Comunicato Stampa — Save the Children e Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Povertà: Save the Children, in Italia aumentano le disuguaglianze educative. Le famiglie meno abbienti aumentano le spese per l’abitazione e riducono l’investimento nell’istruzione dei propri figli. L’Organizzazione ha supportato le famiglie con percorsi educativi personalizzati messi in campo grazie al progetto “DOTi” realizzato con il contributo dell’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Il 38,6% delle doti è stato finalizzato per assicurare a bambine/i e adolescenti il diritto allo studio, più di 1 su 20 per la frequenza di corsi professionali o l’acquisto di divise necessarie.

In Italia, la povertà economica delle famiglie ha un forte impatto anche sui percorsi educativi di bambine, bambini e adolescenti. Nel nostro Paese, infatti, la spesa delle famiglie per l’istruzione è in media molto bassa ed in diminuzione negli ultimi anni, in particolare nei quintili più poveri della popolazione e nelle regioni del Sud. Una famiglia con minore capacità di spesa (cioè appartenente al quintile con reddito più basso) e residente nel Mezzogiorno, ad esempio, spende in media circa 5 euro al mese per costi legati all’ istruzione dei figli, a fronte dei 33 spesi da una famiglia che vive nella stessa area, ma appartiene al quintile più ricco della popolazione. La forbice nei consumi educativi tra le famiglie di diverse condizioni economiche si allarga nelle regioni del Nord, dove a fronte di una quota di spesa destinata all’istruzione pari allo 0,6% del totale tra le famiglie in condizioni economiche più deprivate, tale valore raggiunge il 2,2% per quelle più abbienti[1], come emerge dalle elaborazioni di Save the Children su dati ISTAT.

L’Organizzazione sottolinea come il tema della crescita delle diseguaglianze educative sia legato anche all’aumento dell’inflazione degli ultimi due anni che ha generato un aumento dei prezzi al consumo soprattutto per i beni alimentari e i prodotti energetici. 

Dai dati, risulta evidente che gli aumenti dei prezzi di alcuni beni e servizi hanno determinato un cambiamento in alcune voci di spesa delle famiglie, indicando un aumento delle disuguaglianze educative. Ad esempio, nel Mezzogiorno le famiglie con minore capacità di spesa hanno ridotto la quota destinata ai prodotti alimentari (passata dal 33% al 31,5%) e aumentato quella destinata alle spese dell’abitazione (dal 39,5% al 41,2%), mentre la quota destinata all’istruzione, che era già la più bassa nel 2020, è diminuita ulteriormente nel 2021, passando dallo 0,5% del totale allo 0,37%. Anche le famiglie meno abbienti nel Nord del Paese hanno ridotto la quota della spesa per l’istruzione, che è passata dall’1,06% del totale allo 0,57%.. Nel Nord, invece, le famiglie appartenenti al quintile più alto hanno sì ridotto le spese per alimentazione e aumentato quelle per abitazione e consumi energetici, ma hanno anche aumentato la quota di spesa destinata all’istruzione[2].

Tali dati assumono un significato particolarmente importante se si considera che il tasso di minori in povertà assoluta in Italia è quasi triplicato negli ultimi 10 anni, raggiungendo il picco del 14,2% (quasi 1,4 milioni di minori). Inoltre, la povertà materiale incide anche sull’apprendimento dei più piccoli ed è spesso una delle cause determinanti dell’abbandono precoce dei percorsi scolastici.  C’è, infatti, una forte correlazione tra condizioni di povertà familiare e mancato raggiungimento di livelli di apprendimento adeguati, come emerge dai dati Invalsi[3].

Come sottolinea Save the Children, la necessità di sostenere i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti per scongiurare il rischio che la povertà materiale delle famiglie porti all’abbandono precoce degli studi, si fa ancora più forte se si considera l’impatto dell’inflazione e del carovita sui nuclei familiari.

Per contrastare questo fenomeno e assicurare a tutte le bambine, i bambini e gli adolescenti la possibilità di apprendere e di far fiorire i propri talenti e le proprie aspirazioni, l’Organizzazione ha promosso, grazie al sostegno dell’Istituto Buddista Italiano, il progetto “DOTi – Diritti ed Opportunità per Tutte e tutti”, attraverso il quale duemila minori, dal 2020 al 2023 riceveranno una “dote educativa”. Le doti già erogate, da ottobre 2020 a dicembre 2022, sono 1430[4].

Le doti educative, ideate e sviluppate all’interno del programma Illuminiamo il futuro di Save the Children, presso i Punti Luce, consistono in un intervento personalizzato di sostegno rivolto a bambine, bambini e adolescenti che vivono in situazioni di grave svantaggio socio-economico. In concreto, la dote educativa fornisce beni o servizi ai minori che si trovano in condizioni certificate di fragilità e vulnerabilità socio-economica, attestate dai servizi sociali e dalla scuola. La peculiarità dell’intervento è data dalla capacità di intercettare il bisogno specifico e rispondere allo stesso in maniera puntuale, generando un meccanismo virtuoso capace di rafforzare la resilienza di ciascun beneficiario. Ogni dote viene assegnata a seguito di un patto educativo sottoscritto dal minore e dalla famiglia.

L’analisi delle doti erogate nell’ultimo anno, restituisce un quadro delle gravi difficoltà che affrontano le famiglie nel garantire ai propri figli le opportunità educative, di istruzione e/o semplicemente di socializzazione indispensabili per il loro sviluppo.

Delle oltre 1400 doti, già erogate, emerge che il 38,6% delle doti è stato finalizzato per assicurare a bambine/i e adolescenti il diritto allo studio. In particolare, le doti sono state necessarie per l’acquisto dei libri scolastici (con una media di 315 euro di spesa), per l’accesso alla mensa (con una media di 111 euro). Il 6,5% delle doti ha consentito a ragazzi e ragazze a rischio di dispersione scolastica, di accedere a corsi di formazione professionale che altrimenti non avrebbero potuto frequentare, a causa dei costi per le rette o per le divise professionali che hanno costi variabili dai 400 agli 800 euro (che arrivano fino ai 1.650 euro se si vuole frequentare corsi specializzanti come quello da  saldatore)  Non meno rilevante, evidenzia Save the Children, il sostegno assicurato tramite le doti alla realizzazione di attività extrascolastiche fondamentali per la crescita e spesso precluse a troppi bambine e bambini a causa di costi elevati, tra cui  l’accesso ad attività sportive.

“Il progetto DOTi, realizzato grazie al contributo dell’8Xmille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, dimostra come un investimento personalizzato in campo educativo produca degli effetti concreti nel ridurre i rischi di dispersione scolastica e nel promuovere i talenti delle bambine, dei bambini e degli adolescenti che vivono in contesti più svantaggiati. I dati ci dicono quanto sia necessario, in questo momento di difficoltà economica, un intervento immediato da parte delle Istituzioni per assicurare gratuitamente  le forniture scolastiche fondamentali a tutti i bambini e agli adolescenti, a partire dai territori maggiormente deprivati, per garantire il loro diritto all’istruzione e per ridurre le disuguaglianze e il rischio di esclusione sociale” sottolinea Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Childrenl’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini e le bambine e garantire loro un futuro.

Crediamo fortemente nel valore di questo progetto — afferma Anna Conti, vicepresidente dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai  — che valorizza bisogni e desideri delle generazioni più giovani e a partire da questi coinvolge, attraverso cerchi concentrici sempre più ampi, le loro famiglie e la comunità educante, arrivando infine a portare valore all’intera comunità. In questo modo, quello che poteva sembrare solamente un sogno diventa un vero e proprio strumento di empowerment. Ciò è perfettamente in linea con i valori fondanti della Soka Gakkai in quanto organizzazione buddista basata sulla pace, la cultura e l’educazione.

Come sottolinea Save the Children, le doti non solo contribuiscono a contrastare la povertà educativa e materiale, ma forniscono a bambine, bambini e adolescenti gli strumenti necessari per sviluppare i propri talenti e sentirsi al pari con gli altri anche attraverso l’acquisizione di fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Ne è un esempio la storia di Federico* che proviene da un contesto deprivato dove è lui il punto di riferimento di sua madre e sua sorella, Federico aveva bisogno di tornare alla sua dimensione di adolescente, schiacciata da tante, troppe responsabilità. Federico è stato beneficiario di una dote che include il materiale didattico necessario per seguire le lezioni scolastiche e i laboratori di cucina, nell’istituto alberghiero che frequenta. “Mi sono sentito per la prima volta parte della classe e non un macellaio a causa di un vecchio camice che la mamma aveva riadattato come meglio poteva”, ha raccontato il ragazzo allo staff dell’Organizzazione.

