L’obiettivo è la dignità delle persone

Abbiamo intervistato Filippo Miraglia, responsabile dell’immigrazione, diritto d’asilo e lotta al razzismo di ARCI, per parlare insieme del progetto “Corridoi umanitari dall’Afghanistan” finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Lo scopo del progetto è fornire rifugio e accoglienza alle persone in fuga dal regime afghano.

Potrebbe descriverci lo scenario che si vive in Afghanistan da quando si è instaurato il regime talebano, la condizione della popolazione e delle persone più a rischio?

La società afghana ha fatto un salto indietro, è tornata a quando i talebani vent’anni fa erano al governo. 
La situazione della libertà e dei diritti è stata totalmente stravolta e con essa anche la situazione economica che è gravissima, con difficoltà legate al reperimento dei generi di prima necessità.
I talebani stanno attuando ritorsioni nei confronti di chi ha collaborato o svolto ruoli istituzionali con il governo precedente e soprattutto verso le donne che si sono ribellate al regime antidemocratico talebano.
In questo contesto siamo intervenuti con lo strumento dei corridoi umanitari grazie anche al contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 
Riceviamo tantissime richieste di aiuto, sia dall’Afghanistan che da fuori, in cui ci segnalano persone a rischio da salvare e accogliere qui in Italia grazie ai corridoi umanitari. Si tratta di persone che svolgono mestieri e attività tra le più disparate: da magistrate a giornaliste, a persone che semplicemente hanno collaborato con le forze occidentali. E con loro ovviamente anche le rispettive famiglie. 

Quali sono le principali difficoltà per coloro che vogliono fuggire dal Paese? In questo contesto come si inserisce il progetto “Un corridoio per la libertà” realizzato da ARCI e finanziato tramite i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai?

La prima difficoltà è riuscire ad attraversare il Paese per raggiungere una frontiera senza farsi rintracciare dalle autorità del governo talebano.
Inoltre, le due frontiere che si potrebbero attraversare più facilmente ‒ si fa per dire ‒ sono quelle con il Pakistan e con l’Iran, ma le autorità di questi paesi non sono così disponibili a far entrare le persone. 
Tant’è che in quasi tutti i casi ‒ almeno quelli di cui noi siamo a conoscenza ‒ chi scappa deve pagare la polizia di frontiera, sia quella afghana che quella iraniana/pakistana. 
Il fatto di pagare non è comunque una garanzia. C’è la possibilità di essere riconsegnati al regime poiché questi paesi confinanti hanno dei legami con i talebani che sono anche presenti in alcune zone al proprio interno. 
Lo scorso 4 novembre abbiamo firmato il protocollo con il governo italiano assieme ad altre organizzazioni e l’abbiamo firmato sulla base del presupposto che la nostra rete di circoli rifugio ‒ che già l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai aveva finanziato nel 2021– si sarebbe resa disponibile ad accogliere le persone.

Parliamo della collaborazione che due anni fa l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha realizzato con ARCI, sempre tramite i fondi 8×1000, per il progetto “Nessuno in strada ‒ Circoli rifugio”. In che modo i risultati raggiunti da quel progetto possono contribuire a quello in corso a sostegno del popolo afghano?

Per il progetto dei corridoi umanitari abbiamo utilizzato le risorse umane attivate sul territorio con la prima esperienza sostenuta dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, la rete dei circoli rifugio e l’esperienza maturata. Abbiamo potuto dare maggiore certezza di risorse e di stabilità ai nostri circoli, impegnandoci ad accogliere le persone con i medesimi standard previsti per l’accoglienza dei richiedenti asilo e i profughi che arrivano in Italia.
Ogni circolo rifugio aveva già attivato sul territorio una rete di soggetti che contribuivano a sostenere le persone che avevano difficoltà a trovare un alloggio e si trovavano temporaneamente per strada, italiani o stranieri. Noi abbiamo dato loro una mano a uscire da quella condizione. 
Questa prima esperienza ha attivato sui territori delle risorse umane, dei servizi collegati ai nostri circoli e una rete sociale che ci è utile adesso in questa nuova esperienza con le donne afghane.

Come buddisti della Soka Gakkai agiamo ogni giorno in difesa della dignità della vita, consapevoli che il dialogo riveste un ruolo cruciale per trasformare i princìpi che orientano le nostre vite e le nostre scelte. Nel corso di molti anni di attivismo, lei si è confrontato con molte persone dalle differenti vedute: come è riuscito a creare un dialogo costruttivo con “l’altro” in modo da arrivare a una visione condivisa che abbia sempre come priorità la dignità della vita?

