Guardare avanti e non perdere mai la speranza

Intervista a Noorjehan Abdul Majid, responsabile del progetto DREAM

Noorjehan Abdul Majid è stata direttrice dell’ospedale centrale della città di Maputo (Mozambico). È una persona amata e stimata, considerata la madre di migliaia di bambini che ha fatto nascere liberi dal virus da madri sieropositive. Infatti, nel 2002, inizia a collaborare col programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, che introduce per la prima volta in Mozambico la terapia antiretrovirale dell’AIDS in forma gratuita.
Adesso Noorjehan Abdul Majid è responsabile clinico del programma DREAM.
Grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto “DREAM: protezione per la popolazione vulnerabile di Beira” sostiene un intero centro sanitario polivalente a Beira, in Mozambico.

Come è nata la tua passione per questo lavoro e quali sono le maggiori difficoltà di lavorare in un paese come Beira?

Era il sogno di mio nonno. Durante un ricovero in ospedale fu curato da una donna medico, così quando tornò a casa espresse il desiderio che in futuro una delle sue nipoti potesse svolgere quel mestiere. Negli anni ‘80 nel mio paese le donne musulmane studiavano solo fino alle scuole elementari e dopo si concentravano nella cura della famiglia e della casa.
Una delle sue ultime richieste prima di morire fu che una nipote studiasse medicina per poter aiutare tante persone in difficoltà. All’epoca avevo dieci anni. Tra tutte le cugine sono l’unica che ha potuto studiare.
La maggiore difficoltà di lavorare qui a Beira, in Mozambico, è la forte presenza di flussi migratori che si verificano a causa della guerra nel nord del paese e anche in seguito ai disastri naturali dovuti al cambiamento climatico, cicloni e alluvioni, che distruggono tutto. Tante persone migrano perché dove vivono non c’è più modo di guadagnarsi da vivere o per curare la propria salute. 
Con il progetto DREAM andiamo nei campi dei rifugiati per garantire un supporto sanitario, ma spesso troviamo solo donne e bambini perché gli uomini sono in città per cercare lavoro. Anche gli uomini avrebbero bisogno di cure per patologie che se non curate potrebbero trasformarsi in malattie croniche come l’ipertensione, il diabete, ecc.
Una parte del nostro lavoro è incentrata sul sensibilizzare le persone alla prevenzione della propria salute. Ad esempio, da due anni abbiamo creato un programma per curare l’epilessia: in Africa ci sono ancora molte credenze popolari legate a questa patologia che spesso non è considerata come tale e quindi non viene curata con i farmaci. 

Per il quarto anno consecutivo l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, grazie ai fondi 8×1000, garantisce servizi sanitari gratuiti nel centro Dream polivalente, nel centro nutrizionale e nella clinica mobile. In cosa consiste il progetto Dream e cosa significa per te lavorare in questo programma?

Il programma DREAM è attivo dagli anni 2000. Inizialmente è nato per affrontare il grande problema dell’AIDS e per fornire medicinali alle persone che sviluppavano malattie croniche a seguito della malattia. Poi si è sviluppato un programma di cure più strutturato e integrato.
Un’altra parte importante del lavoro di DREAM riguarda la prevenzione del cancro alla cervice uterina che qui è una delle cause maggiori di morte per le donne. 
L’orgoglio più grande di Dream è stata l’introduzione della cura gratuita per le donne sieropositive in gravidanza per fermare la trasmissione dell’HIV ai propri figli. È stato emozionante vedere i primi bambini nati negativi. Poter avere nuove generazioni nate sane è stato un grande traguardo.
Recentemente ho visto una delle bambine che abbiamo salvato grazie alla cura e mi sono commossa quando mi ha detto che sta studiando per diventare medico. 
Mi sono laureata nel 1998 e hai iniziato a lavorare con DREAM nel 2001. Questo è un lavoro di prevenzione e di cura a 360°, con un approccio olistico, non riguarda soltanto il fornire delle medicine. Per me è una missione che svolgo con grande amore. Se mi guardo indietro mi sembra che il tempo sia volato. Quando lavori con passione è così.
Nel progetto DREAM abbiamo tanti attivisti e attiviste, volontari, persone che sono state malate e sono diventate “testimonial” del programma. Chi ha vissuto questa esperienza acquisisce maggiore autostima, cambia la propria vita a livello profondo ed è meraviglioso che adesso loro si facciano portavoce incoraggiando tante altre persone. 

C’è una testimonianza nello specifico che desideri condividere?

Ci sono tante storie meravigliose, mi ricordo la prima volta che ho pianto durante una visita.
C’era una donna che veniva a curarsi portando con sé la propria bambina. Purtroppo la donna un giorno morì.
In clinica avevamo l’abitudine di fare un regalo di Natale alle bambine e io ho invitato la bambina a scegliere un regalo, lei mi guardò e mi disse: «Come regalo vorrei che tu facessi tornare mia madre». Sono scoppiata a piangere. Le dissi che poteva considerarmi sua madre. Mi chiama madre ancora oggi.
Questi sono gli aspetti difficili di questo lavoro che da fuori spesso non si vedono, perché si pensa che sia limitato soltanto alla cura con i medicinali.
Un’altra esperienza invece riguarda un ragazzo che veniva con i genitori, entrambi molto malati.
Il padre morì ed egli si trasferì in un altro villaggio con la madre. Dopo alcuni anni è tornato a cercarmi, chiedendomi se mi ricordassi di lui e raccontandomi che anche sua madre era morta. Espresse il desiderio di voler iniziare una cura, nonostante avesse ancora dodici anni. Iniziò la cura, poi ha studiato medicina con il desiderio di contribuire ad aiutare gli altri. Oggi lavora qui con noi ed è una persona eccezionale.

C’è un messaggio che vorresti condividere con i giovani per incoraggiarli ad aiutare le persone che soffrono?

Quando ho scelto la strada di medico avevo dieci anni, volevo aiutare le persone.
Nel mio percorso mi ritrovai a lavorare con l’HIV quando non esisteva una cura per questa malattia.
Potevamo solo sottoporre le persone al test e poi, se positivo, comunicare loro che erano malate, niente di più.
Grazie alla Comunità di Sant’Egidio è stato possibile introdurre una terapia antiretrovirale in Mozambico. Questo mi ha insegnato che c’è sempre la speranza di poter aiutare gli altri.
Ciò che vorrei dire soprattutto ai giovani è che dobbiamo sempre avere speranza.
Se tu dici: «Non ci riesco! Non riuscirò mai ad arrivare lì!», allora sicuramente non ci arriverai.
In passato ho lavorato in un ospedale dove c’era una stanza che chiamavano la “sala d’imbarco”: chiesi se quei pazienti si dovessero trasferire da qualche parte. Mi risposero che erano persone che sarebbero morte e quindi le lasciavano lì, dando per scontato che in breve tempo sarebbero partite per quel viaggio. Mi scoraggiavano a fare qualcosa per loro. Mi rifiutai, spiegando che avevo la responsabilità sulle mie spalle di aiutare e curare chi stava male. Ero un medico appena laureato e volevo curare tutti, ma in quel contesto non c’era la speranza.
Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che quando ci troviamo davanti a un ostacolo dobbiamo guardare oltre il muro. Andare avanti, non scappare ma imparare a confrontarci con le situazioni perché c’è sempre una soluzione. Questo è ciò che ho imparato e che cerco di fare ancora oggi.
Quando gli altri mi dicono che è impossibile, io rispondo che è possibile.
Non smettiamo di prenderci cura delle persone, e non mi riferisco soltanto agli aspetti della salute.
Ci sono tanti anziani che si sentono soli e tanti bambini per strada abbandonati. Molti vengono da noi perché vogliono un po’ di compagnia.
Siamo tutti e tutte responsabili di prenderci cura di chi ha bisogno, non soltanto i medici, ma tutti noi.

