hanno consentito di portare il progetto “Ancora Natura”, che era già stato avviato in altre aree, qui nella provincia di Belluno e nel Col di Lana.
Abbiamo potuto mettere insieme vari professionisti, realtà imprenditoriali e realtà locali che insieme a noi vogliono proseguire, aumentare e diffondere le attività elaborate e definite nell’ambito del progetto.
Quindi è stato un “enzima” che ci permetterà di proseguire il lavoro anche dopo la fine del progetto.

Quali sono state le maggiori sfide che avete affrontato?

Orazio Andrich, dottore forestale coinvolto nel progetto: Le difficoltà iniziali sono state enormi, la tempesta di Vaia ha causato danni terribili, anche in boschi che noi pensavamo fossero abbastanza stabili. A seguito della tempesta si è verificata un’infestazione, ancora in corso, di un insetto che divora le piante.
La prima sfida è stata chiederci quanto dovevamo affidarci alla natura e quanto invece era importante intervenire. Abbiamo innanzitutto cercato di dare una risposta dettagliata e obiettiva a queste due alternative.
Abbiamo “aiutato” la natura con la composizione delle specie arboree, ma nei boschi di alta quota come quelli in cui ci troviamo – qui siamo a 1600-1850 metri di altitudine – non è così facile.
Le specie scelte sono state il larice, il pino cembro e latifoglie, in aggiunta all’abete rosso che ricrescerà spontaneamente. Le ceppaie dei tronchi abbattuti che sono rimasti, saranno utili come aiuto alla micro-protezione di queste piante.
Un’altra sfida è stata quella degli “ungulati”, principalmente cervi, ma anche camosci e caprioli, che di fronte a queste piante nuove tendono a cibarsene. Infine, la sfida naturale più forte sono la neve e il gelo, ma anche le diverse variazioni climatiche. Noi abbiamo incluso questa complessità nel nostro pensiero progettuale e in una semplicità operativa, attivando una profonda riflessione e osservazione di com’è la natura del territorio, imitandone le dinamiche.

Qual è stato l’impatto del progetto sulla comunità locale e quale ruolo ha avuto la comunità locale nella realizzazione e nel supporto del progetto?

La comunità locale a Livinallongo e nell’alto Cordevole all’inizio è stata impegnata nell’affrontare problemi molto concreti, con l’esondazione dei torrenti, le valanghe, la sistemazione delle strade e delle case.
Il nostro progetto, di fatto, ha avuto due momenti chiave di confronto con il territorio e con la comunità locale. 
In un primo momento, proprio con l’avvio del progetto, abbiamo lavorato per studiare e capire nel dettaglio le esigenze e le dinamiche specifiche di quest’area: il nostro obiettivo infatti è quello di realizzare un intervento che si inserisca in maniera armoniosa e funzionale con il paesaggio e la comunità locale. Per raggiungere questo obiettivo, la conoscenza del territorio e dei suoi abitanti è stato ed è un elemento essenziale. In questa fase iniziale, la comunità ci è stata vicina e noi abbiamo potuto dare loro un supporto motivazionale, facendo sapere che non erano soli.
Il secondo momento di confronto è legato all’implementazione vera e propria del progetto di riforestazione e di ripristino del sentiero che ha visto coinvolti nella realizzazione ditte e operatori locali. In questa fase stiamo lavorando facendo conoscere il nostro progetto ma anche scambiando le nostre idee sulle varie soluzioni tecniche possibili. Di certo quello che abbiamo imparato da questa esperienza è la sorprendente similitudine tra l’atteggiamento delle comunità di montagna e quelle degli alberi: gli alberi, come le persone, in queste condizioni rispondono in maniera straordinaria se collaborano realmente, aiutandosi per affrontare insieme le difficoltà climatiche e non.

In che modo il progetto aiuta studenti e studentesse delle scuole coinvolte a sviluppare la consapevolezza dell’interazione che c’è tra noi e l’ambiente?

Michele Nenz, Coldiretti Belluno partner di progetto: Gli eventi catastrofici che hanno interessato l’area nel 2018 ci fanno capire come la natura di fatto faccia il suo corso e che sempre di più l’essere umano non ha la possibilità di intervenire se non in una fase di ripristino delle aree.
Il coinvolgimento dei ragazzi e delle ragazze dell’Istituto Agrario di Feltre che ha anche un indirizzo forestale, è stato molto importante. Sensibilizzare e formare le nuove generazioni sul tema del rispetto della natura, dell’ambiente, ma anche dei cambiamenti che si stanno verificando, è fondamentale. La selvicoltura deve essere sempre di più di tipo naturalistico.
L’interessamento da parte di docenti e studenti ci ha permesso, anche attraverso l’organizzazione e la progettazione del percorso naturalistico, di diffondere una cultura della selvicoltura naturalistica. Guardare il bosco, guardare ciò che la natura normalmente fa e seguire le modalità con le quali si rinnova.
Le nuove generazioni dovrebbero approfondire sempre più che l’essere umano può intervenire, può aiutare, può coltivare in giuste quantità, ma che poi la natura esprime le sue caratteristiche, e le piante che si insedieranno in una certa area sono quelle che naturalmente lì potranno vivere e che di fatto andranno a svilupparsi.