Ho vissuto la giovinezza tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, un periodo in cui i movimenti sociali e politici avevano come focus principale la pace e il disarmo. Quindi la mia è una formazione pacifista in cui prevale l’idea che le persone unendosi possono porsi l’obiettivo di realizzare qualcosa assieme.
Sia che si trovino insieme casualmente o per scelta, possono sempre raggiungere attraverso il dialogo una mediazione tra le diverse posizioni. Una mediazione non al ribasso ma avanzata, che guarda sempre alla dignità della persona.
Questo è il metodo che abbiamo sperimentato per la prima volta col movimento pacifista in Italia e in Europa, un movimento pacifista internazionale. ARCI è una delle organizzazioni partecipanti a quel movimento, sia a livello territoriale che a livello nazionale, e che utilizza tuttora quel metodo.
Grazie agli appuntamenti internazionali noi frequentavamo i pacifisti degli altri Paesi europei, degli Stati Uniti, dell’Africa e dell’Oriente. Anche nel piccolo paese della Sicilia da cui provengo abbiamo realizzato un percorso come movimento pacifista, confrontandoci con persone che avevano idee diverse fino ad arrivare a organizzare anche incontri internazionali. Sapevamo che l’obiettivo finale era quello di raggiungere una mediazione avanzata, rispettando il parere di tutti, ricercando una soluzione unitaria con l’obiettivo della dignità della persona. 
Questa era ed è stata la mia formazione ed è quello che penso di aver portato anche all’interno della mia esperienza in ARCI per i diritti e la tutela delle persone di origine straniera.

Il presidente della Soka Gakkai internazionale Daisaku Ikeda sostiene fortemente l’empowerment delle donne, affermando che questo è il secolo delle donne. 
Recentemente le afghane sono scese in piazza per manifestare in difesa dei loro diritti mettendo a rischio la loro stessa vita. 
Ci sono esempi di donne da cui è stato ispirato nel suo ruolo di protagonista in molte battaglie sociali?

Nella mia vita ho incontrato tante donne in politica e nel movimento pacifista, buona parte della mia formazione ne è stata influenzata. 
L’emancipazione delle donne rappresenta un punto di svolta per tutto il pianeta, soprattutto in quei Paesi come l’Afghanistan o l’Iran, dove le strutture sociali obbligano le donne a essere sottoposte alla volontà degli uomini, qualunque sia il loro grado di istruzione, la loro appartenenza sociale o il loro livello economico. 
Come occidentali o europei spesso diamo lezioni di democrazia. A mio avviso però l’emancipazione delle donne può nascere più dalla ribellione delle protagoniste e meno dalla scelta di altri soggetti esterni che ovviamente devono mettersi in discussione, in Europa come nei Paesi di cui parliamo.
Nel caso dei corridoi umanitari la priorità è salvare le donne e le persone LGBTQ+. Fuggendo da quella situazione si liberano, possono costruire una propria vita ed eventualmente ‒ se lo vogliono ‒ aiutare il proprio Paese ad andare verso la democrazia.
Finché rimarrà la condizione di soggezione delle donne in quei Paesi, non si potrà parlare di democrazia. È una mancanza di libertà totale.
Un esempio positivo di donna che mi ha ispirato è Luciana Castellina che adesso ha più di novant’anni e che considero un po’ la mia madrina. Lei ha svolto un ruolo cruciale nella politica italiana e internazionale, partecipando al movimento femminista e pacifista con esperienza di relazioni a 360 gradi con tutto il mondo della società civile e dei movimenti di liberazione, in Europa, in Africa, negli Stati Uniti e in Sudamerica. 
Da lei ho certamente appreso tante cose, in particolare la coerenza tra il comportamento personale e la modalità con cui si gestiscono le relazioni in politica e nello spazio pubblico.

Educare ai diritti e al rispetto della diversità di genere

Abbiamo intervistato Maria Sole Piccioli, responsabile del settore educativo di Action Aid nell’ambito del progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Scopo del progetto è prevenire la violenza di genere fra pari tramite percorsi di sensibilizzazione ed empowerment nelle scuole secondarie.

Abbiamo da poco commemorato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre). Voi vi occupate di prevenzione della violenza di genere tra pari negli anni dell’adolescenza. Com’è in Italia la situazione attuale tra i giovani?

Gli adolescenti sono il target più a rischio di violenza tra pari e non hanno molte occasioni di essere ascoltati. La scuola superiore infatti offre poche attività di prevenzione perché è molto incentrata sui contenuti e i programmi da rispettare, tralasciando talvolta tematiche che riguardano il benessere giovanile a 360 gradi.
Dalle ricerche non emergono dati organici e statistici sulla violenza nel target adolescenziale poiché negli ultimi anni è stata data priorità a raccogliere i dati sul bullismo e il cyber-bullismo.
Per questa ragione nelle scuole dove lavoriamo, tramite l’osservazione dei gruppi e la somministrazione di questionari, cerchiamo di capire come la violenza colpisce direttamente o indirettamente i ragazzi e le ragazze. Queste ricerche ovviamente danno dei dati leggermente diversi a seconda dei contesti più o meno vulnerabili.
Ciò che emerge è che nella maggior parte dei casi si tratta di violenza psicologica che si esprime con commenti sulle problematiche fisiche o sulla provenienza d’origine. È il singolo a essere “attaccato” da un gruppo di pari, inoltre è in estremo aumento la violenza online che spesso e volentieri non viene riconosciuta perché non è percepita come realtà vera e propria. Sono molto alti i dati di chi assiste alla violenza.
Dalle ragazze emerge che, soprattutto in contesti vulnerabili, le forme di violenza sono quotidiane e si esprimono nel linguaggio e in alcuni atteggiamenti.
Di questi tempi gli adolescenti se hanno lo spazio per farlo si confrontano e non hanno timore di esternare sia le loro problematiche, sia se hanno avuto loro stessi dei comportamenti violenti. Questa è una differenza che noi notiamo con le generazioni precedenti, dove invece la violenza era quasi un tabù… non si parlava di queste cose.
Un altro dato importante che emerge dalle nostre esperienze è che, contrariamente a quanto si pensa, gli adolescenti cercano il supporto dei genitori quando subiscono violenza. Il ruolo più importante resta dunque quello delle famiglie. Chiedono aiuto anche ai docenti, soprattutto quelli più empatici.