Pubblicate le graduatorie dei bandi “Ambiente” 2023

Sono disponibili le graduatorie dei due bandi dell’area di intervento “Ambiente” pubblicati a settembre 2023.

È ora possibile consultare le graduatorie dei bandi “Azioni per l’empowerment climatico” (ACE) e “Spazi Blu”, pubblicati a settembre 2023.

Le graduatorie – che riportano le proposte progettuali ammesse al finanziamento, quelle ammissibili ma non finanziabili per esaurimento fondi e quelle non ammesse al finanziamento – sono scaricabili qui:

L’empatia e la gentilezza possono cambiare il mondo

Abbiamo intervistato Sara D’Angelo, presidente dell’associazione Vitadacani, in merito al progetto “Diverse specie per un solo pianeta”, che interviene per salvare gli animali in difficoltà e coinvolgere la comunità come attore di cambiamento riguardo al degrado ambientale. Il progetto è in corso di realizzazione con il sostegno dei fondi 8×1000 dell’IBISG.

Qual è la mission della vostra associazione?

“Vita da Cani” è nato nel ’92 come ente che si occupava in particolare di randagismo, poi pian piano la nostra mission si è allargata. Oggi siamo un’associazione che lavora per la vita, la cura, la libertà di tutti gli animali contro ogni gabbia, maltrattamento e sfruttamento.
La nostra modalità di intervento riguarda due aspetti, uno pratico che afferisce alla cura, l’accoglienza, il salvataggio di animali che arrivano da noi o perché si sono auto liberati da situazioni di sfruttamento, o perché noi abbiamo seguito le loro storie e siamo riusciti a portarli in salvo. Ospitiamo più di 500 animali nelle nostre strutture. Tuttavia, non possiamo cambiare il mondo portando in salvo tutti gli animali, per tale ragione l’altro aspetto di cui ci occupiamo è comunicare e promuovere una serie di iniziative di sensibilizzazione e formazione. Le nostre parole chiave sono empatia e gentilezza. Riteniamo che l’empatia sia un motore di trasformazione potentissimo che può cambiare il mondo, noi creiamo delle situazioni di incontro tra persone e animali con l’obiettivo di sperimentare l’empatia. All’interno delle nostre strutture instauriamo relazioni orizzontali basate sul rispetto, sulla gentilezza, che abbiamo imparato proprio dagli animali con i quali viviamo. Vita da Cani collabora con tanti enti con finalità analoghe, siamo i rappresentanti della “Rete dei Santuari di animali liberi in Italia”, un network che raggruppa parecchi centri, associazioni e rifugi. Non ci definiamo un grande ente istituzionale, ciò che noi facciamo è chiedere alle persone di venire ad aiutarci, di seguire insieme a noi le battaglie che portiamo avanti sia nell’accudimento diretto degli animali, sia nel tentativo di cambiare il mondo.

Perché è importante fare azioni con l’obiettivo di sensibilizzare sempre di più al rispetto dei diritti degli animali e come è cambiata in questi ultimi anni la situazione in questo ambito?

Nel corso degli anni la sensibilità è cresciuta, prima nei confronti degli animali domestici, adesso si sta cercando di cambiare il nostro modo di vedere tutti gli altri esseri viventi che condividono con noi questo pianeta. È fondamentale lo sforzo continuo di toglierci dalla testa quei condizionamenti, quelle gabbie che ci fanno pensare che se il mondo è così, dopo tutto deve rimanere così. Condizionamenti che ci fanno pensare, ad esempio, che se vedo un cane alla catena faccio subito una segnalazione, ma quando passa un camion con il bestiame la considero una situazione normalizzata e che non c’è bisogno di un mio intervento. È un continuo sforzo di cambiare la realtà per cogliere tanti aspetti e questioni che ancora non sono state approfondite. Il primo step è l’informazione. Internet, le investigazioni, i filmati… hanno aperto delle crepe in quel muro possente che permette lo sfruttamento tranquillo degli altri animali. Noi esseri umani stiamo consumando tutte le risorse sulla terra e sfruttiamo il resto dei viventi, dobbiamo riuscire a fare un’autocritica e a rivalutare la modalità in cui agiamo in questo mondo. Con le nostre iniziative che prevedono un incontro diretto con gli altri animali, nel rispetto della loro libertà, cerchiamo di attivare un cambiamento, conoscendo gli altri animali, e far cadere dei paradigmi che nascono dalla non conoscenza.

Quali sono gli obiettivi e in cosa consiste il progetto “Diverse specie per un solo pianeta”?

Noi siamo una piccola associazione ma con grandi progetti, ci siamo sempre molto arrangiati e rimboccati le maniche, perciò tante cose sono state fatte in economia. Il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è fondamentale per noi. Il progetto prevede l’ampliamento e la ristrutturazione di alcune delle nostre strutture, tra cui la predisposizione di un’infermeria. Abbiamo una comunità di uccelli e stiamo riqualificando la struttura che serve per la loro riabilitazione, per restituirli a una vita libera. L’altro aspetto del progetto è relativo al miglioramento delle strategie comunicative e al perfezionare il progetto didattico. Ci sarà sia una formazione interna degli operatori sia delle formazioni esterne aperte alla cittadinanza molto importanti. Vita da Cani accoglie attivisti, volontari e persone comuni che transitano anche da altre strutture e che vengono da noi a imparare. L’obiettivo è coinvolgere tutta la realtà territoriale per sensibilizzare la comunità sulle problematiche del degrado ambientale, della crisi climatica, e trovare delle modalità di intervento diretto per cambiare e che loro stessi siano strumento di cambiamento. Questo è quello che noi insieme a voi cercheremo di fare.

Le associazioni che si occupano di difesa degli animali sono poche e molte vivono una fase pionieristica, cosa pensa sia importante rafforzare?

La chiave è uscire dalla realtà emergenziale continua. Gli enti che si occupano di animali corrono da un’emergenza all’altra, che sicuramente è una parte importante perché cambiano la vita di quei singoli soggetti che accolgono, ma manca la parte strategica per cambiare profondamente la realtà e fare in modo che ci siano sempre meno emergenze. Pochi fondi e poche risorse umane, ed emergenze da cui si è costantemente risucchiati. Chi gestisce un ente per la tutela degli animali deve avere un’idea chiara della propria sussistenza, capire quali risorse servono e lavorare per trovarle. Una volta aperto un rifugio è importante non chiuderlo, perché fai una promessa agli animali che accogli. Quindi è molto importante formarsi, avere capacità organizzative e raccogliere i fondi. Purtroppo i fondi sono molto limitati, non ci sono leggi dello Stato che concedono contributi per gli animali che storicamente vengono considerati cibo.

Lei da tanti anni si occupa di protezione dei diritti degli animali, come è nata questa sua passione? Cosa consiglierebbe a qualcuno che desidera dare un contributo, anche partendo da azioni apparentemente poco significative nel quotidiano?