Oppure Lea*, che frequentava in modo discontinuo e problematico un istituto professionale quinquennale e che ha deciso da un paio di anni di iscriversi a un corso professionale per acconciatore e la scuola le ha chiesto di acquistare dei libri ed un kit di articoli professionali troppo costoso per la sua famiglia. Lea, grazie alla dote educativa, ha concluso il suo corso ed oggi ha iniziato uno stage presso un salone di parrucchiere, dove si è integrata con lo staff, iniziando il suo percorso professionale.

“Queste storie testimoniano come le doti educative cambino non solo la quotidianità di bambine bambini, ragazze e ragazzi, ma anche la prospettiva a lungo termine, infondendo autostima e fiducia nel futuro. Stimolano la voglia di impegnarsi e di realizzarsi al di là della situazione familiare o del contesto di partenza” conclude Raffaela Milano.

I partner implementatori del progetto “DOTi” sono: AppStart Cooperativa Sociale Onlus, Associazione Get Up, Associazione Inventare Insieme Onlus, Associazione Laboratorio Zen Insieme, Cooperativa Antropos Onlus, Cooperativa Santi Pietro e Paolo, Cooperativa Sociale Comunità del Giambellino, CSI Catania, Associazione Futuro Domani.

[1] Fonte: Elaborazioni Save the Children su dati ISTAT 2021

[2] Cfr. Nota 4

[3] https://invalsi-areaprove.cineca.it/docs/2022/Rilevazioni_Nazionali/Rapporto/Rapporto_Prove_INVALSI_2022.pdf Il Rapporto INVALSI del 2022, ad esempio rileva come il vantaggio medio per gli allievi della scuola media che provengono da una famiglia socialmente favorita è di 8,3 punti.

[4] Il progetto è stato implementato in 9 regioni italiane, nello specifico sui territori di: Brindisi, Catania, L’Aquila, area della Locride, Milano, Palermo, Potenza, Prato, Roma, Udine.

A lavoro per l’inclusione

Abbiamo intervistato Samantha Lentini, presidente dell’associazione La Rotonda, per parlare insieme del progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Voi siete tra i vincitori del bando “Giovani NEET” promosso con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Come nasce e in cosa consiste il progetto “In & Aut. A lavoro per l’inclusione”? 

Il progetto In & Aut nasce dall’osservazione di un bisogno: quello di portare allo scoperto ragazzi e ragazze che sono una grande risorsa per il nostro Paese e per loro stessi, creando dei percorsi di inclusione in cui ciascuno di loro può dare il massimo.
In questa ottica abbiamo individuato due gruppi di giovani che ancora non stavano ricevendo una risposta adeguata: i ragazzi con autismo e quelli con fragilità in senso lato. Quella fragilità che sfugge anche agli inquadramenti, perché non sono così gravi da essere considerati disabili ma non sono neanche così capaci per poter accedere in autonomia a percorsi lavorativi.
Il primo passo è stato creare una modalità di accesso affinché questi ragazzi fossero innanzitutto individuati ‒ impresa non facile ‒ e poi costruire una rete di aziende che potessero ospitarli. 
Successivamente abbiamo organizzato il primo festival nazionale che ha dato luce alle pratiche di inclusione lavorativa per le persone con autismo e disabilità. 
Grazie al festival In & Aut abbiamo percepito tutta l’importanza del progetto, non solo per le aziende perché hanno avuto la possibilità di toccare con mano la valenza di una persona disabile o con fragilità inserita nel lavoro, ma anche per le famiglie perché finalmente si sono sentite ascoltate.

Stiamo vivendo un periodo complesso, anche per quanto riguarda l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, in particolare in quei contesti di povertà multidimensionale in cui il progetto si inserisce. Quali sono le principali difficoltà per i giovani che hanno vulnerabilità fisiche e/o mentali?

Per i giovani, soprattutto con fragilità, è sempre più complicato approcciarsi al mondo del lavoro ma è proprio nel contesto di povertà come quello in cui ci troviamo in cui è fondamentale investire su questo aspetto. 
Ai giovani viene chiesto sempre meno cosa desiderano fare da grandi e l’orizzonte nell’ambito del desiderio si è un po’ appiattito rispetto al bisogno effettivo che c’è di lavorare.
Il progetto In & Aut che abbiamo promosso insieme, grazie ai fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, ha consentito di dare delle risposte concrete. 
Alle aziende che abbiamo formato per poter includere i ragazzi con fragilità, è stato chiesto di individuare delle mansioni che ancora non avevano all’interno dei loro contesti. Tra le mansioni più importanti che hanno identificato non c’erano solo quelle di natura tecnica ma che richiedevano delle soft skill (competenze di natura comportamentale e relazionale) che in genere i ragazzi con fragilità portano all’interno dei contesti lavorativi. 
I ragazzi con la sindrome di Asperger ad esempio, hanno una grande sensibilità da mettere a disposizione dell’azienda, un’attitudine al lavoro continuativo e collegano la loro mansione all’obiettivo da raggiungere… finché non lo raggiungono danno il massimo. 
Le aziende hanno ricevuto un grande valore aggiunto dalla loro inclusione e questa ci sembra una modalità importante che vorremmo modellizzare, facendola diventare un nuovo modo di approcciarsi al lavoro non solo per i giovani ma per le aziende in generale.

 

Nel 2022 nell’ambito del progetto In & Aut. A lavoro per l’inclusione promosso con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, si è tenuto il primo festival italiano dedicato all’inclusione sociale e al lavoro delle persone autistiche. Quale impatto avete evidenziato a seguito di questo importante evento? 

Durante i tre giorni di In & Aut Festival c’è stata un’onda positiva che si è diffusa da Milano in tutta Italia. Si è avuto un grandissimo impatto mediatico e una capacità di includere non soltanto gli addetti ai lavori o le famiglie di ragazzi autistici, come spesso capita in questi contesti, ma soprattutto le istituzioni nazionali.
Hanno partecipato la presidente del Senato, il presidente e la vicepresidente della Regione Lombardia, il sindaco di Milano e tanti altri sindaci, a significare che questo è un tema trasversale. 
Quando l’Italia potrà dire di aver affrontato questo tema trasversale, avremo fatto un passo di civiltà di avanzamento per tutti. 
Sono stati approfonditi i temi dell’inclusione al lavoro attraverso la voce diretta di chi fa inclusione al lavoro, dal terzo settore ai genitori che, non trovando risposta nei percorsi istituzionali, hanno provato a dare una loro risposta al problema.
Esperti nel settore hanno portato lo stato di avanzamento della scienza nella comprensione di questo diverso modo di funzionare delle persone. Perché l’autismo non è semplicemente una disabilità, è proprio un altro modo di funzionare.
L’onda d’urto ha coinvolto aziende e multinazionali insospettabili che fino a quel momento non avevano mai affrontato il tema dell’autismo. 
Quelle giornate hanno consentito a ciascuno, secondo il proprio punto di vista, di comprendere che possiamo fare la differenza. A esempio, oggi è in atto la legge Comincini che consente alle aziende start up che includono persone con autismo al lavoro di avere una serie di sgravi contributivi e consente alla persona disabile di conservare la pensione di invalidità che normalmente, quando trova lavoro, viene cancellata. Questa è stata un’importante svolta dal punto di vista normativo e il festival ha sicuramente contribuito ad accelerarlo. 
L’onda d’urto di questo festival continua tuttora nelle aziende perché hanno potuto beneficiare di una formazione.

Come presidente dell’associazione La Rotonda è stata testimone di numerose esperienze virtuose, cosa consiglierebbe a quei giovani che hanno perso la speranza di diventare autonomi dal punto di vista economico e abitativo? 