Il progetto Youth for Love finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana lavora sulla prevenzione sviluppando percorsi di sensibilizzazione per studenti e insegnanti. In cosa consistono le azioni di prevenzione per contrastare la violenza di genere?

Per noi la prevenzione parte dalla scuola.
Come prima cosa eseguiamo una fotografia delle caratteristiche di quella scuola e le azioni che eventualmente ha già messo in campo sul contrasto alla violenza di genere.
Il passo successivo è la realizzazione di laboratori nelle classi, sviluppati in percorsi pluriennali. Alcuni moduli del laboratorio sono svolti direttamente dal docente che ha partecipato alla nostra formazione con il supporto dell’educatore Action Aid.
Nei laboratori viene usata una metodologia partecipativa di ascolto attivo e nella prima fase lavoriamo sul contrasto degli stereotipi che facciamo emergere tramite dei giochi di ruolo e attività di cooperative learning (apprendimento tramite la cooperazione).
Un’altra parte del laboratorio si concentra sulle varie forme di violenza. Ad esempio, a partire dall’immagine dell’iceberg della violenza riflettiamo sulle forme visibili e invisibili. Abbiamo notato che in questa fase emerge fortemente l’impatto della violenza online.
Un’ultima parte è incentrata su come si affronta la violenza, gli strumenti da mettere in campo nelle diverse situazioni. Si riflette su cosa ognuno di noi, in gruppo o individualmente, può fare.
Qui si approfondiscono le opportunità e i servizi già presenti sul territorio e in alcuni casi invitiamo anche dei soggetti esterni, dall’assessore alle operatrici dei Centri antiviolenza o dei centri giovanili.
La terza componente del progetto è la formazione dei docenti svolta in modalità laboratoriale e immersiva, affinché possano interiorizzare le metodologie e le tematiche, e continuare a lavorare con la classe anche quando il nostro percorso finisce.
Il progetto agisce poi sulle procedure scolastiche che servono a migliorare gli aspetti di mala gestione che producono dei meccanismi che non aiutano la persona che subisce violenza o chi l’agisce. Noi suggeriamo una base da inserire nei regolamenti scolastici e poi la discutiamo insieme ai docenti, portando anche le voci degli studenti. Tante loro richieste riguardano l’avere degli spazi autogestiti o di discussione, attivare delle attività di peer to peer (svolte tra pari) e avere più tutor con cui parlare di queste problematiche.
Infatti nel progetto è previsto che i ragazzi e le ragazze che hanno partecipato ai laboratori, vengono coinvolti nel portare la loro esperienza nelle altre classi di studenti più piccoli e anche nel fare una restituzione del percorso alla comunità.
Grazie al progetto finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai tanto lavoro riguarderà anche l’ampliamento della rete di associazioni già attive nel contrasto e prevenzione della violenza di genere.

In base alla sua esperienza, cosa consiglierebbe a un giovane o una giovane che sta subendo violenza di genere, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? Come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza di genere? C’è una storia significativa che vuole condividere?

Suggerirei di identificare delle persone di fiducia all’interno della famiglia o della scuola con cui poter condividere questo tipo di esperienza dolorosa. È molto importante la sensibilizzazione su questo tema affinché la persona vittima di violenza non si senta l’unica a vivere questa situazione e quindi riesca a condividerla.
Non bisogna aver paura di fermare la violenza, soprattutto nei casi gravi è importante agire subito, spesso il passaggio è dalla violenza verbale a quella psicologica, per poi passare a quella fisica.
Ad oggi le forze dell’ordine non sono formate sugli adolescenti, mentre i servizi come i Centri antiviolenza hanno maggiori strumenti e sanno come approcciarsi a loro.
Per chi agisce la violenza, la questione è non criminalizzare. Chi agisce la violenza vive delle problematiche che riflette sugli altri con atti di violenza e quindi è su quelle che bisogna lavorare tanto. Tanto dipende dal contesto in cui si cresce, quale discriminazione ha vissuto, tante forme di violenza nascono da contesti culturali.
Un esempio che vorrei condividere riguarda il percorso fatto con una classe che ha portato alla denuncia di alcuni atti di violenza agita da adulti.
Le vittime hanno denunciato la violenza subita con l’aiuto del gruppo delle compagne.
La soddisfazione è che la scuola ha reagito secondo le procedure di cui avevamo parlato loro prestando attenzione alla tutela dei ragazzi e delle ragazze.
Consapevoli degli atti di violenza, i ragazzi e le ragazze hanno organizzato una manifestazione e questo ci ha convinti di aver lavorato bene sulla consapevolezza dei loro diritti e anche delle azioni che possono intraprendere per contrastare la violenza di genere. Forti di questo tipo di esperienza, vogliamo portare avanti il progetto Youth4love per aiutare giovani e insegnanti ad affrontare la violenza di genere con metodologie didattiche e strumenti educativi nuovi, che aumentino la consapevolezza sul tema e aiutino a far sì che all’interno della scuola diventi inaccettabile qualsiasi forma di violenza.