Proteggiamo le persone, non i confini

Abbiamo intervistato Barbara Galmuzzi dell’Associazione Comitato 3 ottobre, in merito al progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai “Protect people, not borders”, che ha come obiettivo quello di coinvolgere la comunità scolastica e le istituzioni europee per offrire opportunità di riflessione e approfondimento su temi quali l’accoglienza, la memoria, le migrazioni e l’integrazione culturale.

Come nasce la vostra organizzazione? Potete condividere alcuni passaggi salienti della sua costituzione e della sua missione?

Il 3 ottobre 2013, in un naufragio al largo delle coste di Lampedusa, hanno perso la vita 368 migranti. 
Il nostro attuale presidente Tareke Brhane, ormai cittadino italiano ma nato in Eritrea, si trovava proprio a Lampedusa come mediatore culturale. Lui il viaggio tra la Libia e Lampedusa l’aveva fatto per ben due volte.
Tareke vide morire 368 persone di nazionalità eritrea, accolse sia i sopravvissuti, sia i familiari che nei giorni successivi arrivarono a Lampedusa.
Fu una delle più grandi tragedie del Mediterraneo, l’isola si popolò di giornalisti che si chiesero il perché continuavano ad accadere questi naufragi, spesso nel silenzio più totale delle istituzioni e della stampa.
Una sera, proprio a Lampedusa, è nata l’Associazione Comitato 3 ottobre costituito da una parte più sociale fatta da mediatori culturali e linguistici e un’altra parte di giornalisti.
Nasce con l’obiettivo di approfondire un dialogo con le istituzioni e con i giornalisti stessi, e di coltivare la memoria di ciò che accade nel Mediterraneo raccontandola soprattutto alle nuove generazioni nelle scuole. Solo attraverso la conoscenza, la coltivazione della memoria e il dialogo si può migliorare la situazione del fenomeno migratorio.

In commemorazione del decimo anniversario del 3 ottobre 2013, siete stati invitati, a marzo 2023, presso il Parlamento europeo a parlare dei diritti dei migranti, delle migliaia di vittime ancora non identificate che hanno perso la vita nel Mediterraneo.

Il successo di quell’evento è stato riuscire a portare 350 studenti e studentesse dall’Italia e da altri paesi europei all’interno del Parlamento.
Tanti studenti visitano il parlamento ma è stata la prima volta che la sala principale ha visto la presenza di così tanti di loro (si entra solo se si è accreditati). Alcuni studenti hanno anche gestito una tavola rotonda. Dal punto di vista formativo, è stato importante trasmettergli che in quel luogo si prendono delle decisioni che ricadono sulla vita delle persone che migrano. Non si tratta di convincere nessuno della necessità di diventare attivisti del Comitato 3 ottobre ma dell’importanza di attivarsi nella propria vita in prima persona, perché anche se hai 16 anni sei un cittadino italiano ed europeo che porta sulle spalle una grande responsabilità.
Nel questionario che abbiamo somministrato a Bruxelles, l’80% dei ragazzi ha risposto che, al netto delle conoscenze acquisite, era stato importante aver capito la necessità di poter fare qualcosa. Avranno tempo di imparare cos’è il diritto internazionale umanitario dal punto di vista tecnico, per noi è importante far arrivare loro il messaggio che la morte di 30.000 persone nel Mediterraneo, è la morte di 30.000 persone che avevano una storia, un’identità. Loro ascoltando i testimoni possono identificare un essere umano con un nome, un cognome, una storia per superare la “spersonalizzazione” dei grandi numeri che spesso porta all’indifferenza.

In cosa consiste il progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e quali sono i risultati che siete riusciti a realizzare? In che modo sono coinvolti studenti e studentesse?

Gli studenti e le studentesse sono coinvolti durante la Giornata della memoria e dell’accoglienza a Lampedusa.
Per loro è un momento immersivo in cui la mattina partecipano a laboratori formativi. A questa edizione ci saranno 28 laboratori, ad esempio uno con Emergency per ascoltare la testimonianza di come avviene un salvataggio in mare, uno con Medici Senza Frontiere per approfondire cosa comporta fare un viaggio oltre i confini, con la Croce Rossa per far vivere l’esperienza della perdita del contatto con i componenti del proprio nucleo durante la migrazione, e tanti altri.
Il pomeriggio vengono organizzate delle tavole rotonde. E la sera ci sono attività ricreative dove hanno l’occasione di conoscersi e condividere storie. È bellissimo vedere come ragazzi provenienti da scuole diverse da tutta Europa fanno amicizia tra di loro.
Ma non è finita qui, perché dopo questo evento inizia quello che noi chiamiamo “I semi di Lampedusa” perché metaforicamente a Lampedusa gettiamo un seme di cui poi ci prendiamo cura tutto l’anno.
Come lo facciamo? Tramite i nostri formatori organizzando dei laboratori didattici e l’attività peer to peer (tra pari), oppure portandoli in momenti formativi in Europa, a Rotterdam, Parigi, Bruxelles, Colonia, Francoforte, ecc.
Con i laboratori formativi siamo arrivati a coinvolgere oltre 7000 studenti e 280 insegnanti.
Senza i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai non avremmo realizzato praticamente nulla perché siamo una piccola realtà.
Se siamo riusciti l’anno scorso a organizzare Lampedusa e “I semi di Lampedusa” è stato grazie alla Soka Gakkai, ma non si tratta soltanto di una questione economica ma valoriale e di collaborazione.