La mia famiglia mi ha trasmesso il valore della giustizia, il senso critico e la convinzione che ognuno può fare la differenza. Sono cresciuta insieme a cani e gatti, che ho sempre considerato familiari, in particolare ho sviluppato una relazione profonda con uno dei miei primi cani e da lì ho iniziato a interrogarmi su alcuni aspetti. A tredici anni sono diventata vegetariana, ho deciso dall’oggi al domani che non avrei più mangiato animali. Ero nell’età dello sviluppo e i miei genitori mi hanno portato da un nutrizionista. Poi nel corso del tempo sono diventata vegana. Sono sempre stata una persona molto determinata di carattere. La prima associazione è nata quasi per gioco con tre compagne di liceo, eravamo senza soldi ma abbiamo lavorato sui bandi e alcuni progetti europei che poi hanno avuto fiducia in noi. Rispetto al contributo che ognuno di noi può dare, consiglierei alle persone di iniziare dal rapportarsi agli animali con rispetto, amicizia e non con logiche gerarchiche. Sicuramente la prima cosa è decidere di non mangiarne… Io consiglio sempre di fare una bella palestra presso un rifugio, entrare in una comunità che ti stimola. Noi siamo sede di servizio civile universale, italiano ed europeo. Attualmente abbiamo otto ragazzi, alcuni di loro dopo il servizio restano a lavorare da noi. In questo momento storico pieno di violenza e di guerre, c’è anche un grande potere di trasformazione. Agire ti dà speranza. Noi crediamo che anche nella situazione più tremenda ci sia sempre speranza.

Un percorso di accoglienza costruito grazie alla solidarietà

Grazie al contributo dei fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, l’ARCI Nazionale, attraverso il progetto “Circoli rifugio – Più corridoi per la libertà” organizza dei canali di ingresso sicuri e legali per rifugiati in fuga dalla Libia e dall’Afghanistan, garantendo loro protezione e accoglienza in Italia.
Tra luglio e novembre 2022 sono stati realizzati tre corridoi umanitari e sono state messe in salvo 500 persone, 113 in quota Arci. La rete dei circoli rifugio ha attivato percorsi di accoglienza, seguendo le persone nella procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e nelle scelte relative al percorso di inclusione.
Il progetto è rivolto a persone particolarmente vulnerabili: donne sole e con famiglia, attiviste/militanti/difensori dei diritti umani, persone che si riconoscono nella comunità LGBTQ+, giornaliste/i e le loro famiglie.
In occasione dell’arrivo di 97 persone dalla Libia all’aeroporto di Fiumicino, il 5 marzo, abbiamo intervistato Valentina Itri, dell’Ufficio Immigrazione, Asilo e Lotta al Razzismo di ARCI nazionale.

Cosa sono e come funzionano i corridoi umanitari?

I corridoi umanitari sono un canale d’ingresso sicuro e legale per tutte le persone che cercano di raggiungere l’Europa. L’Italia nel 2015 è stato il primo Paese dell’Unione europea a sperimentarli.
Grazie al protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, è stato possibile individuare una serie di persone particolarmente vulnerabili da far arrivare in Italia attraverso un volo di linea.
Il punto di debolezza dei corridoi umanitari è che si parla di numeri irrisori.
Il protocollo attuale, che ci permette di implementare un corridoio dalla Libia, prevede l’arrivo di 1500 persone in due anni. Se pensiamo che solo nel 2023 hanno perso la vita in mare più di 2000 persone si parla ancora di numeri molto piccoli.
Ciononostante per noi è un motivo di orgoglio poter salvare delle vite umane evitando che delle persone intraprendano un viaggio mettendo a rischio la loro vita.

Cosa succederà ai beneficiari una volta che arrivano in Italia?

ARCI ha messo in campo la rete dei Circoli rifugio che attuano il modello di accoglienza diffusa.
I Circoli mettono a disposizione degli appartamenti dove i beneficiari e le beneficiarie saranno supportati da un’equipe dedicata e professionale.
Una volta giunte a Roma, le persone verranno accompagnate dai singoli operatori nei luoghi di destinazione. Le città che hanno dato la disponibilità sono: Roma, Avellino, Crema, Bologna, Pistoia, Chieti e Viterbo.
Come previsto dal protocollo esse trascorreranno almeno sei mesi presso le nostre strutture. Durante questo periodo saranno supportati nella procedura della protezione internazionale ed eventualmente, alla segnalazione per un inserimento nel sistema pubblico di accoglienza il SAI.

Qual è l’obiettivo del progetto “Più corridoi per la libertà”?

Grazie al progetto “Più corridoi per la libertà” sostenuto con i fondi dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, possiamo dimostrare che c’è un modo per arrivare in Italia e in Europa sicuro e legale.
Il progetto vuole essere una buona pratica che sia replicabile in tutta Europa, poiché ha origine da un regolamento europeo del 2009. Il regolamento prevede che i Paesi dell’area Schengen possano rilasciare dei visti umanitari. L’Italia lo ha fatto, la Francia lo ha replicato e adesso lo sta replicando anche il Belgio. Per noi è importante dimostrare che si può fare.
Un altro punto di forza del progetto è che coinvolge la cittadinanza, la nostra base associativa.
La gente comune vede con i propri occhi e partecipa con la propria solidarietà alla costruzione di un percorso di accoglienza e di inclusione di queste persone che oggi arrivano in Italia.


 

Comunicato stampa — Corridoi umanitari dalla Libia, arrivate 97 persone

ROMA, 05 MARZO 2024 – Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento.

Sono arrivate oggi, martedì 5 marzo, le prime 97 persone sopravvissute all’inferno della Libia: storie di detenzione, violenze, tratta e sfruttamento. Tra di loro persone particolarmente fragili dal punto di vista sanitario provenienti dai diversi paesi: Eritrea, Etiopia, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Palestina e Siria. 

Il loro arrivo in Italia è reso possibile dal protocollo firmato lo scorso dicembre da Ministero dell’Interno, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, UNHCR Italia – Agenzia ONU per i Rifugiati, Arci, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e INMP, che permetterà a 1500 rifugiati e persone, che necessitano di protezione internazionale, di essere evacuati dalla Libia all’Italia nell’arco di tre anni.

La rete Arci ha risposto con grande solidarietà, attivando i Circoli Rifugio e dedicando parte della sua quota di accoglienza a persone lgbtqi+. I comitati di Crema, Bologna, Chieti, Pistoia, Roma, Viterbo e Avellino attiveranno 13 appartamenti per 50 persone per questo primo volo

Particolarmente importante il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che, con i fondi dell’8×1000, sostiene la rete dei Circoli Rifugio Arci, e di Medici Senza Frontiere che ha permesso di individuare un gruppo di persone presenti in Libia con particolari vulnerabilità sanitarie, che verranno seguite in Italia dalle loro equipe mediche. 

Oggi pomeriggio, a Fiumicino, si è svolta una conferenza stampa alla quale hanno partecipato Chiara Cardoletti, Rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino dell’UNHCR; Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci; Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio; Laura Lega, capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno; Valentina Serra del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

“La Libia non è un porto sicuro. Dal 2017 al 2023 l’UE ha speso 71 milioni di euro di finanziamento per equipaggiare la cosiddetta Guardia costiera libica, anche tramite il supporto italiano. Dal 2017 ad oggi sono state riportate in Libia circa 130 mila persone, solo nel 2023 sono state intercettate oltre 17mila persone.”, ha dichiarato Filippo Miraglia, responsabile nazionale Immigrazione di Arci“Con i corridoi umanitari mettiamo in salvo poche centinaia di persone, tante e tanti altri perdono la vita in mare (solo nel 2023 sono state accertate 2250 morti nel Mediterraneo) o restano in quell’inferno e non hanno la possibilità di arrivare in Europa attraverso canali legali e sicuri come quelli messi in campo oggi”. 