Il sorriso delle donne è la nostra vittoria

Abbiamo intervistato Luca Lo Presti, presidente della Fondazione Pangea, nell’ambito del progetto REAMA a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza e dei loro figli. Finanziato per il secondo anno con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, il progetto prosegue le attività dello sportello antiviolenza e delle case rifugio.

La prima domanda che sorge spontanea è questa: perché un uomo crea una fondazione come Pangea, a sostegno dei diritti delle donne vittime di violenza? Come si colloca questa scelta nella sua esperienza personale?

Avevo una carriera di odontotecnico ben avviata e remunerativa ma alcune strade mi hanno portato a un’attività come volontario con Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani in zone di guerra.
A seguito di una missione in Romania per supportare i bambini è divenuto chiaro per me che aiutare una donna è la strada migliore per aiutare tanti bambini e non solo, tutta la società. Infatti se una donna prende consapevolezza di sé e ha gli strumenti per riuscire a dar seguito al suo futuro e ai suoi sogni, ne moltiplica i benefici a vantaggio della famiglia.
Nel caso della Romania, grazie agli aiuti forniti alle mamme che prima erano costrette a rubare per vivere, i bambini sono tornati a scuola e non hanno più avuto bisogno di raccattare l’immondizia perché avevano il supporto della madre. Ricordo una donna che aveva delle galline ma non riusciva a vendere le uova a causa dell’aumento della concorrenza. L’abbiamo sostenuta proponendole un’attività di preparazione di dolci e pane… e così abbiamo iniziato a fare interventi di microcredito. Da lì siamo arrivati a 65.000 prestiti…
Perché Pangea ha un presidente maschio? Non saprò mai come le donne vivono la loro quotidianità nell’affrontare l’uscita di casa, un percorso lavorativo o di studi.
Non saprò mai cosa significa avere lo sguardo addosso che ti giudica, che critica, che ti insinua, che ti vuole, ma poiché ne sono consapevole, non posso restare fuori da queste cose. Devo fare in modo che non accada più, perché è una violazione dei diritti umani. Banalmente non è giusto e quindi posso e devo fare la mia parte.

Con la pandemia sono aumentati i casi di violenza di genere? Com’è cambiata la situazione negli ultimi due anni?

Attualmente il dato costante è altissimo ma sommerso. Se non avessimo detto che la violenza domestica era aumentata del 75% durante la pandemia, non si sarebbe saputo che c’era un’emergenza. Le donne erano come in prigione, non potevano allontanarsi fisicamente dal carnefice, né scappare o chiedere aiuto a un centro antiviolenza. È stato veramente orribile anche per i bambini che erano lì e assistevano alla violenza sulla madre mentre veniva picchiata, stuprata o uccisa. Era un allarme rosso che andava segnalato per affrontarlo con decisione e velocità.
Durante la pandemia la Fondazione Pangea ha attivato la modalità di approccio via WhatsApp, che le donne tendenzialmente prediligono poiché c’è un grande imbarazzo a mostrarsi e a parlare direttamente con un’operatrice. La violenza subita ti fa sentire sporca, sbagliata, malata, tanto che la tendenza è cercare subito uno psicologo… perché sei tu che devi curarti, devi guarire… “E poi a quel poverino di mio marito che cosa gli fanno, lo mandano in prigione?”, “Che cosa diranno imiei vicini di casa? Che cosa diranno a scuola i miei figli?”, “Ho sbagliato io, che cosa ho fatto? Quel che è successo è colpa mia”… È molto difficile decidere di denunciare.

Con i fondi 8×1000 l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai ha finanziato per la seconda volta il progetto REAMA che sviluppa interventi di protezione a 360 gradi sulle donne vittime di violenza e i loro figli. Qual è l’obiettivo del progetto?

Pangea vuole disinnescare le dinamiche che causano la violenza. La Soka Gakkai è portatrice di pace e insieme a voi abbiamo una volontà comune che non è solo il contrasto alla violenza contro le donne, ma è costruire un mondo di pace partendo da tematiche pregnanti della nostra società. La volontà, l’obiettivo è risolvere la violenza, non solo affrontarla.
La violenza è un fattore culturale ma la società lo relega alla vita di coppia, alla famiglia. Infatti viene chiamata “violenza domestica”. Questa violazione dei diritti umani colpisce un’intera parte del genere umano che viene perseguitata, picchiata, uccisa o discriminata solo perché facente parte di quel genere. È terribile! Accade in tutti i Paesi del mondo, compresa l’Italia, in maniera più o meno sottile, strutturata o sistematica, e in alcune parti del mondo è addirittura legalizzata. Quando le donne arrivano nei nostri centri vogliono proteggere i loro figli dicendo che li amano ma non sanno come si fa ad amare, perché l’amore dal quale sono passate non era amore, era segregazione e umiliazione.
Le ascoltiamo e cerchiamo il modo per aiutarle ad uscire da quella repressione e a ritrovare la loro forza. Riusciamo a fornire i migliori avvocati e le migliori assistenti sociali, anche perché i loro mariti si appoggiano agli avvocati migliori. Quindi c’è l’assistenza legale, l’accompagnamento alla vita, il reinserimento lavorativo e abitativo… 
Un altro aspetto è l’inclusione all’amore per i bambini che hanno assistito alla violenza. Facciamo in modo che ritrovino la vicinanza con la mamma. Spesso la madre dice: “Non me ne vado di casa perché è meglio un padre così, che non averlo”. Che equivoco spaventoso! L’indicatore di successo è sapere che quei ragazzini non replicheranno a loro volta la violenza a cui hanno assistito, e allora avremo meno violenza.