Il consiglio che darei alle famiglie che talvolta si sentono sole è che ci sono delle esperienze virtuose che stanno nascendo, in parte anche grazie al festival, perché stiamo vivendo un momento di contagio positivo rispetto all’inclusione lavorativa delle persone con autismo o disabilità. 
È importante incontrare le organizzazioni che si stanno già muovendo in questo senso per essere inclusi in questi percorsi. 
Ai giovani, consiglio di non fermarsi, di esprimere e di andare fino in fondo al loro bisogno. 
Una ragazza che grazie al progetto sta facendo un’esperienza di borsa lavoro presso un’importante agenzia di comunicazione a Roma, nel raccontarmi il suo percorso di vita mi ha detto: «Sentivo di essere diversa dagli altri, ma allo stesso tempo non sentivo di essere diversa. Ho sofferto molto finché non sono riuscita a dare un nome a ciò che avevo e ho capito che semplicemente ho un altro modo di approcciarmi alle cose».
Oggi questa ragazza ha trovato il suo posto nel mondo dando il suo contributo unico ed è diventata una persona di fiducia per l’agenzia di comunicazione. La nostra borsa lavoro si trasformerà in un’assunzione lavorativa. 
Grazie al progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai abbiamo potuto dare delle borse di lavoro a ragazzi con Asperger e non ci siamo fermati all’ambito di Milano ma abbiamo iniziato a includere altre realtà sul territorio nazionale. Uno dei messaggi più importanti da dare ai giovani è che ognuno deve scoprire la propria e unica strada; anche se qualcuno ha bisogno di un mentore che sia in grado di accompagnarli lungo il percorso, è certo che alla fine la troveranno.

Insieme si crea il futuro

Abbiamo intervistato Julia Di Campo, esperta nazionale di Save the Children in povertà educativa, per parlare insieme del progetto “DOTi: diritti e opportunità per tutti e per tutte” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Uno degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 è «garantire un’educazione di qualità, equa e inclusiva». Il progetto “DOTi: diritti e opportunità per tutte e per tutti” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è esattamente in linea con questo obiettivo. Come nasce e in cosa consiste il progetto?

Fin dal 2014 hanno preso avvio iniziative di Save the Children al fine di contrastare la povertà educativa in Italia e in tale contesto nascono i Punti Luce, spazi educativi che intendono dare supporto diretto a bambini/e e ragazzi/e dai 6 ai 17 anni.
Nel corso del tempo si sono sviluppate azioni sempre più concrete per perseguire gli obiettivi di equo accesso alle opportunità educative, di studio e culturali, che nel nostro Paese ‒ le evidenze statistiche lo dimostrano ‒ non sono alla portata di tutti giovani.
Durante il percorso abbiamo incrociato l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e l’unione di intenti ci ha permesso di avviare una nuova azione in diversi territori italiani dove gli indicatori di povertà educativa ci dimostrano che bambini/e e ragazzi/e vivono in condizioni di forte privazione culturale e di diritti. 
L’obiettivo del progetto non è solo di farli partecipare alle attività ma di inserirli nella rete della comunità aiutandoli a mettersi in gioco, provare nuove esperienze e dove possono sperimentarsi grazie alle possibilità che purtroppo non sono sempre così scontate per tutti.

Il presidente Daisaku Ikeda nella sua Proposta di pace 2022 inviata alle Nazioni Unite ha affermato che «l’essenza dell’educazione consiste nel piantare pazientemente i semi della possibilità nel cuore dei bambini e delle bambine, seguendoli con il massimo impegno affinché giungano a piena fioritura». Nella situazione di crisi e di trasformazione sociale che stiamo vivendo molti giovani rischiano di rinunciare ai loro sogni. In che modo il progetto DOTi stimola il loro empowerment?

Il progetto si rivolge a un’ampia platea di beneficiari, dai 6 ai 17 anni, e interviene con svariate modalità per rispondere a bisogni diversi, al fine di stimolare il loro potenziale. 
Un aspetto centrale è dare la possibilità di comprendere quali sono i loro ambiti di interesse.  Ad esempio: come posso sapere se mi piace nuotare oppure se preferisco studiare qualcosa nello specifico? Posso saperlo solo se lo sperimento. Sembra una banalità ma non lo è. Mettere in condizione i più giovani di sperimentare qualcosa di nuovo e mettersi alla prova è fondamentale per la loro crescita. 
La pedagogia afferma che per sviluppare il proprio benessere è necessario sperimentarsi attraverso prove ed errori, comprendere con l’esperienza quali sono gli ambiti nei quali stare bene e come potersi realizzare. 
Il progetto fornisce queste opportunità, che possono riguardare percorsi di accompagnamento allo studio, praticare un’attività sportiva, frequentare un centro culturale oppure corsi di teatro ma anche di sperimentarsi in attività di gruppo come i campi estivi, in cui tra pari si impara a vivere in una comunità. In questo senso il contributo dell’Istituto Buddista Italiano è stato ed è fondamentale.

Un aspetto cruciale del progetto è la sua capacità di creare delle reti di fiducia e solidarietà partendo dalla comunità locale. Non sostiene unicamente il singolo bambino o ragazzo, ma coinvolge in questo processo tutta la comunità educante. Questo aspetto della creazione di reti è stato ulteriormente implementato in questa seconda annualità di progetto appena trascorsa, sostenuta attraverso i fondi 8×1000 della Soka Gakkai, attraverso le cosiddette “doti di comunità”. Potrebbe dirci di cosa si tratta e come funzionano?

Intorno al minore gravitano diversi attori della comunità territoriale, come la famiglia, la scuola, gli educatori, le associazioni sportive o culturali. Le doti di comunità intendono essere una potente azione strettamente connessa al territorio che unisce tutti gli sguardi degli attori che hanno competenze e ruoli diversi. Sono un “volano” per fare comunità mettendo al centro le necessità dei più giovani.
Dopo aver ascoltato i loro desideri, insieme, si traccia un percorso, un patto educativo con una durata specifica. Creare un circolo virtuoso di attori intorno al minore garantisce di tracciare un percorso di crescita che può riuscire a realizzare, percorso che può esser cambiato o ricalibrato nel tempo. 
Abbiamo potuto constatare quanto l’azione delle doti di comunità abbia permesso di connetterci con le comunità di riferimento, rafforzare la volontà di un approfondimento sulla povertà educativa e comprendere che possediamo ancora pochi strumenti concreti attorno ai quali unirci per lavorare come adulti responsabili.
A seguito di un percorso di formazione ‒ realizzato nell’ambito del progetto finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Soka Gakkai ‒ in cui si approfondivano tematiche legate alla povertà educativa che ha coinvolto direttamente i servizi sociali e le realtà educative di alcuni territori, è stato proposto un incremento delle doti di comunità. Tutto ciò ha stimolato l’interesse di nuovi Comuni come possibili aderenti al progetto.

C’è un messaggio di speranza che desidera dedicare ai giovani che si trovano in un momento di difficoltà, e alle famiglie e alla comunità educante che li stanno sostenendo?

Ai giovani dico di non smettere mai di esercitare il loro diritto di parola, di afferrarlo in tutti i sensi e con tutte le modalità, perché attraverso il loro diritto di parola chi è capace di ascoltare può accogliere ciò che è necessario per loro.
Alle famiglie e alle comunità dico di continuare ‒ o incominciare ‒ ad ascoltare responsabilmente.
Le declinazioni della povertà educativa sono diverse a seconda dei territori in cui operiamo e le doti di comunità portano alla luce le maggiori criticità. Ci sono zone in cui i minori provengono da diversi contesti etnici in cui si arriva anche a ventitré etnie differenti per quartiere. In quel caso si opera prevalentemente all’interno di bisogni educativi speciali connessi alla lingua e allo studio.
In altri territori ci si trova di fronte a necessità concrete come l’acquisto dei libri scolastici o di un abbonamento per i trasporti pubblici. In altri ancora si lavora sulle pratiche sportive, culturali o con i corsi di informatica. Conoscere le declinazioni della povertà educativa è essenziale per intercettare quei bisogni che sono taciuti. 

L’obiettivo è la dignità delle persone

Abbiamo intervistato Filippo Miraglia, responsabile dell’immigrazione, diritto d’asilo e lotta al razzismo di ARCI, per parlare insieme del progetto “Corridoi umanitari dall’Afghanistan” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Lo scopo del progetto è fornire rifugio e accoglienza alle persone in fuga dal regime afghano.

Potrebbe descriverci lo scenario che si vive in Afghanistan da quando si è instaurato il regime talebano, la condizione della popolazione e delle persone più a rischio?

La società afghana ha fatto un salto indietro, è tornata a quando i talebani vent’anni fa erano al governo. 
La situazione della libertà e dei diritti è stata totalmente stravolta e con essa anche la situazione economica che è gravissima, con difficoltà legate al reperimento dei generi di prima necessità.
I talebani stanno attuando ritorsioni nei confronti di chi ha collaborato o svolto ruoli istituzionali con il governo precedente e soprattutto verso le donne che si sono ribellate al regime antidemocratico talebano.
In questo contesto siamo intervenuti con lo strumento dei corridoi umanitari grazie anche al contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 
Riceviamo tantissime richieste di aiuto, sia dall’Afghanistan che da fuori, in cui ci segnalano persone a rischio da salvare e accogliere qui in Italia grazie ai corridoi umanitari. Si tratta di persone che svolgono mestieri e attività tra le più disparate: da magistrate a giornaliste, a persone che semplicemente hanno collaborato con le forze occidentali. E con loro ovviamente anche le rispettive famiglie. 