Anna Conti, vice presidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dichiara: “La Soka Gakkai si è sempre battuta per giungere ad un patto globale sulle migrazioni e sui rifugiati. I corridoi umanitari rappresentano uno strumento importante di raccordo tra diritto alla migrazione ed accoglienza che garantisce la tutela dei diritti umani a chi è costretto a lasciare la propria terra. La nostra organizzazione continuerà a sostenere ogni attività di questo tipo. Promuovendo l’insegnamento buddista del rispetto della dignità della vita, continueremo a rivolgere la nostra attenzione alle minacce che le questioni globali rappresentano, ponendo il benessere del pianeta e di ogni essere vivente come punto di partenza e fine ultimo di ogni sforzo umano”.

“Tra le persone arrivate oggi ci sono anche pazienti vulnerabili assistiti dai nostri team in Libia. Grazie alla collaborazione con Arci, continueremo a seguirli anche in Italia, dove sono finalmente al sicuro dopo mesi trascorsi nei centri di detenzione libici, in spazi ridotti, tra abusi e violenze senza fine. È una goccia nell’oceano, ma che farà la differenza nella vita di queste persone che oggi possono immaginare un nuovo futuro e ricevere tutte le cure di cui hanno bisogno”,
 dichiara la dr.ssa Lucia Borruso, responsabile del Progetto Corridoi Umanitari di Medici Senza Frontiere in Italia.

La pioggia è la causa dell’arcobaleno

Abbiamo intervistato Alessandra Rossi, coordinatrice Gay Help Line 800713713 e Marina Marini Coordinatrice di Refuge LGBT e Refuge T*, in merito al progetto “Accoglienza per LGBT+ vittime di violenza” realizzato grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che sostiene giovani di età compresa fra 16 e 26 anni vittime di violenza familiare in quanto LGBT+

 

Risponde Alessandra Rossi (Coordinatrice GAY HELP LINE)

Gay Help Line è il contact center nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center. Che tipo di attività svolgete?

Il nostro servizio offre supporto e uno spazio di ascolto tramite il numero verde 800713713 e la chat anonima Speakly.org alle persone che appartengono alla comunità LGBT+ e che hanno bisogno di un canale per poter raccontare tutto ciò che non avrebbero la possibilità di condividere all’interno dei propri spazi di socializzazione.
Il servizio garantisce un ascolto non giudicante, che va oltre pregiudizi e stereotipi, necessario per rafforzare un’identità positiva di sé, senza vivere quella stigmatizzazione e quei processi di esclusione che purtroppo ancora sono una realtà all’interno del nostro Paese.
Offriamo servizi di consulenza per persone che subiscono discriminazione, violenza, odio per orientamento sessuale o identità di genere all’interno di contesti familiari, sul posto di lavoro oppure da persone sconosciute. L’omotransfobia agisce come fattore di pregiudizio e quindi tralascia la conoscenza della persona, può colpire chiunque con conseguenze negative su tutta la comunità.
La nostra presa in carico prevede uno spazio di ascolto con operatrici e operatori che hanno competenze professionali differenti di tipo legale. Oltre a questo forniamo servizi di supporto psicologico e di mediazione in ambito familiare, proprio perché il coming out spesso può costituire una frattura tra sé e le persone importanti all’interno della propria vita.
La mediazione di tipo sociale che effettuiamo, inoltre, supporta il completamento del loro percorso di formazione ed evita loro le forme di esclusione dal mondo del lavoro.

Quali sono le maggiori difficoltà che frenano le persone nel contattarvi?

Possono essere differenti in base all’età. I ragazzi e le ragazze più giovani, minorenni o appena maggiorenni, possono aver paura di incontrare una vittimizzazione ulteriore o di non essere capiti. Spesso sono abituati a vivere una condizione di isolamento e non immaginano che dall’altra parte della cornetta o dello schermo, nel caso in cui si utilizzi la chat per contattarci, possa esserci una comunità che parla di loro e che è pronta ad accoglierli e a restituirgli quello spazio di visibilità. Proprio perché quello che hanno sperimentato è in qualche modo una stigmatizzazione di sé, molto spesso è la paura che blocca. 
Per quanto riguarda le persone più adulte può esserci una diffidenza dal percorrere il sistema delle tutele legali. 

Marina Marini (Coordinatrice di REFUGE LGBT e REFUGE T*)

Refuge LGBT+ offre un servizio di prima ospitalità per le giovani vittime di omotransfobia e per persone trans dai 16 ai 25 anni vittime di discriminazione. Come si accede al servizio e quali sono i servizi offerti alle persone ospiti della casa rifugio?

A Refuge LGBT+, come a tutti i nostri servizi, si accede chiamando il numero verde 800713713 o tramite una chat dedicata che non lascia traccia, molto utilizzata dalle fasce più giovani Speakly.org. Si ascolta la storia della persona e poi vengono fatte una serie di valutazioni sui possibili servizi erogati.
Il servizio della casa rifugio non si limita all’accoglienza della persona, ma l’associazione offre supporto legale, psicologico e di counseling, ci occupiamo anche di persone migranti che in qualche modo devono anche regolarizzare la loro posizione sul territorio e a volte anche di nuclei familiari che possono aver bisogno. Aggiungiamo anche una serie di attività di formazione e di accompagnamento al lavoro.
Forniamo inoltre un servizio di tutoraggio per chi sta frequentando la scuola, che è fondamentale per avere un confronto costante con professori e dirigenti. 

Lavorate a stretto contatto con tante persone giovani che arrivano da voi con esperienze molto difficili e che grazie al progetto ritrovano nuove speranze per il loro futuro. Come riuscite a incoraggiarle quando non hanno più prospettive?

Noi accogliamo ragazzi e ragazze dai 16 ai 25 anni che nel momento in cui hanno fatto coming out hanno subìto una violenza in famiglia, non solo fisica ma anche psicologica. 
Le persone che arrivano qui ovviamente hanno delle fragilità e innanzitutto cerchiamo di ricostruire per loro una base sicura.
Hanno storie, vissuti e contesti diversi, più la fragilità è ampia e complessa e più il nostro lavoro si deve intensificare. 
Per noi non è soltanto un lavoro, è una missione che si traduce in un impegno quotidiano che portiamo avanti con tutte le nostre forze per aiutare queste persone ad avere una loro autonomia e una loro vita.

Abbiamo chiesto a Ray, una beneficiaria, di condividere la sua esperienza

Come sei entrata in contatto con il progetto? 

Sono entrata in contatto con il progetto dopo che si è presentata un’ennesima situazione sgradevole in casa e le dinamiche di violenza sono aumentate. Chiesi consiglio a un amico che mi disse di chiamare Gay help line, e io lo feci. All’inizio quelle “chiacchiere” mi davano consolazione poi mi dissero che mi avrebbero messo in contatto con un’educatrice. Non mi aspettavo tanta serietà, sinceramente.
Qualche ora dopo mi contattò un’altra persona che mi chiese di nuovo di raccontare la mia storia.
Da lì a qualche giorno, tra una conversazione e l’altra, si suppose che avessi tutto in regola per entrare all’interno della casa rifugio. Non mi aspettavo di essere idonea, in realtà stavo vivendo una situazione di violenza più grande di quanto volessi vedere.

Com’è stato per te arrivare in casa rifugio e che tipo di percorso hai avviato grazie al progetto?