Cosa consiglierebbe a una donna che sta subendo violenza, oppure a una persona che è molto vicina alla vittima ed è testimone di questi atti? E come aiutare invece una persona che sta compiendo atti di violenza?

Il mio consiglio a una donna che subisce violenza è di non rivolgersi unicamente a persone vicine come l’amica che ti dà un consiglio o alla vicina di casa che si improvvisa psicologa… È importante rivolgersi subito a un buon centro antiviolenza.
Nel sito del progetto Reama c’è il numero di telefono dello Sportello antiviolenza a cui le donne possono rivolgersi.
La violenza di genere non è un “problema domestico” che non ci riguarda, è un problema relativo a un sistema culturale che in qualche modo incolpa le donne del male che subiscono.
La vittima deve chiamare le forze dell’ordine? Assolutamente sì. Se non se la sente, chiama un centro REAMA e saremo noi a chiamarle. Lo stesso vale per una persona che è testimone di questi atti, deve chiamare il 113 perché, ripeto: non è un problema domestico.
Nella Convenzione di Istanbul sono citati anche gli uomini maltrattanti. Come scelta professionale noi non lavoriamo con loro. Il mio consiglio a una persona che sta compiendo atti di violenza di genere è che si rivolga al più presto a un centro, in Italia ne stanno nascendo tanti dedicati ai maltrattanti.

C’è una testimonianza significativa che vuole condividere nell’ambito del progetto REAMA?

Vorrei condividere la storia di Sabrina, arrivata a Pangea in una condizione disperata, con un altissimo rischio di essere uccisa e con tre bambini piccoli a carico.
Le donne quando arrivano non hanno neanche la biancheria intima, perché quando decidono di scappare lo fanno senza portar via nulla. Grazie al progetto REAMA finanziato con i fondi 8×1000 della Soka Gakkai, possiamo comprare tutto ciò che serve. La gente ci chiede di poter donare delle cose ma per noi è importante non togliere loro la dignità di mettersi una maglietta nuova.
La persona che fugge deve ritrovare la sua dignità. Sabrina l’ha fatto con noi, siamo andati subito insieme a fare denuncia. Ha avuto due avvocate bravissime con cui ha affrontato un processo alla grande. Quell’uomo è stato incarcerato, e lei ha avuto l’affidamento esclusivo dei figli. L’accompagnamento è stato graduale, è rimasta da noi quasi un anno, e quando si è sentita pronta si è emancipata. Adesso Sabrina ha la sua casa e anche il fatto di restituire i soldi prestati inizialmente per l’affitto, è un atto che le restituisce dignità.
Con il progetto REAMA quest’anno abbiamo l’obiettivo di aumentare i centri antiviolenza nella rete nazionale (attualmente sono quaranta circa) . Noi viviamo di raccolta fondi e se quest’anno non avessimo avuto i finanziamenti della Soka Gakkai forse avremmo chiuso il progetto… qualcosa ci sta dicendo che un mondo di pace si può costruire. Il sorriso delle donne è la nostra vittoria!

Community Matching: i legami sono ponti per la pace

Abbiamo intervistato Chiara Cardoletti – rappresentante per l’Italia, la Santa Sede e San Marino di UNHCR (Agenzia ONU per i rifugiati) – riguardo al progetto “Spazi Comuni” — Community Matching finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 

Nelle annuali Proposte di Pace che il presidente Ikeda invia all’ONU dal 1983, viene sempre evidenziato il ruolo strategico delle Nazioni Unite. Esse, secondo Ikeda, devono essere rafforzate e diventare un vero “Parlamento dell’umanità”, dando voce alla società civile formata da persone comuni. Qual è il ruolo di UNHCR nel contesto delle Nazioni Unite?

Come agenzia delle Nazioni Unite l’UNHCR è un po’ particolare, in quanto è un’organizzazione radicata nel territorio, guidata dall’Assemblea Generale dell’ONU per coordinare e dare risposta ai bisogni di protezione dei rifugiati nel mondo, e anche delle persone apolidi e degli sfollati. Si pone l’obiettivo di stare vicino alle persone che hanno perso la protezione del proprio paese. Si tratta quindi di un’organizzazione umanitaria che cerca di dare risposte concrete.

A livello sociale, politico ed economico stiamo vivendo un periodo estremamente complesso: come descriverebbe la percezione che c’è in Italia rispetto ai rifugiati e alla loro situazione?