Il vostro lavoro vi fa essere costantemente in contatto con la società, qual è la vostra percezione della società italiana rispetto al tema immigrazione e quali sono gli aspetti che vorreste vedere cambiati in questo senso?

Vorrei che cambiasse la narrazione che viene fatta del fenomeno migratorio.
Ad oggi, le narrazioni di chi muore nel Mediterraneo sembrano tutte uguali, praticamente sono incomprensibili.
Nessuno, ahimè, si prende più la briga di spiegare perché queste persone partono, da dove vengono. La disumanizzazione che viene fatta nei social, le semplificazioni…
A noi come Comitato piacerebbe dar voce a queste persone e smettere di usare la parola “migrante” come una grande categoria, rigida. Cambiare il lessico e le parole che usiamo sull’immigrazione, che trasmettono l’idea che ci siano esseri umani di serie B.
Se vogliamo creare un cambiamento nella società in questo senso, noi siamo convinti che sia necessario farlo partendo dai giovani.
A noi piacerebbe, e in parte lo facciamo, fare entrare nelle scuole i testimoni di questi viaggi, perché è importante ascoltare dalla voce di chi ha oltrepassato i confini, che può raccontare come questi confini sono fatti, le città che hanno visto, i fiumi, le muraglie, come sono fatti i guardiani, le carceri, i custodi, gli angeli che li hanno salvati, chi li ha accolti, i predoni che hanno rubato loro tutto, i covi in cui venivano tenuti e come sono fatti soprattutto i compagni di viaggio, quelli che a un certo punto tu chiami “compagno”.
Perché anche se ha attraversato l’inferno con te è quello che ti ha dato la possibilità di andare avanti. Ecco, a noi piacerebbe che nella scuola, oltre spiegare che cos’è la Convenzione di Ginevra, venisse data la voce a chi il viaggio l’ha fatto.

Quali altre azioni possiamo compiere per diffondere una visione della vita più rispettosa e accogliente?

Credo che sia necessario informarsi e una volta che si conosce, si può diventare una sorta di diffusore di motivazione.
Ci sono quelli che fanno gesti eroici, c’è chi salva vite in mare per cui ci vogliono determinate competenze. Ma c’è anche la possibilità che da cittadini comuni si possa fare la differenza usando la nostra voce e il nostro talento per promuovere la consapevolezza.
Posso andare a fare volontariato, posso venire a Lampedusa.
Io credo che si debba partire sempre da piccole azioni ma spesso sono quelle che fanno la differenza.
Certo, ci sarebbe da cambiare la politica securitaria sul fenomeno migratorio, la narrazione dei media, ma noi siamo convinti che lo si faccia partendo dal basso attraverso il passaparola, la conoscenza e il dar voce… in qualche modo dall’attivarsi per creare un mondo più accogliente e solidale.

Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale

Abbiamo intervistato Luca Cristaldi di VIS (Volontariato internazionale per lo sviluppo) responsabile del progetto in fase di avviamento “Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale” finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai. Il progetto promuove forme di partecipazione di studenti, educatori e cittadini in azioni finalizzate alla tutela dell’ambiente e alla lotta ai cambiamenti climatici. Si rivolge a 3500 studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado, a 140 docenti, a 35 educatori.

Come nasce il progetto “Studenti e cambiamenti climatici: un percorso immersivo e sensoriale” e quali sono i suoi obiettivi?

Il progetto è legato alla nostra mission: come ONG ci occupiamo di cooperazione internazionale in diversi paesi del mondo e svolgiamo anche attività di carattere educativo, di sensibilizzazione e formazione, che in Italia portiamo avanti nelle scuole. In particolare, siamo molto sensibili alla tematica della sostenibilità ambientale.
Il progetto usa metodologie innovative per promuovere la partecipazione attiva dei giovani, per elevare il livello di conoscenze e competenze sul tema, per fornire strumenti da utilizzare, per proporre degli stili di vita differenti e svolgere delle azioni che mirino a lenire gli effetti del cambiamento climatico.
Le nostre attività educative solitamente coinvolgono singole scuole o singoli contesti per periodi limitati di tempo, invece grazie ai fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai possiamo garantire una maggiore continuità e un maggior bacino d’utenza. Abbiamo inoltre identificato una serie di indicatori per valutare l’impatto che avranno le proposte e le azioni del progetto promosso.
Per semplificare, possiamo dire che il progetto è diviso in tre grandi componenti.
La prima riguarda la formazione, quella di carattere educativo che si rivolge ai giovani e ai docenti per ampliare le conoscenze e le competenze.
La seconda prevede una partecipazione attiva per mettere in pratica con azioni concrete ciò che si è imparato.
La terza è la componente più innovativa del progetto, perché riguarda l’utilizzo di due strumenti: una piattaforma web che utilizza il gioco come strumento di partecipazione e un percorso immersivo e sensoriale.
È fondamentale trovare delle modalità innovative che sappiano parlare ai giovani e che utilizzino un linguaggio a loro affine, per riuscire a entrare in empatia ed evitare che queste tematiche “scivolino via”.

In cosa consiste l’esperienza immersiva e in che modo sono coinvolti i cinque sensi?