Per me arrivare in casa rifugio è stato importante ed ha significato entrare nel dialogo; come prima cosa ho adottato un altro nome in quanto persona non binaria.
Una delle richieste che mi fecero era se volevo o meno un percorso psicologico. Io lo speravo da anni e risposi subito di sì. Questo percorso si è rivelato importantissimo e tutt’ora lo sto continuando, nonostante sia già fuori dalla casa rifugio. 
All’inizio ho avuto qualche difficoltà a farmi andare bene le regole della casa, mi sembravano troppo severe, ma si sono poi rivelate utili.  Avevo molte difficoltà a interagire con le persone, ma grazie al percorso svolto nella casa mi sento più a mio agio nel contesto sociale in cui mi trovo e nell’interazione con gli altri. 

Dove ti immagini tra qualche anno? 

Tra qualche anno spero di aver fatto dei bei passi avanti nella relazione attuale con la mia ragazza, con cui si sta creando un bel legame basato su un’educazione affettiva e su un’ottima comunicazione. 
Sto creando anche molte relazioni di amicizia e da qui a cinque anni mi vedo “accasata”, non so se con dei figli. 
Rispetto alla carriera, io nasco come cantante e mi piacerebbe aver già realizzato qualcosa di importante in questo aspetto della mia vita, in Italia o all’estero…

Se dovessi lanciare un messaggio ai tuoi coetanei, quale potrebbe essere?

Essendo un periodo un po’ complesso, pieno di tante brutte notizie, io direi di non scoraggiarsi, anche se sembra assurdo dire una cosa del genere, ma io dico che è l’unica cosa effettivamente che si può fare. 
Mettere da parte il dolore per riuscire ad approfittare della situazione che viviamo a livello sociale, per portare un messaggio forte. Anche nella paura, dobbiamo trovare degli spazi per dire quello che va detto. 
La pioggia è la causa dell’arcobaleno e anche nelle giornate piovose c’è comunque il sole dietro le nuvole. È importante trovare il bello nel brutto per uscire dalle situazioni e non fermarsi. 

Maschile Plurale

Il progetto “Contrastare la violenza di genere trasformando la cultura che la produce”, realizzato dall’associazione Maschile Plurale grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, svolge un’azione integrata sul piano della formazione, della comunicazione e della produzione di linee guida, al fine di promuovere la consapevolezza maschile sulle dinamiche relazionali che sono alla base della violenza di genere.

 

Stefano Ciccone, Presidente dell’Associazione Maschile Plurale

È urgente la necessità di ripensare gli interventi di contrasto alla violenza di genere coinvolgendo un numero sempre maggiore di uomini nella promozione di nuove relazioni di genere. Lei è presidente dell’Associazione Maschile Plurale, qual è la vostra mission e a chi è indirizzata?

Maschile Plurale è nata da una presa di consapevolezza come uomini di quanto la violenza maschile contro le donne chiamasse in causa tutti noi, mettesse in discussione una cultura diffusa e condivisa, chiedesse di cambiare la nostra idea di amore, di famiglia, la nostra concezione della sessualità. Ridurre la violenza a questione di “cronaca nera” e invocare risposte repressive finisce per essere una fuga dalla propria responsabilità: deleghiamo alla giustizia la repressione senza scalfire la nostra “normalità”. Noi abbiamo iniziato, ormai molti anni fa, a prendere parola come uomini contro la violenza, ma anche a costruire spazi di confronto tra uomini per indagare i fili sotterranei che collegavano noi a quella violenza che sapevamo non essere né mera devianza o patologia né residuo del passato né riducibile a frutto di marginalità e degrado.
Questo confronto tra uomini non riguarda solo o tanto la violenza, ma prova a interrogare le nostre vite per produrre un cambiamento. Non si tratta solo di un impegno volontaristico, frutto di un’assunzione di responsabilità di fronte al dominio e alla violenza esercitati dagli uomini. Spesso abbiamo pensato il cambiamento separando la dimensione sociale da quella individuale. Noi crediamo che il potere e il privilegio abbiano anche prodotto una miseria nella vita degli uomini e crediamo che la libertà e l’autonomia delle donne, con cui ci misuriamo sempre più, non siano una minaccia ma, al contrario, un’opportunità per la nostra libertà e la qualità delle nostre vite.

In cosa consiste esattamente il progetto “Contrastare la violenza di genere trasformando la cultura che la produce”?

Siamo partiti dalla nostra esperienza e dalla frustrazione che incontrano le tante persone impegnate nel contrasto alla violenza. Sempre di più si parla di violenza contro le donne, ma troppo spesso se ne parla male. Crescono le iniziative istituzionali e della società, ma il fenomeno non pare essere scalfito. Ci siamo chiesti, allora, cosa manca? Cosa non funziona? E abbiamo ragionato su tutti i limiti che abbiamo incontrato nei vari ambiti di intervento in cui siamo impegnati: dalla comunicazione al lavoro con gli autori di violenza, dagli interventi nelle scuole alle campagne istituzionali per il contrasto del fenomeno. In questi anni abbiamo ragionato sulle ambiguità, spesso sulle contraddizioni e addirittura sulle inconsapevoli complicità che questi interventi mostrano con la cultura che genera e giustifica la violenza: dalla rappresentazione delle donne deboli all’alimentazione di una ingiustificata nostalgia per modelli sociali tradizionali, dal linguaggio spesso superficiale e conformista. Abbiamo pensato fosse necessario provare a dedicare del tempo, oltre la fretta quotidiana del fare, a mettere a punto tutti questi limiti per provare a dare qualche risposta e qualche indicazione basata sulla nostra esperienza, sul confronto con le tante realtà che abbiamo incontrato e con cui collaboriamo. Partendo dall’assunto che dà il titolo al progetto – produrre una trasformazione culturale – abbiamo dunque deciso di mettere in campo un lavoro che tenga insieme la riflessione, l’ascolto delle esperienze e l’impegno a proporre soluzioni, offrire strumenti culturali e riferimenti concreti per contribuire a cambiare il modo in cui tutti e tutte affrontiamo il fenomeno della violenza.

Con i fondi 8×1000, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha finanziato il progetto. Quale impatto si spera di avere grazie a questo contributo?

La disponibilità dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai a sostenere la realizzazione di questo progetto è stata per noi una sorpresa molto importante che ci carica anche di responsabilità. L’obiettivo è superare la frammentazione delle iniziative degli interventi e costruire risposte integrate e utili nel tempo, riproducibili, condivisibili e coerenti. L’impatto che ci prefiggiamo è su due piani: il primo consiste nel realizzare occasioni di confronto vere tra i diversi soggetti, le realtà associative istituzionali e le diverse professionalità impegnate a vario titolo in questo ambito per far avanzare approcci più consapevoli. Abbiamo iniziato con l’ambito più controverso che è quello del lavoro con gli autori di violenza e con quello degli interventi didattici e di sensibilizzazione nelle scuole. Anche questo, peraltro, incontra, come è noto, molte resistenze. A breve si svolgeranno due incontri a cui teniamo molto e che coinvolgono da un lato gli operatori e le operatrici dell’informazione e della comunicazione per una riflessione critica sui molti limiti del modo in cui i media trattano il problema, ma anche dei limiti che segnano le campagne di sensibilizzazione prodotte da istituzioni, aziende e associazioni. Il secondo incontro coinvolgerà associazioni, mediatori culturali, associazioni di donne e comunità immigrate e riguarderà la violenza in una società multiculturale: dall’uso xenofobo e securitario dell’allarme per la violenza contro le donne, alla violenza diffusa e istituzionale esercitata sulle donne migranti sottoposte a tratta. Vogliamo ragionare insieme a chi lavora “sul campo” su come costruire una comunicazione destinata a giovani maschi provenienti da altre culture sulle relazioni tra i sessi e valorizzare le esperienze e le elaborazioni di donne di culture e religioni diverse. Tutto questo lavoro è sempre accompagnato dal coinvolgimento dei gruppi locali dell’associazione a cui chiediamo di valorizzare le proprie relazioni territoriali, ma anche di intervenire nel merito del confronto. Il secondo piano di intervento per ottenere un impatto significativo e duraturo è quello a cui lavoreremo nell’ultima fase del progetto e che consiste nel produrre delle “guide”, degli strumenti di lavoro che offrano riferimenti per arricchire e qualificare gli interventi oggi in campo: indicazioni per i professionisti della comunicazione sulla costruzione di campagne più efficaci e coerenti, indicazioni per insegnanti e associazioni per costruire esperienze didattiche e partecipative nelle scuole, indicazioni per ripensare i percorsi di consapevolezza di uomini che abbiano agito violenza e così via. Al centro c’è sempre il confronto tra uomini e l’esperienza dei gruppi come luogo di elaborazione, ascolto e pratica di cambiamento. Per questo uno degli obiettivi è anche quello di “raccontare” cosa siano i gruppi maschili di condivisione e promuovere la nascita di nuove esperienze locali.