C’è la realtà, e poi c’è la percezione che si ha di essa. Ci sono più di 100 milioni di persone sfollate nel mondo, un numero enorme, in un periodo storico molto difficile dove vediamo nascere continuamente guerre e conflitti. Come conseguenza, sempre più persone sono costrette a lasciare il proprio Paese, o a lasciare le proprie terre e abitazioni.
Da sempre l’Italia è un paese dove le persone arrivano cercando protezione e una vita migliore. È un Paese accogliente e ultimamente ha mostrato una capacità di unirsi intorno ai rifugiati ucraini mai vista prima, non solo da parte delle famiglie che hanno aperto la propria casa e offerto il loro aiuto, ma da parte di tutta la società, anche del settore privato che si è fatto avanti per poter dare aiuti concreti, alimentari o anche finanziari, ecc.
Questa predisposizione ad aiutare l’altro è una risorsa che dobbiamo continuare a coltivare, senza permettere che questi “obiettivi fragili” vengano strumentalizzati a livello politico per raccogliere voti.

Quello dell’integrazione è un obiettivo fondamentale nel nuovo percorso di vita dei rifugiati, eppure tuttora difficilissimo da raggiungere. In questo contesto si inserisce il progetto di Community Matching. Qual è l’idea alla base di questo progetto e quali gli obiettivi?

C’è una percezione diffusa di un numero enorme di persone che arrivano cercando una vita migliore e che, in un certo senso, può sembrare pesino sulla nostra società, ma la realtà è completamente diversa: molti di loro arrivano con una grande voglia di fare, con una resilienza fortissima, e sicuramente con il desiderio di ricostruire la propria vita. Quando arrivano in Italia, però, il processo di integrazione non è sempre facile perché per realizzarsi richiede la creazione di connessioni sociali inclusive. L’integrazione è un processo complesso in ogni parte del mondo, ma nel nostro Paese in modo particolare poiché è burocraticamente complicato.
Per questo abbiamo sviluppato un progetto insieme a vari partner, tra cui la Soka Gakkai, per facilitare l’inclusione dei rifugiati nella nostra società.
Abbiamo ritenuto importante lavorare non solo sulle questioni pratiche, come l’accesso ai documenti e al mondo del lavoro, ma anche sulla comprensione reciproca, sia da parte dello straniero che arriva in Italia, sia da parte di chi li accoglie.
Abbiamo quindi pensato di mettere a disposizione dei rifugiati dei volontari per aiutarli a capire il nostro Paese, come porsi in certe situazioni, come fare amicizia, trovare lavoro, ecc. A questo processo corrisponde ed è altrettanto importante, quello del volontario italiano che comprende meglio cosa significa arrivare in un Paese per ricominciare tutto da capo, qual è il percorso di un rifugiato e le sofferenze che lo accompagnano: un bagaglio di memorie dolorose, ma anche una propria cultura da trasmettere e tante storie da raccontare.
Alla base del progetto c’è l’idea di combattere la paura dell’altro dando vita a un percorso che arricchisce entrambi, e il legame che si crea è un antidoto al razzismo e alla xenofobia.
Ci sono tanti volontari che si sono fatti avanti e siamo molto felici di constatare i risultati concreti del progetto che, attraverso la creazione di questi legami, sta favorendo un processo di integrazione molto più veloce ed efficace. Sicuramente è una strada che porterà il nostro Paese a essere più accogliente e inclusivo.
Un punto di forza del progetto è quello di porre rifugiato e volontario completamente alla pari all’interno della relazione, tanto da essere definiti entrambi con lo stesso termine inglese (buddy).
Ciò è perfettamente in linea con la visione buddista della vita basata sull’interconnessione e sulla consapevolezza del valore e delle risorse insite in ogni individuo.

Può approfondire questo aspetto?

In tanti Paesi del mondo e non solamente in Italia, ho visto dei percorsi in cui la condivisione delle difficoltà, la condivisione di un percorso di crescita da parte di due famiglie o persone, diventava una forza per tutte e due: sia del rifugiato, sia di chi accoglie.
Il Community Matching è uno strumento molto importante. Non si tratta solo di aiutare, di accogliere ma di comprendere profondamente l’altro. Infatti se non si capisce la persona che si ha davanti è molto difficile provare empatia, e senza conoscere la sua situazione è facile arrivare a conclusioni affrettate.
Vorrei ringraziare la Soka Gakkai per tutto il supporto che sta dando a UNHCR e alle organizzazioni con cui lavoriamo nel portare avanti questo progetto, che spero possa essere ampliato sempre di più, per promuovere un concetto di accoglienza diverso dal semplice aiuto materiale che possiamo dare ai rifugiati quando arrivano nel nostro paese.

I giovani di oggi da una parte sono molto sensibili a questi temi, dall’altra non sentono di poter davvero influenzare il cambiamento che vorrebbero. C’è qualcosa che vorrebbe trasmettere loro per incoraggiarli a vincere l’inerzia, a non perdere la speranza rispetto al cambiamento che ognuno di loro può apportare nel mondo?