Quali sono le principali difficoltà per coloro che vogliono fuggire dal Paese? In questo contesto come si inserisce il progetto “Un corridoio per la libertà” realizzato da ARCI e finanziato tramite i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai?

La prima difficoltà è riuscire ad attraversare il Paese per raggiungere una frontiera senza farsi rintracciare dalle autorità del governo talebano.
Inoltre, le due frontiere che si potrebbero attraversare più facilmente ‒ si fa per dire ‒ sono quelle con il Pakistan e con l’Iran, ma le autorità di questi paesi non sono così disponibili a far entrare le persone. 
Tant’è che in quasi tutti i casi ‒ almeno quelli di cui noi siamo a conoscenza ‒ chi scappa deve pagare la polizia di frontiera, sia quella afghana che quella iraniana/pakistana. 
Il fatto di pagare non è comunque una garanzia. C’è la possibilità di essere riconsegnati al regime poiché questi paesi confinanti hanno dei legami con i talebani che sono anche presenti in alcune zone al proprio interno. 
Lo scorso 4 novembre abbiamo firmato il protocollo con il governo italiano assieme ad altre organizzazioni e l’abbiamo firmato sulla base del presupposto che la nostra rete di circoli rifugio ‒ che già l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai aveva finanziato nel 2021– si sarebbe resa disponibile ad accogliere le persone.

Parliamo della collaborazione che due anni fa l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha realizzato con ARCI, sempre tramite i fondi 8×1000, per il progetto “Nessuno in strada ‒ Circoli rifugio”. In che modo i risultati raggiunti da quel progetto possono contribuire a quello in corso a sostegno del popolo afghano?

Per il progetto dei corridoi umanitari abbiamo utilizzato le risorse umane attivate sul territorio con la prima esperienza sostenuta dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, la rete dei circoli rifugio e l’esperienza maturata. Abbiamo potuto dare maggiore certezza di risorse e di stabilità ai nostri circoli, impegnandoci ad accogliere le persone con i medesimi standard previsti per l’accoglienza dei richiedenti asilo e i profughi che arrivano in Italia.
Ogni circolo rifugio aveva già attivato sul territorio una rete di soggetti che contribuivano a sostenere le persone che avevano difficoltà a trovare un alloggio e si trovavano temporaneamente per strada, italiani o stranieri. Noi abbiamo dato loro una mano a uscire da quella condizione. 
Questa prima esperienza ha attivato sui territori delle risorse umane, dei servizi collegati ai nostri circoli e una rete sociale che ci è utile adesso in questa nuova esperienza con le donne afghane.

Come buddisti della Soka Gakkai agiamo ogni giorno in difesa della dignità della vita, consapevoli che il dialogo riveste un ruolo cruciale per trasformare i princìpi che orientano le nostre vite e le nostre scelte. Nel corso di molti anni di attivismo, lei si è confrontato con molte persone dalle differenti vedute: come è riuscito a creare un dialogo costruttivo con “l’altro” in modo da arrivare a una visione condivisa che abbia sempre come priorità la dignità della vita?

Ho vissuto la giovinezza tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, un periodo in cui i movimenti sociali e politici avevano come focus principale la pace e il disarmo. Quindi la mia è una formazione pacifista in cui prevale l’idea che le persone unendosi possono porsi l’obiettivo di realizzare qualcosa assieme.
Sia che si trovino insieme casualmente o per scelta, possono sempre raggiungere attraverso il dialogo una mediazione tra le diverse posizioni. Una mediazione non al ribasso ma avanzata, che guarda sempre alla dignità della persona.
Questo è il metodo che abbiamo sperimentato per la prima volta col movimento pacifista in Italia e in Europa, un movimento pacifista internazionale. ARCI è una delle organizzazioni partecipanti a quel movimento, sia a livello territoriale che a livello nazionale, e che utilizza tuttora quel metodo.
Grazie agli appuntamenti internazionali noi frequentavamo i pacifisti degli altri Paesi europei, degli Stati Uniti, dell’Africa e dell’Oriente. Anche nel piccolo paese della Sicilia da cui provengo abbiamo realizzato un percorso come movimento pacifista, confrontandoci con persone che avevano idee diverse fino ad arrivare a organizzare anche incontri internazionali. Sapevamo che l’obiettivo finale era quello di raggiungere una mediazione avanzata, rispettando il parere di tutti, ricercando una soluzione unitaria con l’obiettivo della dignità della persona. 
Questa era ed è stata la mia formazione ed è quello che penso di aver portato anche all’interno della mia esperienza in ARCI per i diritti e la tutela delle persone di origine straniera.

Il presidente della Soka Gakkai internazionale Daisaku Ikeda sostiene fortemente l’empowerment delle donne, affermando che questo è il secolo delle donne. 
Recentemente le afghane sono scese in piazza per manifestare in difesa dei loro diritti mettendo a rischio la loro stessa vita. 
Ci sono esempi di donne da cui è stato ispirato nel suo ruolo di protagonista in molte battaglie sociali?

Nella mia vita ho incontrato tante donne in politica e nel movimento pacifista, buona parte della mia formazione ne è stata influenzata. 
L’emancipazione delle donne rappresenta un punto di svolta per tutto il pianeta, soprattutto in quei Paesi come l’Afghanistan o l’Iran, dove le strutture sociali obbligano le donne a essere sottoposte alla volontà degli uomini, qualunque sia il loro grado di istruzione, la loro appartenenza sociale o il loro livello economico. 
Come occidentali o europei spesso diamo lezioni di democrazia. A mio avviso però l’emancipazione delle donne può nascere più dalla ribellione delle protagoniste e meno dalla scelta di altri soggetti esterni che ovviamente devono mettersi in discussione, in Europa come nei Paesi di cui parliamo.
Nel caso dei corridoi umanitari la priorità è salvare le donne e le persone LGBTQ+. Fuggendo da quella situazione si liberano, possono costruire una propria vita ed eventualmente ‒ se lo vogliono ‒ aiutare il proprio Paese ad andare verso la democrazia.
Finché rimarrà la condizione di soggezione delle donne in quei Paesi, non si potrà parlare di democrazia. È una mancanza di libertà totale.
Un esempio positivo di donna che mi ha ispirato è Luciana Castellina che adesso ha più di novant’anni e che considero un po’ la mia madrina. Lei ha svolto un ruolo cruciale nella politica italiana e internazionale, partecipando al movimento femminista e pacifista con esperienza di relazioni a 360 gradi con tutto il mondo della società civile e dei movimenti di liberazione, in Europa, in Africa, negli Stati Uniti e in Sudamerica. 
Da lei ho certamente appreso tante cose, in particolare la coerenza tra il comportamento personale e la modalità con cui si gestiscono le relazioni in politica e nello spazio pubblico.

Educare ai diritti e al rispetto della diversità di genere

Abbiamo intervistato Maria Sole Piccioli, responsabile del settore educativo di Action Aid nell’ambito del progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Scopo del progetto è prevenire la violenza di genere fra pari tramite percorsi di sensibilizzazione ed empowerment nelle scuole secondarie.

Abbiamo da poco commemorato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre). Voi vi occupate di prevenzione della violenza di genere tra pari negli anni dell’adolescenza. Com’è in Italia la situazione attuale tra i giovani?

Gli adolescenti sono il target più a rischio di violenza tra pari e non hanno molte occasioni di essere ascoltati. La scuola superiore infatti offre poche attività di prevenzione perché è molto incentrata sui contenuti e i programmi da rispettare, tralasciando talvolta tematiche che riguardano il benessere giovanile a 360 gradi.
Dalle ricerche non emergono dati organici e statistici sulla violenza nel target adolescenziale poiché negli ultimi anni è stata data priorità a raccogliere i dati sul bullismo e il cyber-bullismo.
Per questa ragione nelle scuole dove lavoriamo, tramite l’osservazione dei gruppi e la somministrazione di questionari, cerchiamo di capire come la violenza colpisce direttamente o indirettamente i ragazzi e le ragazze. Queste ricerche ovviamente danno dei dati leggermente diversi a seconda dei contesti più o meno vulnerabili.
Ciò che emerge è che nella maggior parte dei casi si tratta di violenza psicologica che si esprime con commenti sulle problematiche fisiche o sulla provenienza d’origine. È il singolo a essere “attaccato” da un gruppo di pari, inoltre è in estremo aumento la violenza online che spesso e volentieri non viene riconosciuta perché non è percepita come realtà vera e propria. Sono molto alti i dati di chi assiste alla violenza.
Dalle ragazze emerge che, soprattutto in contesti vulnerabili, le forme di violenza sono quotidiane e si esprimono nel linguaggio e in alcuni atteggiamenti.
Di questi tempi gli adolescenti se hanno lo spazio per farlo si confrontano e non hanno timore di esternare sia le loro problematiche, sia se hanno avuto loro stessi dei comportamenti violenti. Questa è una differenza che noi notiamo con le generazioni precedenti, dove invece la violenza era quasi un tabù… non si parlava di queste cose.
Un altro dato importante che emerge dalle nostre esperienze è che, contrariamente a quanto si pensa, gli adolescenti cercano il supporto dei genitori quando subiscono violenza. Il ruolo più importante resta dunque quello delle famiglie. Chiedono aiuto anche ai docenti, soprattutto quelli più empatici.