C’è una storia significativa nell’ambito del progetto che vuole condividere?

Siamo ancora in una fase precoce in cui ci siamo dedicati soprattutto all’analisi, al confronto con le esperienze in campo e all’elaborazione di proposte da portare nel confronto con altre e altri. Personalmente sono stato colpito dall’intensità e dalla capacità di misurarsi con la complessità che abbiamo incontrato nelle esperienze di lavoro con gli uomini autori di violenza. Si tratta di esperienze difficili in cui fare i conti con la nostra ambivalenza nel rapporto con un uomo che abbia picchiato, maltrattato, stuprato o ferito una donna: la tentazione di affermare una distanza, la necessità di costruire un ascolto empatico che non ceda al richiamo collusivo, la difficoltà nel confrontarsi con le emozioni contraddittorie che quella relazione ci sollecita. Nell’incontro “Violenza maschile contro le donne. Come ripensare il lavoro con gli autori”, che si è svolto a Roma a settembre 2023 nel contesto del progetto, è stato per me molto significativo l’incontro-scontro tra il portato emotivo dell’esperienza di donne che lavorano nei centri antiviolenza a supporto delle vittime e quello di donne e uomini che promuovono percorsi di cambiamento e consapevolezza degli autori. Persone tutte impegnate nel comune contrasto al fenomeno della violenza, ma che non riuscivano a comprendersi fino in fondo, a far dialogare sofferenze e storie diverse. La difficoltà a riconoscersi reciprocamente e la paura che capire l’altra o l’altro possa negare la propria storia. Il nostro percorso e la nostra elaborazione tentano di stare su questo piano di complessità senza sfuggirlo e senza ricercare soluzioni semplici a un fenomeno complesso, controverso e profondamente intrecciato con il nostro immaginario, i nostri desideri, le nostre paure e le nostre rappresentazioni.

Testimonianza di Andrea Bernetti, Formatore

In base alla sua esperienza di formatore quali sono gli aspetti più innovativi del progetto?

Il lavoro di contrasto alla violenza di genere e più in particolare il lavoro rivolto agli autori di violenza manca di spazi di riflessione condivisa sia sul piano dell’efficacia degli interventi, sia sul piano più ampio di una discussione sui modelli di lettura del fenomeno e quindi sui modelli d’intervento e la loro verifica. In questo senso, il progetto di Maschile Plurale assume una funzione non semplicemente innovativa, ma ancor più necessaria, offrendo un’occasione e un metodo di riflessione, di condivisione e di rivisitazione degli approcci fino ad ora adottati per il contrasto alla violenza di genere e il coinvolgimento del maschile in questo grande obiettivo.

Secondo lei, cosa si dovrebbe fare per prevenire il fenomeno della violenza di genere? Come aiutare gli uomini a diventare consapevoli del loro ruolo nel contrasto alla violenza di genere?

La violenza di genere è un fenomeno profondo e strutturale nella storia delle culture e delle relazioni umane, la prevenzione è un’azione necessaria che richiede consapevolezza della rilevanza profonda del fenomeno. La prevenzione si fonda, a mio avviso, su diversi assi: lavorare su una proposta culturale che destrutturi la cultura del possesso e della trasformazione dell’altro, specie la donna, in oggetto funzionale alla stabilità dell’identità maschile fondata, per l’appunto, sul possesso; lavorare sulla conoscenza e la valorizzazione delle emozioni come fonte di conoscenza di sé e dell’altro, sull’accettazione e sostenibilità della confusione categoriale e identitaria che le emozioni inevitabilmente portano; lavorare sulla conoscenza dei segnali emotivi e comportamentali che indicano un’escalation violenta in atto e una formazione su questi a tutte le figure professionali che più frequentemente potrebbero rilevarli; lavorare sulla creazione di una rete collaborativa e coesa di contrasto alla violenza, che sappia leggere i segnali e coinvolgere le persone che vivono la violenza.
Gli uomini devono assolutamente essere messi al centro, ma non solamente dentro la visione attuale che li vede descritti come soggetti che devono assumersi la colpa della violenza e, in un processo di colpevolizzazione, redimersi e cambiare, questa strategia non è sufficiente. La mia idea è che gli uomini hanno una domanda di cambiamento che va fatta emergere e sostenuta, la cultura patriarcale ferisce anche gli uomini privandoli della loro parte emozionale, costringendoli a relazioni vuote e ripetitive e a un’identità rigida, incapace di stare nelle situazioni di cambiamento. Occorre quindi sviluppare la domanda, il desiderio di cambiamento del maschile, oltre chiaramente a insistere sul disvalore nei confronti dei comportamenti violenti.

Disponibile il report dei progetti realizzati in Italia grazie ai fondi 8×1000

È ora disponibile il report dei progetti realizzati nelle regioni italiane dal 2020 grazie al sostegno dei fondi 8×1000. I dati sono aggiornati a gennaio 2024.

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai promuove attivamente i valori della pace, della cultura e dell’educazione nella società.
In particolare, dal 2020 la Soka Gakkai italiana utilizza i fondi 8×1000 a sostegno di attività sociali e umanitarie, abbracciando il valore dell’umanesimo buddista come principio ispiratore.

È ora disponibile il report dei progetti realizzati nelle regioni italiane, dal 2020 a gennaio 2024, grazie al sostegno dei fondi 8×1000.

Una rivincita per il quartiere

In merito al progetto ALL – Agro Living Lab Ponticelli, realizzato da Era Cooperativa Sociale grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo intervistato Margherita Aurora del centro diurno Liliput, Antonio Pone dell’associazione Jolie Rouge e un beneficiario del progetto.
Questo prevede una nuova area polifunzionale e di verde urbano attraverso l’ampliamento dell’orto sociale di Ponticelli (Napoli) da destinare ad eventi artistici e culturali in un processo partecipato di cittadinanza attiva.

 

Margherita Aurora, educatrice Centro diurno Liliput

Come nasce il progetto? Avete la percezione che la comunità locale sia consapevole della trasformazione di questo territorio e ne stia beneficiando?