L’inerzia non è una cosa che possiamo permetterci in un mondo così complesso in cui così tanti giovani, oggi, cercano di fuggire da guerre, violenze e persecuzioni.
I giovani in Italia, in Europa, nei paesi dove c’è un minimo di stabilità e un minimo di pace hanno anche la responsabilità di condividere il loro percorso, e progetti come Community Matching sicuramente sono un modo concreto di poter essere parti integranti di una soluzione che non può semplicemente essere messa in mano ai governi, agli Stati, alle Nazioni Unite.
Ognuno di noi può fare qualcosa per facilitare l’inclusione dei rifugiati.
Bisogna cercare di capire come rispondere alle necessità di coloro che oggi hanno bisogno di essere aiutati e supportati, di avere qualcuno che li faccia sentire meno soli.

Lei lavora da tanti anni in prima linea nella protezione delle persone. Cosa significa per lei fare questo lavoro?

Questo non è un lavoro, è una missione, in quanto richiede moltissimi sacrifici ed espone a una realtà molto complessa da gestire.
Se lo fai è perché hai deciso di voler dare un piccolo contributo a questo mondo in cui, oggi più di ieri, ci sono tante, troppe persone che stanno soffrendo.
Ho avuto la fortuna di cominciare a lavorare a UNHCR in un momento storico in cui i conflitti si risolvevano e le persone tornavano a casa, e il mio ruolo era proprio quello di aiutarli a tornare a casa. Non c’è niente di più bello che vedere bambini e donne che ritornano nei loro villaggi dove ricominciano la loro vita.
Oggi purtroppo la possibilità di riportare la gente a casa non c’è più. Abbiamo sempre più emergenze, situazioni estremamente cruente da gestire e governi sempre più difficili con cui interloquire.
È un lavoro complesso ma profondamente gratificante quando ti rendi conto che puoi mettere a disposizione le tue competenze per contribuire in modo concreto a migliorare la vita delle persone. È un lavoro quasi impossibile da sostenere se manca questa passione, questa consapevolezza della propria missione.

Niente è impossibile, tutto può cambiare

Nell’intervista a Gianni Guidotti, segretario generale della fondazione Dream – Comunità di Sant’Egidio, egli sottolinea l’impegno e la determinazione che hanno permesso lo sviluppo del progetto “Dream”, di durata ventennale. Grazie ai fondi dell’8×1000 del 2021, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sostiene il Centro Dream di Beira, in Mozambico, dedicato alla protezione della popolazione vulnerabile.

Il progetto Dream è il risultato della collaborazione tra tante diverse organizzazioni religiose e non. Qual è secondo lei la chiave per far sì che questo sia possibile e funzioni?

L’esperienza del programma Dream nasce dalla Comunità di Sant’Egidio, quindi dall’esperienza di essere amici di tutti e di non avere nemici.
Collaborare con i fedeli di altre religioni è per noi un arricchimento. Abbiamo vissuto concretamente cosa significa lavorare insieme ad altre confessioni, soprattutto per alcuni grandi temi, come la pace e la salvezza delle persone in Africa.
Il lavoro preziosissimo che abbiamo fatto quest’anno insieme a voi della Soka Gakkai è un’ennesima dimostrazione.
Un altro esempio concreto è il fatto che la nostra responsabile clinica di tutto il programma Dream in Mozambico è una dottoressa musulmana. La collaborazione a Beira è la prova di come persone di fede profonda come i buddisti della Soka Gakkai, come noi cristiani di Sant’Egidio, hanno capito che insieme si può manifestare la forza del bene, in grado di cambiare il mondo.
Il titolo Dream allude proprio al sogno profondo di cambiare il mondo.
Abbiamo il desiderio rivoluzionario di renderlo migliore. Ma questo sogno si può realizzare solo se siamo insieme, uniti.

Ciò che avete costruito è straordinario, è una manifestazione della lotta che esiste tra la rassegnazione e la speranza nella nostra vita. Quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato in tutti questi anni?

Quando abbiamo cominciato ci hanno preso per “folli”. Intorno al 2000, grazie alle comunità di Sant’Egidio in Africa abbiamo capito che c’era un grande problema con l’Aids che stava decimando le società africane. Come credenti ci siamo detti che non potevamo farci fermare o rassegnarci davanti a questo problema.
Il progetto Dream è una lotta continua contro la rassegnazione, perché davanti al male non è vero che non si può fare nulla. Insieme si può fare molto e noi da subito abbiamo iniziato a proporre la possibilità di portare in Africa soluzioni già sperimentate in Occidente.
Siamo partiti da un problema etico e di giustizia: perché in Africa si deve morire per una malattia che invece è curabile?
Inizialmente, quando abbiamo sottoposto questo progetto alle grandi agenzie internazionali, siamo stati accolti con una lista di no: «Non ci sono medici, non ci sono soldi, non ci sono farmaci, non ci sono laboratori…».
Allora ci siamo detti: «Cominciamo a lavorare per trovare risposte positive, per demolire questo senso di rassegnazione».
Nel 2002 abbiamo iniziato a distribuire farmaci e a curare le persone.
I risultati ottenuti fin da subito con il programma Dream ci hanno travolto, la gente era entusiasta!
Siamo stati testimoni di storie di “resurrezione”. La tripla terapia era già presente in Europa dal 1995 e la conoscevamo.
Ma la novità era la concretizzazione di questa lotta contro rassegnazione. Era poter dire: «Ok, se in Africa non è possibile, se in Africa non ci sono i mezzi, non ci sono laboratori, non c’è personale, allora lavoriamo insieme, uniamoci!».
Abbiamo dimostrato che tutto è possibile, per chi ha la fede.