Il progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana lavora sulla prevenzione sviluppando percorsi di sensibilizzazione per studenti e insegnanti. In cosa consistono le azioni di prevenzione per contrastare la violenza di genere?

Per noi la prevenzione parte dalla scuola.
Come prima cosa eseguiamo una fotografia delle caratteristiche di quella scuola e le azioni che eventualmente ha già messo in campo sul contrasto alla violenza di genere.
Il passo successivo è la realizzazione di laboratori nelle classi, sviluppati in percorsi pluriennali. Alcuni moduli del laboratorio sono svolti direttamente dal docente che ha partecipato alla nostra formazione con il supporto dell’educatore Action Aid.
Nei laboratori viene usata una metodologia partecipativa di ascolto attivo e nella prima fase lavoriamo sul contrasto degli stereotipi che facciamo emergere tramite dei giochi di ruolo e attività di cooperative learning (apprendimento tramite la cooperazione).
Un’altra parte del laboratorio si concentra sulle varie forme di violenza. Ad esempio, a partire dall’immagine dell’iceberg della violenza riflettiamo sulle forme visibili e invisibili. Abbiamo notato che in questa fase emerge fortemente l’impatto della violenza online.
Un’ultima parte è incentrata su come si affronta la violenza, gli strumenti da mettere in campo nelle diverse situazioni. Si riflette su cosa ognuno di noi, in gruppo o individualmente, può fare.
Qui si approfondiscono le opportunità e i servizi già presenti sul territorio e in alcuni casi invitiamo anche dei soggetti esterni, dall’assessore alle operatrici dei Centri antiviolenza o dei centri giovanili.
La terza componente del progetto è la formazione dei docenti svolta in modalità laboratoriale e immersiva, affinché possano interiorizzare le metodologie e le tematiche, e continuare a lavorare con la classe anche quando il nostro percorso finisce.
Il progetto agisce poi sulle procedure scolastiche che servono a migliorare gli aspetti di mala gestione che producono dei meccanismi che non aiutano la persona che subisce violenza o chi l’agisce. Noi suggeriamo una base da inserire nei regolamenti scolastici e poi la discutiamo insieme ai docenti, portando anche le voci degli studenti. Tante loro richieste riguardano l’avere degli spazi autogestiti o di discussione, attivare delle attività di peer to peer (svolte tra pari) e avere più tutor con cui parlare di queste problematiche.
Infatti nel progetto è previsto che i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato ai laboratori, vengono coinvolti nel portare la loro esperienza nelle altre classi di studenti più piccoli e anche nel fare una restituzione del percorso alla comunità.
Grazie al progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai tanto lavoro riguarderà anche l’ampliamento della rete di associazioni già attive nel contrasto e prevenzione della violenza di genere.

In base alla sua esperienza, cosa consiglierebbe a un giovane o una giovane che sta subendo violenza di genere, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? Come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza di genere? C’è una storia significativa che vuole condividere?

Suggerirei di identificare delle persone di fiducia all’interno della famiglia o della scuola con cui poter condividere questo tipo di esperienza dolorosa. È molto importante la sensibilizzazione su questo tema affinché la persona vittima di violenza non si senta l’unica a vivere questa situazione e quindi riesca a condividerla.
Non bisogna aver paura di fermare la violenza, soprattutto nei casi gravi è importante agire subito, spesso il passaggio è dalla violenza verbale a quella psicologica, per poi passare a quella fisica.
Ad oggi le forze dell’ordine non sono formate sugli adolescenti, mentre i servizi come i Centri antiviolenza hanno maggiori strumenti e sanno come approcciarsi a loro.
Per chi agisce la violenza, la questione è non criminalizzare. Chi agisce la violenza vive delle problematiche che riflette sugli altri con atti di violenza e quindi è su quelle che bisogna lavorare tanto. Tanto dipende dal contesto in cui si cresce, quale discriminazione ha vissuto, tante forme di violenza nascono da contesti culturali.
Un esempio che vorrei condividere riguarda il percorso fatto con una classe che ha portato alla denuncia di alcuni atti di violenza agita da adulti.
Le vittime hanno denunciato la violenza subita con l’aiuto del gruppo delle compagne.
La soddisfazione è che la scuola ha reagito secondo le procedure di cui avevamo parlato loro prestando attenzione alla tutela dei ragazzi e delle ragazze.
Consapevoli degli atti di violenza, i ragazzi e le ragazze hanno organizzato una manifestazione e questo ci ha convinti di aver lavorato bene sulla consapevolezza dei loro diritti e anche delle azioni che possono intraprendere per contrastare la violenza di genere. Forti di questo tipo di esperienza, vogliamo portare avanti il progetto Youth4love per aiutare giovani e insegnanti ad affrontare la violenza di genere con metodologie didattiche e strumenti educativi nuovi, che aumentino la consapevolezza sul tema e aiutino a far sì che all’interno della scuola diventi inaccettabile qualsiasi forma di violenza.

Il sorriso delle donne è la nostra vittoria

Abbiamo intervistato Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, nell’ambito del progetto REAMA a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza e dei loro figli. Finanziato per il secondo anno con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto prosegue le attività dello sportello antiviolenza e delle case rifugio.

La prima domanda che sorge spontanea è questa: perché un uomo crea una fondazione come Pangea, a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza? Come si colloca questa scelta nella sua esperienza personale?

Avevo una carriera di odontotecnico ben avviata e remunerativa ma alcune strade mi hanno portato a un’attività come volontario con Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani in zone di guerra.
A seguito di una missione in Romania per supportare i bambini è divenuto chiaro per me che aiutare una donna è la strada migliore per aiutare tanti bambini e non solo, tutta la società. Infatti se una donna prende consapevolezza di sé e ha gli strumenti per riuscire a dar seguito al suo futuro e ai suoi sogni, ne moltiplica i benefici a vantaggio della famiglia.
Nel caso della Romania, grazie agli aiuti forniti alle mamme che prima erano costrette a rubare per vivere, i bambini sono tornati a scuola e non hanno più avuto bisogno di raccattare l’immondizia perché avevano il supporto della madre. Ricordo una donna che aveva delle galline ma non riusciva a vendere le uova a causa dell’aumento della concorrenza. L’abbiamo sostenuta proponendole un’attività di preparazione di dolci e pane… e così abbiamo iniziato a fare interventi di microcredito. Da lì siamo arrivati a 65.000 prestiti…
Perché Pangea ha un presidente maschio? Non saprò mai come le donne vivono la loro quotidianità nell’affrontare l’uscita di casa, un percorso lavorativo o di studi.
Non saprò mai cosa significa avere lo sguardo addosso che ti giudica, che critica, che ti insinua, che ti vuole, ma poiché ne sono consapevole, non posso restare fuori da queste cose. Devo fare in modo che non accada più, perché è una violazione dei diritti umani. Banalmente non è giusto e quindi posso e devo fare la mia parte.

Con la pandemia sono aumentati i casi di violenza di genere? Com’è cambiata la situazione negli ultimi due anni?