L’obiettivo dell’esperienza immersiva è far vivere agli studenti e alle studentesse sulla propria pelle determinate sensazioni.
Il percorso immersivo sui cambiamenti climatici, che si chiama “2060”, è un gioco di ruolo, un’esperienza teatrale dove i partecipanti vengono inseriti in un contesto e ne diventano i protagonisti.
I visitatori entrano in uno spazio con schermi video molto grandi sulle pareti e l’audio con suoni di vari ambienti. Viene riprodotta una realtà che è quella del 2060, le condizioni climatiche di alcuni Paesi tra cui l’Italia rendono impossibile viverci: ci sono alluvioni, gli oceani si sono innalzati, c’è un forte inquinamento e si verificano eventi climatici estremi.
Gli abitanti devono abbandonare i loro Paesi, fanno domanda per poter partire in modo legittimo ma gli viene rifiutata; quindi, sono costretti a intraprendere vie illegali.
I visitatori interagiscono con degli attori che svolgono il ruolo di trafficanti, vengono bendati e fatti uscire a piccoli gruppi e iniziano un percorso immersivo che li porterà a passare da diverse sale che riproducono ambienti diversi.
Essendo bendati hanno la possibilità di sentire solamente con il tatto, l’udito e l’olfatto. Fondamentalmente vivono sulla loro pelle da una parte un’idea delle conseguenze del cambiamento climatico e dall’altra anche quella di essere migranti irregolari.
L’ultima sala è quella dove condividono le sensazioni che hanno vissuto e un educatore che fa da mediatore propone un patto finale dove possono scegliere da un elenco dieci azioni da fare, per cambiare il loro stile di vita e migliorare il loro ambiente.

Come è possibile assicurarsi che gli effetti positivi di questa esperienza durino nel tempo?

Gli studenti e le studentesse sono molto giovani quindi è difficile avere una certezza di ciò, ma sappiamo che far vivere in prima persona certe emozioni è una cosa che lascia un segno.
Inoltre, c’è una piattaforma web che sarà attiva per tutto il 2025 dove i ragazzi che hanno preso parte alle attività potranno continuare a partecipare individualmente o come gruppo classe, mettendo in pratica le conoscenze che hanno appreso. Le attività della piattaforma li stimolano a sperimentarsi nel loro territorio, nella loro quotidianità e nelle loro scelte di vita e di consumo.
Ad ora il percorso è stato molto gradito e anche la piattaforma: alla fine del percorso facciamo un questionario ai ragazzi sia sull’ampliamento delle conoscenze, sia su cosa hanno vissuto, cosa gli è piaciuto e cosa no, e la maggioranza delle risposte sono positive. Terremo conto anche delle risposte negative per apportare dei miglioramenti.
Anche gli insegnanti hanno risposto molto bene, abbiamo visto che l’uso della piattaforma non è visto come qualcosa in più da fare (nel mondo della scuola alcuni progetti sono visti come calati dall’alto), ma come un’opportunità da poter usare nei momenti che loro ritengono importanti in relazione al percorso didattico.

Rispondere a un forte bisogno del territorio

Intervista a Silvia Ciacci, responsabile del progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione – Fase 2”, finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai e promosso dall’Associazione la Rotonda. Il progetto viene attuato in Lombardia, a Baranzate (Città Metropolitana di Milano) e in altri comuni della fascia settentrionale del Milanese, in contesti caratterizzati da vulnerabilità socioeconomica.

 

Può raccontarci gli obiettivi principali della seconda fase del progetto?

I beneficiari del progetto sono giovani NEET (non studiano, non lavorano e non ricevono una formazione) o che rischiano di divenire tali, nella fascia d’età 15-29 anni. Il primo obiettivo è di supportarli nello sviluppo di competenze soft: stima, sicurezza, riqualificazione professionale e accompagnamento psico-emotivo soprattutto nel caso in cui il giovane presenti delle disabilità fisiche e/o psichiche, sia di natura permanente che temporanea.
Il secondo obiettivo è di sostenerli nella ricerca attiva del lavoro, non solo con la stesura del CV e del bilancio delle competenze ma anche nella preparazione e l’accompagnamento all’ingresso consapevole al mondo del lavoro. Quindi preparare il colloquio, trovare il lavoro per loro più adatto, accompagnarli in azienda, seguire il tirocinio e trovare le opportunità formative più adatte.
Li aiutiamo a entrare nel mondo del lavoro con un primo tirocinio extracurricolare e borse di lavoro.
Tra le varie formazioni che offriamo è molto importante quella sui diritti e i doveri dei lavoratori con la banale lettura della busta paga o delle tutele contrattuali che spesso sono poco conosciute.
L’ultimo obiettivo riguarda il coinvolgimento delle aziende sensibili a tematiche di diversity inclusion.

Ci sono approcci particolari o innovativi che vengono utilizzati con i beneficiari?

Come Associazione La Rotonda abbiamo un’ottima capacità capillare di intercettare il disagio, essendo molto calati in una realtà territoriale che presenta delle condizioni di fragilità. Il fatto di avere molteplici servizi ha facilitato il lavoro di intercettazione ed emersione del bisogno lavorativo.
La forte connessione tra i servizi fa sì che il beneficiario venga preso in carico a 360 gradi.
Questo aspetto si unisce al percorso altamente individualizzato che portiamo avanti con i beneficiari, i miei colleghi fanno un grandissimo lavoro di ascolto, dedicando tante ore di colloquio, con l’obiettivo di far emergere chiaramente il bisogno che altrimenti resterebbe nascosto.