Parliamo del Centro che è finanziato interamente dall’8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, in che cosa consiste il contributo dell’Istituto in termini di persone e di risultati raggiunti?

La Soka Gakkai ci ha permesso di continuare questo programma di grande importanza.
In tutta la città di Beira abbiamo in cura oltre 11.000 persone malate di HIV, è un grande impegno e la possibilità che abbiamo ricevuto grazie al contributo decisivo della Soka Gakkai, che supporta il programma a Beira, ci ha permesso di salvare tantissime persone, soprattutto mamme in gravidanza sieropositive che possono così evitare di trasmettere la malattia ai propri bambini.
A Beira ci sono due grandi centri. Il primo è un centro polivalente in cui ci sono sia un laboratorio di biologia molecolare, sia un centro clinico dove accanto alla tradizionale cura dell’HIV offriamo gratuitamente la cura e la prevenzione del cancro della cervice uterina, che purtroppo nelle donne sieropositive è molto frequente.
In Africa non ci sono programmi nazionali di screening e questo servizio riduce drasticamente la possibilità di morire di questo cancro, che è la prima causa di morte per tumore nelle donne in Africa.
Accanto alla struttura polivalente c’è un bellissimo Centro nutrizionale, dove ogni giorno vengono a mangiare più di 700 bambini.
Dopo il ciclone che ha distrutto Beira nel 2019, i due centri sono diventati una roccaforte in cui tanta gente si è rifugiata e abbiamo iniziato a dare da mangiare agli anziani, ai bambini, alle famiglie.
Il centro è un punto di riferimento per tutta la regione, perché da qui sono stati organizzati anche programmi per andare verso i campi profughi che sono stati creati dopo il ciclone.
La Soka Gakkai ha avuto l’intuizione, secondo me profonda, dell’importanza vitale di intervenire in una regione così povera e colpita dal ciclone. Beira è una bellissima città sul mare che purtroppo ha la più alta percentuale di HIV di tutto il paese.
Poter operare in questa città grazie al vostro contributo e alla presenza del programma Dream da tanti anni, ha reso possibile migliorare le condizioni della città e sostenere la popolazione più debole.
Le donne in Africa sono il pilastro della società, anche se spesso vengono considerate le persone meno importanti.
Intervenire sulla donna per prevenire la trasmissione delle infezioni fa sperare di poter avere una nuova generazione di bambini e bambine sani e di far ripartire la società, una società migliore.

Il maestro Ikeda afferma che l’Africa è il continente del XXI secolo, un continente che deve manifestare il suo potenziale e trasformare il corso della storia a partire dalla sua stessa trasformazione. Come è cambiato il contesto africano, in particolare in relazione alla natura delle malattie? E che impatto ha avuto il progetto Dream come campagna di informazione e di prevenzione?

Spesso si ha un’idea un po’ stereotipata dell’Africa come un continente che va piano e in cui non ci sono cambiamenti. L’Africa invece è un continente che sta cambiando velocemente.
Intervenire in Africa equivale a un investimento per il futuro, per creare migliori possibilità in termini di qualità della vita e di democratizzazione delle società. Certo, l’Africa è un continente che va accompagnato e aiutato. Ma non sono mai stati investimenti persi quelli che abbiamo fatto.
A volte si pensa che le donazioni e i progetti in Africa siano come dei buchi neri dove uno versa dei soldi e non si sa dove vadano a finire.
Al contrario, quest’anno festeggiamo i vent’anni del progetto e stiamo assaporando il frutto del lungo lavoro fatto. Come ogni investimento, anche questi interventi necessitano di pazienza. Così oggi abbiamo una struttura, ma il vero “ritorno” del nostro investimento è rappresentato dai nostri amici africani che lavorano con noi: sono loro la vera forza, i veri responsabili del programma Dream. Sono persone che amano rimanere nel proprio paese e lavorano per migliorarlo.

Lei ha dedicato la vita a coordinare progetti di questo tipo. C’è un’esperienza particolarmente significativa, che le è rimasta nel cuore?

Questo programma ha dato compimento ai miei sogni giovanili, essendo medico mi piaceva mettermi a disposizione degli altri.
Uno dei ricordi più belli è stato poter comunicare alle donne che avevano concluso le cure di prevenzione, che avevano dato alla luce dei bambini negativi all’HIV. Potete immaginare l’emozione di vedere queste donne ricevere una notizia che ti cambia completamente la vita. È stata una gioia immensa.
Poter avere nuove generazioni di bambini e bambine nati sani per noi è un grande traguardo.
I risultati del progetto sono enormi anche a livello numerico, e questo ci ha dato coraggio.
Trasmettiamo al mondo il messaggio che insieme possiamo contribuire a migliorare la vita degli altri.
Mai lasciar spazio alla rassegnazione. Mai rassegnarci di fronte alla morte!
Dobbiamo trasmettere ai giovani questo messaggio di speranza, perché niente è impossibile.
Come dice Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio: «Tutto può cambiare».

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