L’Orto sociale di Ponticelli nasce otto anni fa quando, come Centro diurno Liliput della Asl di Napoli 1, abbiamo chiesto in affidamento al Comune un parco pubblico abbandonato per la riabilitazione dei pazienti che seguiamo.
Il parco era una giungla, siamo partiti creando una rete con venti associazioni di cittadini, scuole e parrocchie del territorio. Attualmente contiamo oltre duecento terrazze all’interno dell’orto.
In questo percorso abbiamo avuto la fortuna di incontrare l’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Uno dei principali obiettivi del progetto è costruire un luogo dove vivere una dimensione comunitaria, perché non è la singola persona che si prende cura dell’area, ma sono le scuole, le famiglie e l’associazione con i suoi membri a farlo. Le persone si aggregano spontaneamente alla realtà dell’orto e molti non vengono qui solo per portare a casa i prodotti della terra, che ovviamente sono fondamentali, ma contribuiscono a 360 gradi al progetto sociale. Il prossimo passo è la realizzazione del teatro che sarà un’ulteriore possibilità per il territorio di sentire proprio uno spazio che gli era stato precluso.
Attraverso il progetto sono state erogate delle borse lavoro per la manutenzione del verde destinate a persone con fragilità, che stanno facendo un percorso di cura e di promozione dell’autonomia.

Quali sono gli ostacoli che riscontrate maggiormente e che minano la motivazione delle persone con fragilità?

Il progetto nasce dal Centro diurno Lilliput, un servizio che segue persone che si emancipano dalla dipendenza di sostanze e poi necessitano di un contesto sociale in cui tornare. Ovviamente i rapporti di amicizia, e molto spesso anche quelli con i familiari, sono compromessi per queste persone.
Come prima istanza, l’orto crea occasioni di incontro per imparare a ricostruire relazioni sane e poi, attraverso dei tirocini formativi, diamo loro delle borse lavoro che permettono di avere un riscatto economico. Sono le due dimensioni, quella sociale e lavorativa, che più li penalizzano. Inizialmente l’impatto non è stato semplice perché erano additati come persone tossicodipendenti, ma ad oggi tutti lavorano fianco a fianco; è un bellissimo risultato che stiamo ottenendo perché le persone hanno capito che anche chi ha fragilità ha il diritto di vivere una vita normale.
Il lavoro degli educatori è sostenere la persona, ci sono dei percorsi psicologici per aiutarla a superare i momenti di difficoltà.
Grazie al progetto dell’orto i beneficiari hanno la possibilità di sperimentarsi in un contesto nuovo e ricco di persone, allenandosi per potersi reinserire nel contesto sociale, familiare e lavorativo. Anche a percorso finito, l’orto ci dà la possibilità di continuare questo accompagnamento della persona a distanza e di osservarla. I beneficiari sanno che hanno sempre la possibilità di un confronto con noi per parlare delle loro difficoltà, ma anche delle soddisfazioni che hanno maturato lungo il  percorso.

Antonio Pone, coordinatore progetto per APS Jolie Rouge – Needle Agopuntura urbana

Quanto è importante promuovere iniziative culturali e di socializzazione in contesti particolarmente vulnerabili?

Il progetto ALL – Agro Living Lab è organizzato nel quartiere di Ponticelli, una zona molto periferica di Napoli, dove sono presenti sia problemi nelle infrastrutture che sacche di povertà e marginalità sociali.
Agro Living Lab è un processo di rigenerazione di uno dei grossi polmoni verdi della città che vuole costruire percorsi di cittadinanza attiva per quei tanti abitanti che si trovano in condizioni di povertà ed esclusione, un laboratorio “vivente” che coinvolga la comunità degli ortolani che dal 2015 è attiva all’interno di quell’area e li metta in relazione con il quartiere per avere una lettura condivisa dei bisogni intorno ai quali costruire progettualità. La valorizzazione del verde urbano è uno degli elementi centrali, ma il progetto si concentra soprattutto sulla promozione di attività culturali che favoriscono il coinvolgimento di giovani in dispersione scolastica e soggetti che vivono una povertà educativa. La volontà è di intervenire anche creando un contenitore che dia spazio ai tanti soggetti collegati, dal terzo settore alle scuole ai gruppi informali.

Come si stanno svolgendo gli interventi rigenerativi del progetto dell’area interessata?

Gli interventi sono strutturati secondo alcuni criteri dell’agopuntura urbana. Si inizia da una mappatura generale del territorio per arrivare al “collo di bottiglia”,  cioè da una lettura più ampia del quartiere si va a stringere progressivamente fino alla lettura delle aree funzionali che compongono l’area d’intervento e ovviamente il parco.
Poi tutto quello che è stato raccolto nella prima fase di indagine condivisa, converge in un processo di disamina: una squadra di architetti e progettisti ambientali interagisce con la comunità degli ortolani, con gli abitanti e il quartiere in generale, per tradurre le esigenze emerse in un progetto. In termini di biodiversità il parco in alcune parti assume la forma di bosco, anche a causa dell’incuria di tanti, ma questa in realtà è per noi una ricchezza di biodiversità assolutamente da tutelare. La questione della manutenzione è sempre una sfida perché i parchi urbani sono stati pensati in un’epoca in cui la manutenzione era più fattibile perché c’erano maggiori risorse.

Quali ostacoli state riscontrando?

Gli ostacoli principali ruotano intorno a due questioni. La prima è di carattere amministrativo, perché le aree verdi di Napoli sono spesso oggetto di responsabilità diffuse su più enti e questo rende molto complesso il coordinamento con le amministrazioni locali. Un altro ostacolo è la presenza di soggetti che rappresentano delle minacce per il parco: dall’elemento più banale del furto degli ortaggi a episodi di violenza più esplicita nei confronti di chi abita e anima quell’esperienza. La logica dietro al nostro intervento è esattamente quella di allargare la fruizione del parco a tutto il quartiere poiché questo rappresenta una forte difesa sociale. Relazionarsi con i giovani, le scuole, le organizzazioni a livello territoriale consolida il ruolo che quel parco già riveste in maniera forte all’interno del quartiere e della città e volendo anche nel Paese, essendo una delle esperienze di orti fra più grandi d’Europa.

Abbiamo chiesto a O. I., un beneficiario, cosa rappresenta per lui far parte di questo progetto

Per me è un’opportunità molto importante, essendo di Ponticelli sento che questo progetto rappresenta un riscatto per me e per il mio quartiere.
L’esperienza più significativa è la collaborazione che si è creata tra noi e gli ortolani perché ci sosteniamo a vicenda per tenere quanto più possibile pulite e curate le terrazze dell’orto. Si è creato un bel rapporto di amicizia, se ci serve una mano li chiamiamo e loro chiamano noi. Siamo sul posto dal martedì al venerdì e le mie mansioni sono principalmente tagliare l’erba e pulire.
Il mio desiderio per il futuro è trovare un posto di lavoro fisso che mi permetta di vivere con serenità, sia per me che per la mia famiglia.

Grazie al progetto sto imparando tante cose nuove che non ho mai fatto, come piantare gli ortaggi, potare le piante e tagliare alberi. Gli ortolani del posto mi hanno dato una mano, così come i colleghi inseriti nel progetto.

A me piace tanto stare in mezzo alla natura, inoltre sentire che sto facendo qualcosa per il mio quartiere è molto significativo.

Prima quelle aree erano abbandonate, adesso vedo con i miei occhi come tutto si sia trasformato. Ora è possibile fare una passeggiata e ognuno può trascorrere nel parco del tempo piacevole, questa è una rivincita per noi e per il quartiere.