Il progetto ha già ottenuto molti risultati, può condividerne alcuni? Quali sono i principali risultati che vi aspettate per questa seconda fase?

Nella prima fase del progetto siamo riusciti a supportare 160 beneficiari nella fascia d’età 15-29 anni e abbiamo coinvolto circa 80 risorse umane delle aziende esterne.
La seconda edizione del Festival In & Aut che si è tenuto a maggio è stato un grosso risultato in termini di rete, di collegamenti con aziende e con chi si occupa da più tempo di persone con neuro divergenze.
L’altro risultato importante è stato lavorare in modo più strutturato con le fragilità estreme, ovvero non solo quella socioeconomica ma con ragazzi con disabilità che non sono certificate.
Sono disabilità a tutti gli effetti perché li rendono meno abili a lavoro, meno performanti o capaci di entrare nel mondo del lavoro, si tratta di una “fascia grigia” ma molto consistente di giovani che non riescono a sostenere un colloquio di lavoro emotivamente o ad essere puntuali… magari fanno tirocini ripetuti all’infinito. Stiamo continuando a migliorare questo aspetto anche grazie all’inserimento nel nostro organico della figura dell’operatore diversity inclusion.

Quali sono state le principali sfide incontrate finora nella realizzazione del progetto?

Molte aziende oggi sono interessate al tema della diversity inclusion, ci sono anche molti sgravi per loro, ma abbiamo l’impressione che siano più interessate sulla carta che nella realtà dei fatti. Quindi la prima sfida è la sensibilizzazione e l’ampliamento della nostra rete con le aziende.
L’altro aspetto riguarda invece il coinvolgimento del beneficiario, infatti può capitare che a prescindere da tutto il lavoro che si fa con loro, alcuni a un certo punto non si presentano più, non rispondono più, e non necessariamente sono quelli con maggiori disabilità o problematiche di tipo psichiatrico.
Dopo la pandemia abbiamo riscontrato un peggioramento nei giovanissimi della capacità di attenzione e di impegnarsi a partire dalla puntualità. La fase due del progetto spinge molto di più sull’orientamento scuola-lavoro. Lavoriamo trasversalmente tra servizi, ad esempio i ragazzi dal servizio doposcuola possono transitare direttamente a quello sull’orientamento al lavoro.

Ci sono altre organizzazioni o enti coinvolti nel progetto? Invece, in che modo la comunità locale è coinvolta?

Come Associazione La Rotonda noi lavoriamo tantissimo in rete, non possiamo avere tutte le competenze del mondo!
Collaboriamo con una fondazione che ha un grosso programma sui diritti e doveri dei lavoratori, che contribuiscono sia alla formazione dei beneficiari sia a quella del nostro personale.
Altre associazioni attivano a livello amministrativo i nostri tirocini, collaboriamo anche con altri enti formativi accreditati dalla Regione Lombardia. Abbiamo una serie di soggetti che fanno parte della nostra rete che sono focalizzati sul lavoro e ognuno contribuisce dandoci un supporto nella ricerca di opportunità lavorative o per l’attivazione di corsi di formazione.
In termini di coinvolgimento della comunità locale – come già detto – noi siamo molto presenti sul territorio, ad esempio il nostro centro si trova proprio in mezzo al quartiere e offre una scuola di italiano, incontri per gli anziani del quartiere, doposcuola per i bambini, lo sportello lavoro e lo sportello migrazioni. Il servizio è anche un modo per attivare la comunità; infatti, lo sportello aveva dei volontari che adesso sono transitati al Centro d’ascolto o su altri servizi.
Oppure dei ragazzi che frequentavano il dopo scuola adesso fanno volontariato per aiutare i bambini delle elementari. Noi siamo ben felici di accogliere volontari, questo aiuta i giovani nello sviluppo delle competenze soft.

Come vedete l’evoluzione del progetto nei prossimi anni?

Da una parte vogliamo consolidare ciò che sta funzionando ma dall’altra siamo sempre pronti a rivedere e rinnovare.
Pensando al futuro, penso sia importante potenziare la nostra offerta formativa. Attualmente abbiamo un corso di formazione di sartoria e un laboratorio di ciclo officina che interessa i giovani del doposcuola di 14-17 anni e vorremmo potenziarlo in un corso di formazione.
Le nostre offerte formative ci consentono di porre maggiore attenzione all’individualità, non solo alle competenze tecniche ma anche alla socializzazione. Per esempio, i beneficiari che lavorano insieme organizzano uscite e creano un ambiente molto accogliente. Potremmo così introdurre idee e uno stile più nostro, più personale.

C’è qualche aspetto in particolare che ritieni importante sottolineare riguardo alla tua esperienza all’interno del progetto “In & Aut”?