Attualmente il dato costante è altissimo ma sommerso. Se non avessimo detto che la violenza domestica era aumentata del 75% durante la pandemia, non si sarebbe saputo che c’era un’emergenza. Le donne erano come in prigione, non potevano allontanarsi fisicamente dal carnefice, né scappare o chiedere aiuto a un centro antiviolenza. È stato veramente orribile anche per i bambini che erano lì e assistevano alla violenza sulla madre mentre veniva picchiata, stuprata o uccisa. Era un allarme rosso che andava segnalato per affrontarlo con decisione e velocità.
Durante la pandemia la Fondazione Pangea ha attivato la modalità di approccio via WhatsApp, che le donne tendenzialmente prediligono poiché c’è un grande imbarazzo a mostrarsi e a parlare direttamente con un’operatrice. La violenza subita ti fa sentire sporca, sbagliata, malata, tanto che la tendenza è cercare subito uno psicologo… perché sei tu che devi curarti, devi guarire… “E poi a quel poverino di mio marito che cosa gli fanno, lo mandano in prigione?”, “Che cosa diranno imiei vicini di casa? Che cosa diranno a scuola i miei figli?”, “Ho sbagliato io, che cosa ho fatto? Quel che è successo è colpa mia”… È molto difficile decidere di denunciare.

Con i fondi 8×1000 l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha finanziato per la seconda volta il progetto REAMA che sviluppa interventi di protezione a 360 gradi sulle donne vittime di violenza e i loro figli. Qual è l’obiettivo del progetto?

Pangea vuole disinnescare le dinamiche che causano la violenza. La Soka Gakkai è portatrice di pace e insieme a voi abbiamo una volontà comune che non è solo il contrasto alla violenza contro le donne, ma è costruire un mondo di pace partendo da tematiche pregnanti della nostra società. La volontà, l’obiettivo è risolvere la violenza, non solo affrontarla.
La violenza è un fattore culturale ma la società lo relega alla vita di coppia, alla famiglia. Infatti viene chiamata “violenza domestica”. Questa violazione dei diritti umani colpisce un’intera parte del genere umano che viene perseguitata, picchiata, uccisa o discriminata solo perché facente parte di quel genere. È terribile! Accade in tutti i Paesi del mondo, compresa l’Italia, in maniera più o meno sottile, strutturata o sistematica, e in alcune parti del mondo è addirittura legalizzata. Quando le donne arrivano nei nostri centri vogliono proteggere i loro figli dicendo che li amano ma non sanno come si fa ad amare, perché l’amore dal quale sono passate non era amore, era segregazione e umiliazione.
Le ascoltiamo e cerchiamo il modo per aiutarle ad uscire da quella repressione e a ritrovare la loro forza. Riusciamo a fornire i migliori avvocati e le migliori assistenti sociali, anche perché i loro mariti si appoggiano agli avvocati migliori. Quindi c’è l’assistenza legale, l’accompagnamento alla vita, il reinserimento lavorativo e abitativo… 
Un altro aspetto è l’inclusione all’amore per i bambini che hanno assistito alla violenza. Facciamo in modo che ritrovino la vicinanza con la mamma. Spesso la madre dice: “Non me ne vado di casa perché è meglio un padre così, che non averlo”. Che equivoco spaventoso! L’indicatore di successo è sapere che quei ragazzini non replicheranno a loro volta la violenza a cui hanno assistito, e allora avremo meno violenza.

Cosa consiglierebbe a una donna che sta subendo violenza, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? E come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza?

Il mio consiglio a una donna che subisce violenza è di non rivolgersi unicamente a persone vicine come l’amica che ti dà un consiglio o alla vicina di casa che si improvvisa psicologa… È importante rivolgersi subito a un buon centro antiviolenza.
Nel sito del progetto Reama c’è il numero di telefono dello Sportello antiviolenza a cui le donne possono rivolgersi.
La violenza di genere non è un “problema domestico” che non ci riguarda, è un problema relativo a un sistema culturale che in qualche modo incolpa le donne del male che subiscono.
La vittima deve chiamare le forze dell’ordine? Assolutamente sì. Se non se la sente, chiama un centro REAMA e saremo noi a chiamarle. Lo stesso vale per una persona che è testimone di questi atti, deve chiamare il 113 perché, ripeto: non è un problema domestico.
Nella Convenzione di Istanbul sono citati anche gli uomini maltrattanti. Come scelta professionale noi non lavoriamo con loro. Il mio consiglio a una persona che sta compiendo atti di violenza di genere è che si rivolga al più presto a un centro, in Italia ne stanno nascendo tanti dedicati ai maltrattanti.

C’è una testimonianza significativa che vuole condividere nell’ambito del progetto REAMA?

Vorrei condividere la storia di Sabrina, arrivata a Pangea in una condizione disperata, con un altissimo rischio di essere uccisa e con tre bambini piccoli a carico.
Le donne quando arrivano non hanno neanche la biancheria intima, perché quando decidono di scappare lo fanno senza portar via nulla. Grazie al progetto REAMA finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai, possiamo comprare tutto ciò che serve. La gente ci chiede di poter donare delle cose ma per noi è importante non togliere loro la dignità di mettersi una maglietta nuova.
La persona che fugge deve ritrovare la sua dignità. Sabrina l’ha fatto con noi, siamo andati subito insieme a fare denuncia. Ha avuto due avvocate bravissime con cui ha affrontato un processo alla grande. Quell’uomo è stato incarcerato, e lei ha avuto l’affidamento esclusivo dei figli. L’accompagnamento è stato graduale, è rimasta da noi quasi un anno, e quando si è sentita pronta si è emancipata. Adesso Sabrina ha la sua casa e anche il fatto di restituire i soldi prestati inizialmente per l’affitto, è un atto che le restituisce dignità.
Con il progetto REAMA quest’anno abbiamo l’obiettivo di aumentare i centri antiviolenza nella rete nazionale (attualmente sono quaranta circa) . Noi viviamo di raccolta fondi e se quest’anno non avessimo avuto i finanziamenti della Soka Gakkai forse avremmo chiuso il progetto… qualcosa ci sta dicendo che un mondo di pace si può costruire. Il sorriso delle donne è la nostra vittoria!

Community Matching: i legami sono ponti per la pace

Abbiamo intervistato Chiara Cardoletti – rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino di UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati) – riguardo al progetto “Spazi Comuni” — Community Matching finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 

Nelle annuali Proposte di Pace che il presidente Ikeda invia all’ONU dal 1983, viene sempre evidenziato il ruolo strategico delle Nazioni Unite. Esse, secondo Ikeda, devono essere rafforzate e diventare un vero “Parlamento dell’umanità”, dando voce alla società civile formata da persone comuni. Qual è il ruolo di UNHCR nel contesto delle Nazioni Unite?

Come agenzia delle Nazioni Unite l’UNHCR è un po’ particolare, in quanto è un’organizzazione radicata nel territorio, guidata dall’Assemblea Generale dell’ONU per coordinare e dare risposta ai bisogni di protezione dei rifugiati nel mondo, e anche delle persone apolidi e degli sfollati. Si pone l’obiettivo di stare vicino alle persone che hanno perso la protezione del proprio paese. Si tratta quindi di un’organizzazione umanitaria che cerca di dare risposte concrete.

A livello sociale, politico ed economico stiamo vivendo un periodo estremamente complesso: come descriverebbe la percezione che c’è in Italia rispetto ai rifugiati e alla loro situazione?

C’è la realtà, e poi c’è la percezione che si ha di essa. Ci sono più di 100 milioni di persone sfollate nel mondo, un numero enorme, in un periodo storico molto difficile dove vediamo nascere continuamente guerre e conflitti. Come conseguenza, sempre più persone sono costrette a lasciare il proprio Paese, o a lasciare le proprie terre e abitazioni.
Da sempre l’Italia è un paese dove le persone arrivano cercando protezione e una vita migliore. È un Paese accogliente e ultimamente ha mostrato una capacità di unirsi intorno ai rifugiati ucraini mai vista prima, non solo da parte delle famiglie che hanno aperto la propria casa e offerto il loro aiuto, ma da parte di tutta la società, anche del settore privato che si è fatto avanti per poter dare aiuti concreti, alimentari o anche finanziari, ecc.
Questa predisposizione ad aiutare l’altro è una risorsa che dobbiamo continuare a coltivare, senza permettere che questi “obiettivi fragili” vengano strumentalizzati a livello politico per raccogliere voti.

Quello dell’integrazione è un obiettivo fondamentale nel nuovo percorso di vita dei rifugiati, eppure tuttora difficilissimo da raggiungere. In questo contesto si inserisce il progetto di Community Matching. Qual è l’idea alla base di questo progetto e quali gli obiettivi?