L’agricoltura sociale per rigenerare la comunità locale

Abbiamo intervistato alcune persone direttamente coinvolte nel progetto Habitat, finanziato grazie ai fondi 8×1000 della Soka Gakkai e realizzato dalla Cooperativa Sociale Capovolti in un’area adiacente a una ex-discarica illegale interessata da opere di deforestazione, nel comune di Montecorvino Pugliano (Salerno).

 

Francesco Napoli, responsabile di progetto

Come nasce e in cosa consiste il progetto Habitat e perché interessa proprio quest’area?

Il progetto Habitat consiste in un intervento di riqualificazione e rigenerazione di terreni incolti all’interno dell’area geografica dei Monti Picentini che si affaccia sul Golfo di Salerno e che storicamente è stata impoverita e abbandonata, soprattutto per quanto riguarda l’agricoltura.
Il progetto restituisce alla comunità ciò che era abbandonato: i casali, le culture, le tradizioni, la dieta mediterranea, andando a valorizzare il patrimonio agroalimentare del territorio. Ma non solo, Habitat promuove l’agricoltura sociale, un ecosistema di welfare, che è un modo per rigenerare la comunità locale rimettendo al centro le persone più fragili.
Infatti, il progetto ha il valore essenziale di accompagnare nella formazione e nell’inserimento lavorativo persone con vulnerabilità e svantaggi all’interno delle attività di riqualificazione, inoltre di restituzione alla comunità locale dei luoghi di bellezza e anche di promozione e di valorizzazione delle eccellenze locali che stiamo recuperando in questa fase.

Per realizzare i vostri obiettivi avete deciso di creare una rete e lavorare insieme. In cosa consiste la collaborazione tra i vari attori del progetto?

Poiché parliamo di un ecosistema, di welfare, di prossimità e di comunità, la rete territoriale diventa un elemento essenziale di realizzazione e progettualità.
Per fare questo abbiamo scelto dei partner con i quali storicamente la nostra cooperativa collabora sia in termini operativi, ma soprattutto in termini etici e valoriali, che è essenziale per portare avanti delle progettualità di questo tipo. 
Il partenariato è stato selezionato in termini di competenze, per cui ogni attore della rete territoriale ha gestito una parte della progettualità affinché si potesse seguire da un lato il tema della rigenerazione dei terreni incolti oggetto d’intervento e dall’altro accompagnare i beneficiari e la comunità ad avere un contatto, a costruire un legame, un senso di appartenenza con questo luogo e con questo territorio. 

Quanto è stato importante il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai? 

L’intervento dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato essenziale in termini di sostegno finanziario, ma anche di collaborazione nella costruzione di questa progettualità e nel portare avanti questo intervento.
Il nome del progetto, Habitat, indica proprio il recupero e la messa a disposizione degli spazi che diventeranno un habitat, per esempio per le api, essenziali per la sopravvivenza dell’ecosistema complessivo. Quest’area geografica è complessa perché è stata oggetto di uno sfruttamento del suolo che ha impattato notevolmente dal punto di vista ambientale e idrogeologico.
Confidiamo che le risorse messe a disposizione portino i frutti sperati per restituire questi luoghi e valorizzare le produzioni che qui verranno realizzate.

Giuseppe Marotta, operatore della cooperativa Capovolti

Uno degli obiettivi del progetto è favorire l’inserimento lavorativo di persone con fragilità. Quali sono le principali difficoltà e come le state superando?

Parlando del contesto specifico dell’agricoltura, la difficoltà maggiore è stata riscontrare che le persone inserite non si sentivano in grado di svolgere determinate mansioni. C’è stata da subito una grande empatia e un desiderio di riuscire a valorizzare ogni passo in avanti; la cosa importante è avere pazienza perché, anche se non sai fare qualcosa, poi piano piano la impari. 
Alla fine di ogni attività infatti si è sempre riscontrata una grande soddisfazione da parte loro, perché avevano raggiunto un obiettivo, diventando totalmente padroni e responsabili dell’azione che avevano fatto. 
Personalmente ho dovuto superare i miei pregiudizi: il lavoro agricolo, di campagna, è pesante e va fatto in un certo modo. Per questa ragione inizialmente ho fatto una gran fatica a delegare a persone che presentavano diverse fragilità, ma lavorando su me stesso mi sono impegnato a trasmettere loro la mia fiducia. 
Ci sono persone che sono inserite con noi da più di sette anni e hanno appreso molte nozioni, sono loro adesso che insegnano ai nuovi arrivati e per noi questa è la più grande soddisfazione. È il risultato del lavoro svolto con tanta passione e pazienza. 

Il progetto Habitat promuove anche iniziative didattiche ed educative per i minori, gli adolescenti e le famiglie. Quale impatto si sta avendo grazie al progetto?

L’impatto che abbiamo riscontrato attraverso l’esperienza dei nostri ospiti e delle famiglie è per noi totalmente positivo e va oltre ogni immaginazione. Questo era un territorio martoriato, abbandonato a se stesso e le bellezze della natura non si vedevano più; noi miriamo a renderlo un parco fruibile a tutti ripristinando i danni fatti nel passato. 
La nostra forza, la dedizione e la consapevolezza ci dice che possiamo farlo. Sarà faticoso, sicuramente. Ma i riscontri che arrivano dal territorio dopo le prime attività svolte sono molto positivi perché hanno avuto un risultato eccellente. 

Beneficiario del progetto

Che tipo di percorso hai avviato grazie al progetto, quali sono gli impegni che porti avanti? 

Noi siamo una realtà agricola, a seconda delle stagionalità coltiviamo alcuni prodotti e poi procediamo alla loro trasformazione. Da poco abbiamo finito la raccolta di pomodori, melanzane, fagioli e prodotti tipici estivi e iniziato la raccolta delle olive per fare l’olio biologico. Essendo quest’area molto vasta, inoltre, c’è sempre da tenere pulito, tagliare l’erba o mettere in ordine.
Organizziamo anche dei progetti con le scuole e facciamo da accompagnamento ad associazioni o enti che desiderano portare qui le loro proposte.
Vogliamo trasmettere l’idea di uno spazio aperto, dando questa possibilità a tutte le realtà, naturalmente conoscendo in anticipo i progetti e rispettando determinati requisiti. 
Un progetto basilare che portiamo avanti con le scuole è “l’orto quadrato”: un metro e mezzo di terreno, fatto dentro un cassone di legno con all’interno delle anfore per l’irrigazione. È molto semplice per chi non ha mai avuto esperienze in agricoltura. Veder crescere una piantina e tenerla sempre sott’occhio dà sempre una grande soddisfazione.

Che impatto ha avuto il progetto nella tua vita? 

L’ha sicuramente migliorata dal punto di vista lavorativo. Qui al sud ci troviamo spesso a lavorare sottopagati, in nero o con contratti ridicoli. 
Inoltre, a me piace tantissimo la natura, ho sempre fatto l’orto, coltivato, ma non ho mai avuto l’occasione di farlo come lavoro fisso.
Grazie al progetto invece posso dare una continuità a questi sforzi. È sicuramente un viaggio molto faticoso perché lavorare in campagna è duro e per farlo bisogna avere passione.

Quali sono i tuoi sogni per il futuro? 

Il mio sogno, legato al progetto, è che ci siano sempre più realtà che vengano qui e uniscano le loro esperienze. Le idee sono tante, come ad esempio fare teatro e altre attività artistiche. 

Come firmare
Questo sito è registrato su wpml.org come sito di sviluppo. Passa a una chiave del sito di produzione per remove this banner.