Se parlo in veste di progettista, è stata un’esperienza davvero positiva. Negli anni di esperienza ho visto tantissimi donatori, quello che ho sperimentato con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato avere un dialogo e un confronto costante, con un’ottica di lavoro di medio periodo. Questo è stato davvero rincuorante. Davanti alle difficoltà, grazie al confronto, si sente di poter affrontare e superare le varie cose che succedono. È stata un’esperienza estremamente positiva di scambio, condivisione e strutturazione di una metodologia di lavoro che sta diventando patrimonio comune della nostra associazione. Come dipendente dell’Associazione La Rotonda è stato molto bello e sfidante veder crescere un’area – come quella dedicata al lavoro – che rispondeva a un bisogno forte sul territorio e che ha preso in carico una fascia di giovani molto vulnerabili. Direi un successo su tutti i fronti!

Tutelare la culla della vita

Il progetto “Piramidi nel Blu” promosso dall’Associazione Martin Pescatori e sostenuto dai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, mira al ripristino e alla tutela della biodiversità marina e alla salvaguardia della piccola pesca, rispettosa dell’ecosistema marino. Per sapere di più sulle finalità del progetto abbiamo intervistato Franca Ferreri, Presidente dell’Associazione ed Emanuele Troli, Direttore della Blu Marine Service, partner del progetto.

 

Come è nato il progetto “Piramidi nel blu” e quali sono i principali obiettivi?

È nato dalla volontà di preservare e migliorare lo stato delle risorse marine che costituiscono non solo un patrimonio di biodiversità, ma anche una fonte di reddito per la marineria. L’associazione Martin Pescatore è sempre stata attenta alla sostenibilità delle azioni di pesca, ha collaborato attivamente in passato a progetti di ripopolamento e conservazione, costruendo un proficuo rapporto con l’università e con enti di ricerca in campo marino.
Insieme alla società Blu Marine Service, che ha notevole esperienza nel settore della ricerca marina, si è pensato al progetto Piramidi nel blu che prevede tecniche estremamente semplici ma efficaci per favorire il ripopolamento e la conservazione delle risorse marine costiere.
Le risorse finanziarie dedicate alla difesa dell’ambiente messe a disposizione nei diversi bandi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sono opportunità estremamente interessanti per la realizzazione di progetti concreti ed efficaci per la tutela ambientale.

Che cosa sono e come funzionano le “piramidi”?

Le piramidi sono strutture sottomarine costruite con materiali naturali, ricoperte da teli di iuta, con telaio portante in acciaio inox, per resistere alle correnti galvaniche e alle mareggiate.
Abbiamo anche utilizzato per la loro costruzione dei vasi realizzati in lolla di riso, un materiale estremamente resistente e totalmente naturale derivato dalla lavorazione del riso. Queste “tane”, sono oggi le case di polpi, seppie, granchi, pesci insieme ad altre innumerevoli specie marine.
Dopo neanche trenta giorni di permanenza in mare le strutture erano già colonizzate da numerose specie. In brevissimo tempo sono diventate delle piccole oasi di biodiversità in cui gran parte delle risorse marine costiere dell’Adriatico trova riparo.
Gli animali utilizzano le nostre strutture per numerose ragioni: per riprodursi, proteggersi; accrescersi, accoppiarsi. Un esempio è quello del polpo che ha la tana in quasi tutte le piramidi. I polpi sono degli animali molto importanti anche per l’ecosistema perché, anche se da noi il granchio blu non è ancora un problema, in alcune aree come la laguna di Venezia o come la costa romagnola, questo animale ha invaso le acque costiere divenendo un problema critico per l’ecosistema.
Uno dei pochi antagonisti di questa specie è proprio il polpo che è in grado di fronteggiare granchi anche di grosse dimensioni. Inoltre, in un fondale come quello dell’Adriatico, caratterizzato da vaste aree sabbiose in cui gli affioramenti rocciosi, a causa della pesca intensiva, sono stati quasi completamente distrutti, queste piccole strutture aggregano in maniera molto efficace tutte le risorse che si devono riprodurre perché altrimenti avrebbero difficoltà a trovare ambienti dove deporre le uova.

Quali sono le principali cause di degrado della biodiversità nell’Adriatico centrale?

La pesca intensiva è la principale causa dell’impoverimento di risorse dell’Adriatico e del bacino del Mediterraneo. Tra i mari italiani, l’Adriatico è il mare più pescoso e sfruttato e quindi le flotte di pescherecci che lo solcano sono molto numerosi. Sono rarissime – almeno  nel centro Adriatico – aree di mare in cui la pesca sia vietata.
Abbiamo la piccola pesca con un minimo impatto sui fondali che opera fino a tre miglia, però nella stessa fascia abbiamo anche le turbosoffianti per le vongole, che hanno un impatto devastante sull’ambiente, perché danneggiano il fondale marino utilizzando acqua ad altissima pressione, che impatta su gran parte degli animali che abitano il fondale. Se ci spostiamo più a largo abbiamo lo strascico, che è la tecnica più distruttiva in assoluto per i fondali e per la mancanza di selettività degli attrezzi utilizzati.
Ringraziando la natura, l’Adriatico è un mare ancora produttivo ma rispetto al passato abbiamo il 50-60% in meno di quantitativi pescati. Negli ultimi anni la capacità del mare di rigenerarsi è stata aiutata anche dalla politica europea della pesca, che prevede lo smantellamento dei vecchi pescherecci: non ci sono più nuove licenze e questo fa sì che le marinerie pian piano diventino sempre più piccole.
Un’altra causa di degrado della biodiversità è l’inquinamento da plastiche. Stamattina ne abbiamo raccolti almeno dieci chili tra buste, salvagenti, gonfiabili e oggetti vari.