C’è una percezione diffusa di un numero enorme di persone che arrivano cercando una vita migliore e che, in un certo senso, può sembrare pesino sulla nostra società, ma la realtà è completamente diversa: molti di loro arrivano con una grande voglia di fare, con una resilienza fortissima, e sicuramente con il desiderio di ricostruire la propria vita. Quando arrivano in Italia, però, il processo di integrazione non è sempre facile perché per realizzarsi richiede la creazione di connessioni sociali inclusive. L’integrazione è un processo complesso in ogni parte del mondo, ma nel nostro Paese in modo particolare poiché è burocraticamente complicato.
Per questo abbiamo sviluppato un progetto insieme a vari partner, tra cui la Soka Gakkai, per facilitare l’inclusione dei rifugiati nella nostra società.
Abbiamo ritenuto importante lavorare non solo sulle questioni pratiche, come l’accesso ai documenti e al mondo del lavoro, ma anche sulla comprensione reciproca, sia da parte dello straniero che arriva in Italia, sia da parte di chi li accoglie.
Abbiamo quindi pensato di mettere a disposizione dei rifugiati dei volontari per aiutarli a capire il nostro Paese, come porsi in certe situazioni, come fare amicizia, trovare lavoro, ecc. A questo processo corrisponde ed è altrettanto importante, quello del volontario italiano che comprende meglio cosa significa arrivare in un Paese per ricominciare tutto da capo, qual è il percorso di un rifugiato e le sofferenze che lo accompagnano: un bagaglio di memorie dolorose, ma anche una propria cultura da trasmettere e tante storie da raccontare.
Alla base del progetto c’è l’idea di combattere la paura dell’altro dando vita a un percorso che arricchisce entrambi, e il legame che si crea è un antidoto al razzismo e alla xenofobia.
Ci sono tanti volontari che si sono fatti avanti e siamo molto felici di constatare i risultati concreti del progetto che, attraverso la creazione di questi legami, sta favorendo un processo di integrazione molto più veloce ed efficace. Sicuramente è una strada che porterà il nostro Paese a essere più accogliente e inclusivo.
Un punto di forza del progetto è quello di porre rifugiato e volontario completamente alla pari all’interno della relazione, tanto da essere definiti entrambi con lo stesso termine inglese (buddy).
Ciò è perfettamente in linea con la visione buddista della vita basata sull’interconnessione e sulla consapevolezza del valore e delle risorse insite in ogni individuo.

Può approfondire questo aspetto?

In tanti Paesi del mondo e non solamente in Italia, ho visto dei percorsi in cui la condivisione delle difficoltà, la condivisione di un percorso di crescita da parte di due famiglie o persone, diventava una forza per tutte e due: sia del rifugiato, sia di chi accoglie.
Il Community Matching è uno strumento molto importante. Non si tratta solo di aiutare, di accogliere ma di comprendere profondamente l’altro. Infatti se non si capisce la persona che si ha davanti è molto difficile provare empatia, e senza conoscere la sua situazione è facile arrivare a conclusioni affrettate.
Vorrei ringraziare la Soka Gakkai per tutto il supporto che sta dando a UNHCR e alle organizzazioni con cui lavoriamo nel portare avanti questo progetto, che spero possa essere ampliato sempre di più, per promuovere un concetto di accoglienza diverso dal semplice aiuto materiale che possiamo dare ai rifugiati quando arrivano nel nostro paese.

I giovani di oggi da una parte sono molto sensibili a questi temi, dall’altra non sentono di poter davvero influenzare il cambiamento che vorrebbero. C’è qualcosa che vorrebbe trasmettere loro per incoraggiarli a vincere l’inerzia, a non perdere la speranza rispetto al cambiamento che ognuno di loro può apportare nel mondo?

L’inerzia non è una cosa che possiamo permetterci in un mondo così complesso in cui così tanti giovani, oggi, cercano di fuggire da guerre, violenze e persecuzioni.
I giovani in Italia, in Europa, nei paesi dove c’è un minimo di stabilità e un minimo di pace hanno anche la responsabilità di condividere il loro percorso, e progetti come Community Matching sicuramente sono un modo concreto di poter essere parti integranti di una soluzione che non può semplicemente essere messa in mano ai governi, agli Stati, alle Nazioni Unite.
Ognuno di noi può fare qualcosa per facilitare l’inclusione dei rifugiati.
Bisogna cercare di capire come rispondere alle necessità di coloro che oggi hanno bisogno di essere aiutati e supportati, di avere qualcuno che li faccia sentire meno soli.

Lei lavora da tanti anni in prima linea nella protezione delle persone. Cosa significa per lei fare questo lavoro?

Questo non è un lavoro, è una missione, in quanto richiede moltissimi sacrifici ed espone a una realtà molto complessa da gestire.
Se lo fai è perché hai deciso di voler dare un piccolo contributo a questo mondo in cui, oggi più di ieri, ci sono tante, troppe persone che stanno soffrendo.
Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare a UNHCR in un momento storico in cui i conflitti si risolvevano e le persone tornavano a casa, e il mio ruolo era proprio quello di aiutarli a tornare a casa. Non c’è niente di più bello che vedere bambini e donne che ritornano nei loro villaggi dove ricominciano la loro vita.
Oggi purtroppo la possibilità di riportare la gente a casa non c’è più. Abbiamo sempre più emergenze, situazioni estremamente cruente da gestire e governi sempre più difficili con cui interloquire.
È un lavoro complesso ma profondamente gratificante quando ti rendi conto che puoi mettere a disposizione le tue competenze per contribuire in modo concreto a migliorare la vita delle persone. È un lavoro quasi impossibile da sostenere se manca questa passione, questa consapevolezza della propria missione.

ACRA – “Climate Change? Claim the Change!”

Riportiamo i risultati e alcune testimonianze riguardo al progetto “Climate Change? Claim the Change!” che la fondazione ACRA ha realizzato tra il 2021 e il 2022, finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Da poco si è concluso il progetto “Climate Change? Claim the Change!” gestito da fondazione ACRA e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto, finalizzato a incoraggiare i comportamenti che contrastano il cambiamento climatico partendo dall’educazione e dall’empowerment dei giovani e della comunità educante.
Più di 90 docenti hanno partecipato ai corsi di formazione con l’obiettivo di acquisire strumenti efficaci con cui affrontare in classe il tema della tutela ambientale e della responsabilità individuale.
Inoltre, 1600 alunni hanno preso parte attivamente a laboratori nella scuola primaria e secondaria di primo grado in otto regioni italiane.

Nel contesto educativo extrascolastico il progetto ha visto l’organizzazione di quattro campus residenziali e semiresidenziali, sui temi del cambiamento climatico che hanno accolto 90 giovani provenienti da diverse regioni italiane. Le metodologie educative utilizzate maggiormente sono state: l’outdoor education, il teatro, il cinema, la narrazione, il disegno e lo sport.

In tutta Italia si sono attivate azioni locali per contrastare il cambiamento climatico che hanno coinvolto attivamente 13 associazioni giovanili in venti comuni italiani.
Tra le iniziative portate avanti nell’ambito del progetto, il 20 settembre si è tenuta la premiazione dei cortometraggi realizzati da giovani under 25 sul tema della sostenibilità ambientale, tenuto durante il Festival del Cinema di Orvieto, a cui hanno partecipato alcune rappresentanti dell’IBISG (vedi NR, 777, 21).

Di seguito riportiamo alcune testimonianze di beneficiari e formatori che sono stati i protagonisti delle iniziative da cui emerge il grande valore di questi interventi.
Come afferma Sara Marazzini, responsabile dei progetti ACRA in Italia e in Europa: «Il nostro obiettivo è far comprendere come ogni nostra scelta qui e ora ha una relazione diretta con tutto quello che accade altrove, su dinamiche ambientali, migrazioni… Con i nostri interventi vogliamo favorire un senso di comunità che va oltre i confini e riconosca una comune appartenenza a una casa comune» (NR, 738, 15).

Testimonianze
I diari dalle regioni: testimonianze dalle varie iniziative di ACRA

In Umbria

…a Gubbio
«Ad aprile siamo stati con la nostra classe alla scoperta della natura, per conoscere i lavori dell’orto, le erbe aromatiche e gli animali della fattoria! Abbiamo capito che la natura va conosciuta a fondo per essere amata e protetta! Abbiamo capito che fare la raccolta differenziata può essere anche divertente».
Alunna della scuola primaria Montessori di Gubbio

… a Spoleto
«Abbiamo guanti e pinze per pulire i sentieri. Così non dobbiamo chinarci e toccare gli oggetti con le mani. A fine giornata abbiamo raccolto due sacchi di rifiuti! Ho capito che chiunque può fare la differenza, partendo da piccole e semplici azioni di cura e attenzione per l’ambiente che ci circonda!».
I ragazzi della Cooperativa Il Cerchio che hanno partecipato a una giornata di cittadinanza attiva per ripulire i sentieri delle montagne spoletine in collaborazione col CAI di Spoleto

Niente è impossibile, tutto può cambiare

Nell’intervista a Gianni Guidotti, segretario generale della fondazione Dream – Comunità di Sant’Egidio, egli sottolinea l’impegno e la determinazione che hanno permesso lo sviluppo del progetto “Dream”, di durata ventennale. Grazie ai fondi dell’8×1000 del 2021, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sostiene il Centro Dream di Beira, in Mozambico, dedicato alla protezione della popolazione vulnerabile.