Che cosa si intende per approccio sostenibile all’attività di pesca e in che modo può essere realizzato questo approccio?

Martin Pescatori è un’associazione della piccola pesca costiera che ha un impatto minimo sulle specie marine, poiché utilizza tecniche di pesca come le nasse e le reti da posta che sono molto diverse dalle reti usate dai pescherecci industriali. Nella piccola pesca la trappola viene messa in mare e il pescatore ha la capacità di valutare se tenere un pesce oppure liberarlo vivo, cosa che le altre tecniche non permettono perché per esempio, le reti a strascico non sono selettive prelevando tutto quello che incontrano e uccidendo gran parte delle risorse prelevate anche se non commercialmente utilizzabili.

In che modo è strutturato il percorso didattico previsto dal progetto?

Il percorso didattico prevede un percorso esperienziale per gli alunni delle scuole elementari. Abbiamo fatto toccare con mano molte delle creature che attualmente stanno popolando le piramidi che abbiamo in mare, come: polpi, seppie, calamari, granchi, gasteropodi. Durante gli incontri le risorse marine vengono prelevate dal mare, e con estrema cura vengono conservate all’interno di ampi contenitori, garantendo attraverso aeratori e altre tecnologie, parametri di ossigeno e di temperatura dell’acqua più che soddisfacenti, alcune specie vengono anche fatte tenere in mano dai bambini, e questo li aiuta a capire quanto sia affascinante questo mondo. Dopo aver permesso ai bambini di osservare da vicino questi animali, si procede con la loro liberazione in mare. L’obiettivo è trasmettere un messaggio sull’importanza di rispettare le creature marine e di sensibilizzare i giovanissimi su quanto sia importante imparare a preservare e proteggere il mare.
Il progetto ha coinvolto in primis gli alunni delle elementari perché si vuole trasmettere alle nuove generazioni i valori quali il rispetto delle risorse naturali, la protezione dell’ambiente, la conservazione della biodiversità. Abbiamo puntato sulle nuove generazioni sia per mostrare loro la biodiversità presente nel nostro mare, sia per diffondere dei messaggi volti alla sensibilizzazione nei confronti della natura e delle creature che la abitano. Siamo abituati a chiamare questo pianeta “Terra”, ma il 70% di questa Terra è ricoperta dall’acqua dei mari e degli oceani! Viviamo in un pianeta più blu che verde e quando abbiamo incontrato i bambini abbiamo cercato di far capire loro che la vita sulla terra è nata nel mare. Riuscire a fare qualcosa per preservare le risorse marine è come tutelare la culla della vita.

Community Matching, rifugiati e comunità insieme per l’inclusione

Lunedì 10 giugno 2024 si è tenuto presso la Fondazione Feltrinelli di Milano l’evento di presentazione dei risultati del programma “Community Matching”, realizzato da UNHCR Italia, insieme ai partner Ciac e Refugees Welcome Italia, che hanno avviato il progetto nel 2021 grazie al sostegno dei i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

L’evento, che fa parte delle celebrazioni previste in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato del 20 giugno, ha visto la partecipazione di: Lamberto Bertolé (assessore al welfare e alla salute del Comune di Milano); Marcello Rossoni (responsabile dell’Ufficio di Milano di UNHCR); Fabiana Musicco (Direttrice Refugees Welcome Italia); Eleonora Corsaro (Viceprefetto); Gabriella Pasi (Pro-rettrice per l’internazionalizzazione di Università di Milano Bicocca); Giovanna Giusti Del Giardino (responsabile della sostenibilità del Gruppo Mediobanca); Daniela Di Capua (Responsabile dell’Ufficio 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai).
Il progetto “Community Matching” promuove l’incontro tra rifugiati e comunità locali in dieci città italiane con l’obiettivo di creare comunità più inclusive e favorire i percorsi di integrazione.

L’idea alla base del programma, nato alla fine del 2021, è quella di promuovere relazioni paritarie tra persone rifugiate e volontari, che possono registrarsi attraverso un portale ed essere accompagnate da personale qualificato nella costruzione di nuovi e significativi legami. 
Come affermato da Marcello Rossoni di UNHCR, si tratta di un “progetto innovativo nella sua semplicità, che porta le persone sul territorio a incontrarsi, a sviluppare amicizie. Già in più di mille match ha permesso di vedere un decisivo miglioramento nelle opportunità educative e lavorative delle persone rifugiate. Inoltre, sta contribuendo a promuovere una narrativa più positiva del fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione, una narrativa che racconta di persone che si incontrano e tessono relazioni”.

Il progetto infatti riconosce il valore determinante delle relazioni personali e sociali per favorire percorsi più efficaci e sostenibili di inclusione, facilitando l’accesso alla casa, al lavoro, ai servizi, all’acquisizione della lingua italiana, alla costruzione di reti sociali dove entrambe le persone coinvolte, italiana e straniera, trovino una loro dimensione. Sono le relazioni che la persona stabilisce che fanno di un individuo un membro di una comunità. Inoltre, attraverso la reciproca conoscenza, si abbattono barriere e si superano stereotipi, si valorizzano risorse e si contribuisce attivamente alla società.
L’impatto del progetto è stato misurato per il secondo anno consecutivo da una ricerca che rivela come l’84% dei rifugiati coinvolti ha migliorato la propria capacità di orientarsi sul territorio, il 63% dei rifugiati ha migliorato il livello di italiano, il 30% ha trovato una sistemazione alloggiativa e il 20% un contratto di lavoro regolare. L’impatto sulle comunità locali anche mostra un dato significativo: oltre 8,000 persone sono state informate e sensibilizzate sul tema dalla diretta voce dei suoi protagonisti.

Community Matching, come sottolineato da Fabiana Musicco di Refugees Welcome, permette alle persone coinvolte di tornare ad “avere una progettualità e riannodare i fili di un progetto di vita che è stato spezzato”. Le relazioni che nascono tra i buddies hanno poi un “effetto moltiplicatore incredibile sulle comunità: le persone matchate attivano dei legami di comunità che coinvolgono molte altre persone all’interno delle comunità in cui si sviluppano”. 

Nel corso dell’evento hanno raccontato la loro esperienza due buddiesHabib, che viene dalla Siria, e Paolo, volontario milanese. Habib, in particolare, ha condiviso il profondo senso di solitudine che ha vissuto per i primi 2 anni dall’arrivo a Milano, in cui le persone gli sembrava che fossero costantemente impegnate e di corsa. Grazie al programma, ha stretto per la prima volta legami in Italia con persone con le quali si sente più positivo, con cui può confrontarsi e riflettere insieme su interessi comuni, anche oltre al lavoro, ritrovando così quel senso di comunità che aveva perso quando ha dovuto lasciare casa sua in Siria.

Daniela Di Capua, responsabile dell’Ufficio 8×1000 della Soka Gakkai, ha spiegato come l’intento dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai nell’utilizzo dei fondi 8×1000 sia quello di «trovare un’applicazione concreta, attraverso le azioni che sosteniamo, del rispetto della vita e dell’interdipendenza tra tutte e tutti noi, e tra noi e l’ambiente. È il terzo anno che sosteniamo con grande convinzione il Community Matching proprio perché corrisponde moltissimo a questo punto di vista. Questo programma permette di sperimentare quanto potere ci sia nel dialogo, anziché nel conflitto o nella chiusura, e quanto valore si trovi nella complessità anziché nella sicurezza dell’omologazione. Attraverso queste esperienze concrete si dimostra quanto valore può emergere dall’incontro fra mondi apparentemente distanti e la maggiore apertura e determinazione che può svilupparsi nei decisori politici ed istituzionali, a vantaggio di tutta la comunità».

Dialoghi sulle azioni per l’empowerment climatico

In questi giorni (8-10 giugno) si sta svolgendo a Bonn nell’ambito della Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite (SB60) l’evento ACE Dialogue (Dialoghi sulle azioni per l’empowerment climatico), un’iniziativa cruciale che mira a sensibilizzare e coinvolgere il pubblico e le organizzazioni nelle azioni contro il cambiamento climatico, promuovendo l’educazione, la formazione e la partecipazione pubblica. A nome della Soka Gakkai Italiana partecipa Chiara De Paoli.

 

L’evento è stato inaugurato da Simon Stiell, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), il quale ha sottolineato che quest’anno è cruciale, evidenziando la necessità di cambiamenti fondamentali che «trasformino le possibilità in probabilità» dal punto di vista della lotta al cambiamento climatico.
Ha insistito sul fatto che i contributi determinati a livello nazionale non devono rimanere solo su carta, ma diventare documenti viventi grazie al coinvolgimento delle comunità locali.
Ha ribadito l’importanza di sviluppare strumenti adeguati per supportare l’implementazione delle azioni per l’empowerment climatico, sottolineando che non si tratta solo di aumentare la consapevolezza, ma di comunicare efficacemente e creare spazi inclusivi di coinvolgimento.

«Le soluzioni devono arrivare da tutti e ovunque. L’azione che intraprendiamo oggi definirà il percorso per gli anni a venire. Insieme, abbiamo gli strumenti giusti, mettiamoli in campo» ha concluso poi.

Quest’anno l’evento si concentra sul tema di “strumenti e supporto” (Tools & Support) ed è per questo motivo che la Soka Gakkai Italiana è stata invitata a partecipare: infatti il bando 8×1000 della Soka Gakkai italiana su Azioni per l’empowerment climatico (ACE) è stato giudicato come uno strumento innovativo per aumentare la consapevolezza e incentivare azioni concrete su questa tematica, rappresentando una buona pratica che può essere di ispirazione per altri.

Nella seconda parte dell’evento (10 giugno) Chiara De Paoli, dell’Ufficio 8×1000 dell’IBISG, è intervenuta durante la plenaria con un intervento incentrato su come scrivere una buona proposta progettuale – come richiesto dal Segretariato delle Nazioni Unite, che ha incentrato la giornata su questo tema con un impianto molto pratico nel quale prima sono stati dati dati dei consigli (ha anche partecipato Alisher Mamadzhanov, Climate Policy and Governance Specialist del fondo “Green Climate Fund”) e subito dopo i partecipanti hanno avuto modo di fare degli esercizi pratici di scrittura di proposte progettuali.

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