Il progetto Dream è il risultato della collaborazione tra tante diverse organizzazioni religiose e non. Qual è secondo lei la chiave per far sì che questo sia possibile e funzioni?

L’esperienza del programma Dream nasce dalla Comunità di Sant’Egidio, quindi dall’esperienza di essere amici di tutti e di non avere nemici.
Collaborare con i fedeli di altre religioni è per noi un arricchimento. Abbiamo vissuto concretamente cosa significa lavorare insieme ad altre confessioni, soprattutto per alcuni grandi temi, come la pace e la salvezza delle persone in Africa.
Il lavoro preziosissimo che abbiamo fatto quest’anno insieme a voi della Soka Gakkai è un’ennesima dimostrazione.
Un altro esempio concreto è il fatto che la nostra responsabile clinica di tutto il programma Dream in Mozambico è una dottoressa musulmana. La collaborazione a Beira è la prova di come persone di fede profonda come i buddisti della Soka Gakkai, come noi cristiani di Sant’Egidio, hanno capito che insieme si può manifestare la forza del bene, in grado di cambiare il mondo.
Il titolo Dream allude proprio al sogno profondo di cambiare il mondo.
Abbiamo il desiderio rivoluzionario di renderlo migliore. Ma questo sogno si può realizzare solo se siamo insieme, uniti.

Ciò che avete costruito è straordinario, è una manifestazione della lotta che esiste tra la rassegnazione e la speranza nella nostra vita. Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato in tutti questi anni?

Quando abbiamo cominciato ci hanno preso per “folli”. Intorno al 2000, grazie alle comunità di Sant’Egidio in Africa abbiamo capito che c’era un grande problema con l’Aids che stava decimando le società africane. Come credenti ci siamo detti che non potevamo farci fermare o rassegnarci davanti a questo problema.
Il progetto Dream è una lotta continua contro la rassegnazione, perché davanti al male non è vero che non si può fare nulla. Insieme si può fare molto e noi da subito abbiamo iniziato a proporre la possibilità di portare in Africa soluzioni già sperimentate in Occidente.
Siamo partiti da un problema etico e di giustizia: perché in Africa si deve morire per una malattia che invece è curabile?
Inizialmente, quando abbiamo sottoposto questo progetto alle grandi agenzie internazionali, siamo stati accolti con una lista di no: «Non ci sono medici, non ci sono soldi, non ci sono farmaci, non ci sono laboratori…».
Allora ci siamo detti: «Cominciamo a lavorare per trovare risposte positive, per demolire questo senso di rassegnazione».
Nel 2002 abbiamo iniziato a distribuire farmaci e a curare le persone.
I risultati ottenuti fin da subito con il programma Dream ci hanno travolto, la gente era entusiasta!
Siamo stati testimoni di storie di “resurrezione”. La tripla terapia era già presente in Europa dal 1995 e la conoscevamo.
Ma la novità era la concretizzazione di questa lotta contro rassegnazione. Era poter dire: «Ok, se in Africa non è possibile, se in Africa non ci sono i mezzi, non ci sono laboratori, non c’è personale, allora lavoriamo insieme, uniamoci!».
Abbiamo dimostrato che tutto è possibile, per chi ha la fede.

Parliamo del Centro che è finanziato interamente dall’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, in che cosa consiste il contributo dell’Istituto in termini di persone e di risultati raggiunti?

La Soka Gakkai ci ha permesso di continuare questo programma di grande importanza.
In tutta la città di Beira abbiamo in cura oltre 11.000 persone malate di HIV, è un grande impegno e la possibilità che abbiamo ricevuto grazie al contributo decisivo della Soka Gakkai, che supporta il programma a Beira, ci ha permesso di salvare tantissime persone, soprattutto mamme in gravidanza sieropositive che possono così evitare di trasmettere la malattia ai propri bambini.
A Beira ci sono due grandi centri. Il primo è un centro polivalente in cui ci sono sia un laboratorio di biologia molecolare, sia un centro clinico dove accanto alla tradizionale cura dell’HIV offriamo gratuitamente la cura e la prevenzione del cancro della cervice uterina, che purtroppo nelle donne sieropositive è molto frequente.
In Africa non ci sono programmi nazionali di screening e questo servizio riduce drasticamente la possibilità di morire di questo cancro, che è la prima causa di morte per tumore nelle donne in Africa.
Accanto alla struttura polivalente c’è un bellissimo Centro nutrizionale, dove ogni giorno vengono a mangiare più di 700 bambini.
Dopo il ciclone che ha distrutto Beira nel 2019, i due centri sono diventati una roccaforte in cui tanta gente si è rifugiata e abbiamo iniziato a dare da mangiare agli anziani, ai bambini, alle famiglie.
Il centro è un punto di riferimento per tutta la regione, perché da qui sono stati organizzati anche programmi per andare verso i campi profughi che sono stati creati dopo il ciclone.
La Soka Gakkai ha avuto l’intuizione, secondo me profonda, dell’importanza vitale di intervenire in una regione così povera e colpita dal ciclone. Beira è una bellissima città sul mare che purtroppo ha la più alta percentuale di HIV di tutto il paese.
Poter operare in questa città grazie al vostro contributo e alla presenza del programma Dream da tanti anni, ha reso possibile migliorare le condizioni della città e sostenere la popolazione più debole.
Le donne in Africa sono il pilastro della società, anche se spesso vengono considerate le persone meno importanti.
Intervenire sulla donna per prevenire la trasmissione delle infezioni fa sperare di poter avere una nuova generazione di bambini e bambine sani e di far ripartire la società, una società migliore.

Il maestro Ikeda afferma che l’Africa è il continente del XXI secolo, un continente che deve manifestare il suo potenziale e trasformare il corso della storia a partire dalla sua stessa trasformazione. Come è cambiato il contesto africano, in particolare in relazione alla natura delle malattie? E che impatto ha avuto il progetto Dream come campagna di informazione e di prevenzione?

Spesso si ha un’idea un po’ stereotipata dell’Africa come un continente che va piano e in cui non ci sono cambiamenti. L’Africa invece è un continente che sta cambiando velocemente.
Intervenire in Africa equivale a un investimento per il futuro, per creare migliori possibilità in termini di qualità della vita e di democratizzazione delle società. Certo, l’Africa è un continente che va accompagnato e aiutato. Ma non sono mai stati investimenti persi quelli che abbiamo fatto.
A volte si pensa che le donazioni e i progetti in Africa siano come dei buchi neri dove uno versa dei soldi e non si sa dove vadano a finire.
Al contrario, quest’anno festeggiamo i vent’anni del progetto e stiamo assaporando il frutto del lungo lavoro fatto. Come ogni investimento, anche questi interventi necessitano di pazienza. Così oggi abbiamo una struttura, ma il vero “ritorno” del nostro investimento è rappresentato dai nostri amici africani che lavorano con noi: sono loro la vera forza, i veri responsabili del programma Dream. Sono persone che amano rimanere nel proprio paese e lavorano per migliorarlo.

Lei ha dedicato la vita a coordinare progetti di questo tipo. C’è un’esperienza particolarmente significativa, che le è rimasta nel cuore?

Questo programma ha dato compimento ai miei sogni giovanili, essendo medico mi piaceva mettermi a disposizione degli altri.
Uno dei ricordi più belli è stato poter comunicare alle donne che avevano concluso le cure di prevenzione, che avevano dato alla luce dei bambini negativi all’HIV. Potete immaginare l’emozione di vedere queste donne ricevere una notizia che ti cambia completamente la vita. È stata una gioia immensa.
Poter avere nuove generazioni di bambini e bambine nati sani per noi è un grande traguardo.
I risultati del progetto sono enormi anche a livello numerico, e questo ci ha dato coraggio.
Trasmettiamo al mondo il messaggio che insieme possiamo contribuire a migliorare la vita degli altri.
Mai lasciar spazio alla rassegnazione. Mai rassegnarci di fronte alla morte!
Dobbiamo trasmettere ai giovani questo messaggio di speranza, perché niente è impossibile.
Come dice Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio: «Tutto può cambiare».

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